22
Giu
2009

Freak III – Tenente, lei è bello come un cavallo

Freak Terzo, scritto da me e disegnato da Francesco Acquaviva, é finalmente disponibile nelle librerie, dopo una fase creativa più travagliata delle Stazioni della Croce. Il pubblico lo ha accolto con calore: entro pochi mesi tutte le copie nei magazzini della casa editrice sono state vendute alle fumetterie. Che dire dell’albo? Riporto il comunicato stampa della casa editrice, perché non se ne vedono molti di questo genere.

E’ in corso una guerra segreta. Ha avuto inizio quando il sangue della prima popstar ha bagnato il palco, ad opera di un misterioso sicario. Da allora, altri celebri cantanti sono caduti, mentre loschi figuri si muovevano sullo sfondo di questo conflitto senza quartiere che ha messo sotto assedio la Cara Vecchia Canzone Italiana. Abbiamo visto intrighi, esecuzioni di animaletti esotici, cospirazioni ad opera di Donne Nude. E Roberto “FREAK” Antoni: sfuggente bohemien dal torbido passato, seduto al centro di questa ragnatela di eventi come un grasso ragno ubriaco. Lo showbiz chiede vendetta. Tu con chi ti schieri? FREAK TERZO prosegue la fortunata serie a fumetti che racconta con umorismo surreale la Vita, l’Arte e i Misfatti di Roberto Antoni, saggista, scrittore e voce degli Skiantos. La sceneggiatura di questo episodio è stata realizzata da Massimo Spiga , mentre i disegni sono di Francesco Acquaviva. FREAK TERZO sa cos’è giusto per te. Nelle librerie da Aprile.


Sulla homepage del disegnatore, Francesco Acquaviva, è disponibile un’anteprima di un buon numero di tavole del fumetto: DevilAngel.biz.

Freak III – Tenente, lei è bello come un cavallo
Scritto da: Massimo Spiga
Disegnato da: Francesco Acquaviva
Edito da: SIE srl

128 pagine a colori
13,90€

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21
Giu
2009

La presunta mente dell’11/9: «M’inventavo le storie» – 18/06/09

(Articolo tradotto per Megachip)

di Devlin Barrett – Associated Press

WASHINGTON — Khalid Sheik Mohammed, accusato di essere il genio criminale dietro all’attentato dell’11 settembre, ha confessato di aver mentito profusamente agli agenti che lo torturavano per estorcergli la verità sulle sue attività eversive. Secondo quanto riferito in alcune sezioni dalle trascrizioni governative che sono state recentemente desecretate, Mohammed avrebbe orgogliosamente rivendicato la sua paternità su più di due dozzine di attentati terroristici. «Mi invento delle storie,» ha detto Mohammed nel 2007, durante una delle udienze del tribunale militare a Guantánamo Bay. In un inglese stentato, ha descritto l’interrogatorio in cui gli è stata chiesta l’ubicazione del leader di al-Qa‘ida, Osama bin Laden. «L’agente mi ha chiesto “Dov’è?”, ed io: “non lo so”», racconta Mohammed. «Poi ha ricominciato a torturarmi. Allora gli ho detto: “Sì, si trova in questa zona…” oppure “Sì, quel tizio fa parte di al-Qa‘ida”, anche se non avevo idea di chi fosse. Se rispondevo negativamente, riprendevano con le torture.»
Nonostante ciò, durante la medesima udienza, Mohammed ha illustrato un elenco di 29 attacchi terroristici a cui avrebbe preso parte. Le trascrizioni sono state rese pubbliche grazie ad una causa civile, con la quale la American Civil Liberties Union si è messa a caccia di documenti ed informazioni sulle condizioni della detenzione che il governo ha riservato agli imputati per terrorismo. In precedenza, erano stati resi pubblici altri testi provenienti dalle udienze dei tribunali militari, ma l’amministrazione Obama è tornata sul tema ed ha riesaminato le sezioni rimaste segrete per poi valutare che sarebbe stato possibile desecretarne ulteriori porzioni. La maggior parte dei nuovi documenti è incentrata sulle dichiarazioni che i detenuti hanno rilasciato a proposito degli abusi subiti durante gli interrogatori, mentre erano prigionieri in carceri extra-nazionali gestite della CIA. Un detenuto, Abu Zubaydah, ha riferito al tribunale che «dopo mesi di sofferenza e di tortura, fisica e psicologica, non hanno nemmeno curato le mie ferite».
Zubaydah è stato il primo detenuto ad essere sottoposto alle tecniche di interrogatorio “avanzato”, approvate dall’amministrazione Bush, in cui avveniva una simulazione di annegamento (detto waterboarding), oppure l’indagato veniva sbattuto contro le pareti o era costretto a prolungati periodi di nudità. Durante l’udienza, Zubaydah ha rivelato che queste pratiche lo hanno «quasi ucciso in almeno quattro occasioni». «Dopo un paio di mesi, durante i quali ho quasi perso la ragione e la vita,» ha dichiarato Zubaydah, «hanno incominciato a prendere le misure necessarie per non farmi morire». Ha inoltre affermato che, dopo essere stato trattato per molti mesi in questo modo, le autorità hanno concluso che non fosse il numero 3 di al-Qa‘ida, come avevano a lungo creduto.

Fonte: http://www.miamiherald.com/news/nation/story/1098707.html

21
Giu
2009

Descartes a mano armata

(Pubblicato su Teorema – Rivista sarda di cinema n°4, novembre 2006)


Si continua a parlare di Blade Runner, il capolavoro di Ridley Scott che seguita a ricombinarsi e trasformarsi in “versioni” sempre più aggiornate, come un software. O un replicante. Proiettato in anteprima assoluta alla 64° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, Blade Runner: The Final Cut é la terza incarnazione del capolavoro che ha scritto le regole della nuova science fiction,colpendo come un maglio il pubblico ignaro che, nel 1982, ancora dormiva sotto il sortilegio della fantascienza mainstream. Si è contrapposto a psicologie cartonate e giochi di prestigio in CGI, proiettandoci in un incubo cyberpunk in cui ad un alta tecnologia corrisponde un valore della vita pressoché inesistente. Blade Runner è un tech-noir che racconta la storia di Deckard, un cacciatore di androidi assoldato da una megacorporazione per scovare e “ritirare” quattro replicanti fuori controllo. Che nella neolingua del 2019 significa uccidere, se si può veramente uccidere quello che la percezione pubblica vede come un bene di consumo.
Parallelamente, il film racconta la storia degli androidi rinnegati, piagati da una vita artificialmente abbreviata ed un’ansia ossessiva di incontrare il loro Creatore: Tyrell, un incrocio tra Bill Gates e il dottor Frankenstein, produttore di schiavi sintetici a basso costo. Ma Blade Runner va molto oltre Mary Shelley: in questo film, la creazione di esseri umani artificiali è già massificata, banalizzata, commercializzata. L’uomo conosce da tempo “cose che non era destinato a sapere” ed é chiaro come l’esistenza di limiti sacri alla portata della tecnologia sia una semplice illusione. Il pensiero stesso, nell’era post-informatica, é un processo codificabile e replicabile su scala industriale.
Su queste basi, i replicanti rivendicano la loro umanità, al motto di Cogito Ergo Sum (è significativo che il nome della loro nemesi, Deckard, suoni nella pronuncia americana identico a Descartes). Blade Runner portò la fantascienza ad un livello più primario, feroce, psichico. E’ guerriglia ontologica, sprofondata in incubo urbano monumentale e globalizzato. Come direbbe Frank Lloyd Wright, la Los Angeles del film da “l’illusione che gli americani debbano essere un grande popolo per aver innalzato, e ad una simile altezza,questo pesante sbarramento di trappole commerciali per l’uomo”. Soprattutto in quel mondo, in cui il limite tra Dio ed il Capitalismo appare terribilmente sfuocato. Nel 1992, la produzione trovò opportuno realizzare un Director’s Cut, per adeguare l’opera ad un gusto più moderno (il pubblico lo chiamava Blade Crawler,che significa “strisciante”). Troppo lento. Troppo retrò. Indigeribile per gli stomaci adrenalinici della nostra monocultura, che divora, assorbe e ricicla ogni universo esotico e lo risputa normalizzato alle regole del mercato. Ridley Scott supervisionò il progetto in maniera superficiale e la lavorazione fu piuttosto sbrigativa, ma non intaccò l’opera. La amplificò. Il Director’s Cut aggiunse nuovi strati concettuali, maggiori ambiguità, più ritmo. Il nostro Descartes Con Pistola fu radicalmente rivisto, lasciandoci intendere che anche lui potrebbe essere un replicante. Le basi su cui poggiava la nostra interpretazione del film evaporarono, lasciandoci persi in un mare di specchi ed ambiguità.
Ed eccoci al 2007, un anno che ha dato molto alle frange lunatiche della fantascienza. Dopo sette anni di battaglie legali, Blade Runner: The Final Cut sbarca a Venezia e si riconferma, se ancora ce ne fosse bisogno, come possibile punto di partenza del pensiero pop del 21° secolo. E’ una supercompressione di Badruillard, una veloce dose di postmodernismo tagliato con robusto pulp. Il Final Cut non altera sostanzialmente il film, ma corregge alcune storture di montaggio dovute alla realizzazione precipitosa della precedente versione. Immagino che, vedendoci attraverso la membrana dello schermo cinematografico, quest’opera non possa che sogghignare sinistramente: con il passare del tempo le assomigliamo sempre di più. Una delle sue colonne portanti, a livello narrativo, è il Metodo VoightKampf. Con questo test, i cacciatori di androidi sono capaci di distinguere i replicanti dagli esseri umani. Li pongono sotto stress emotivo con domande e racconti truculenti per poi misurarne le reazioni emotive: solo gli esseri umani “inautentici” non provano empatia. L’intero film ci spinge ad identificarci negli androidi e mette alla prova le nostre emozioni. E’ un test VoightKampf. La cavia sei tu.
Questo tipo di metanarrazione, che si rifà direttamente al concetto di “iperrealtà” postmoderno, è la chiave di lettura privilegiata per chiunque voglia spingersi oltre il film e ricercarne le profonde radici. Quando, venticinque anni fa, Blade Runner si impose nell’immaginario collettivo, ci venne detto che era tratto da un oscuro e quasi sconosciuto romanzetto di un autore pulp. Un tipo strano, che scriveva opere con titoli come Gli Androidi Sognano Pecore Elettriche? (1965) e passò tutta la vita a descrivere le realtà artificiali di cui aveva paura. Parliamo di Philip K. Dick. Una veloce indagine nella mitologia personale dell’allora anonimo autore, ci mostra uno scrittore di science fiction popolare che sniffava speed quotidianamente ed era convinto che l’FBI lo spiasse. Lasciava delle piccole note sotto il bidone della spazzatura davanti al suo domicilio, in cui denunciava i suoi amici e conoscenti alle presunte forze dell’ordine che avrebbero dovuto ritirare il “materiale scottante”. Lavorava in maniera frenetica, con picchi di 4 libri all’anno e session di scrittura di 96 ore filate. Quando abbandonò il pianeta terra, si lasciò alle spalle cinque ex-mogli, 121 storie brevi, una sessantina di romanzi ed un diario personale di 8000 pagine, in cui erano annotati minuziosamente i messaggi che Dio gli spedì attraverso un raggio laser rosa. O, almeno, questo è ciò che credeva.
Philip K. Dick viveva in un mondo di sua creazione, in cui il progresso tecnologico, il mercato, la religione e i mezzi di comunicazione di massa erano mischiati in un cocktail esplosivo che distrugge ogni pretesa di realtà oggettiva ed elimina ogni libertà. Sia chiaro, era un maniaco. Ed è per questo che ci somiglia. Philip K. Dick viveva e commentava il 21° secolo con cinquant’anni d’anticipo. Il romanzo da cui ha avuto origine Blade Runner contiene, in nuce, tutti i problemi che la fantascienza e la modernità stanno ancora lottando per comprendere e superare. Mentre scrivo, tecnici zelanti di San Diego producono cromosomi artificiali, che porteranno prima o poi alla creazione di veri e propri replicanti. Chiunque può collegarsi ad internet e vivere la propria vita nel mondo simulato di Second Life. E’ in corso una guerra di cui noi non sappiamo niente, se non ciò che ci viene mostrato attraverso la televisione da abili manipolatori embedded. Tutte queste tematiche, e altre mille, sono facilmente individuabili tra le righe dello scrittore “pazzo”, che ha intuitivamente afferrato l’odierna anima mundi postmoderna. Leggiamo nel suo diario personale, scritto a quattro mani con Dio (o chi per lui): “Il mondo è un ologramma. Noi siamo ipostasi d’informazione, codificate in un linguaggio che abbiamo perso l’abilità di decifrare”.Questo concetto,ripreso ossessivamente in decine di storie brevi e romanzi, costituisce il nuovo paradigma della fantascienza, popolarizzato da film come The Matrix.
Per tutta la vita Philip Dick, come Deckard, tentò di distinguere le realtà artificiali da quelle profondamente umane. Attraverso la letteratura, il suo personale Metodo Voight-Kampf, individuò la scintilla dell’empatia come unico discrimine tra uomini e automi. Assediati da una realtà folle, effimera e vuota, sottoposti al giogo mentale della propaganda e del marketing, possiamo solo stringerci tra noi, socializzare. E resistere. Perché, come disse nel 1972, “in una società totalitaria in cui la casta è onnipotente, i valori fondamentali del vero essere umano sono: imbrogliare, mentire, evadere, falsificare, essere ovunque, fregare la tecnologia delle autorità con apparecchi costruiti nel proprio garage”. Nel 2007, in coincidenza con la proiezione veneziana di The Final Cut, la Library Of America pubblica per la prima volta i romanzi di Philip K. Dick, facendolo definitivamente entrare nel pantheon dell’alta letteratura. Il profeta pazzo ha vagato come un nomade ontologico tra divinità, potere ed individualità, alla ricerca di trappole nel teatro del mondo. La sua saggezza consiste nella ricerca della conoscenza, l’inarrestabile dubbio cartesiano che dissolve le proprie certezze nella ricerca della verità. Dick amava la poesia dell’autore settecentesco Henry Vaughan. Come sottolinea Erik Davies, possiamo trovarlo negli ultimi versi dell’Uomo: “Con la sua turbinante ricerca, l’uomo è la spola a cui Dio impose il moto, ma non la quiete.”
21
Giu
2009

Nuovi dettagli sulle esercitazioni antiterrorismo del 7 luglio 2005 a Londra – 14/04/09

(Articolo tradotto per Megachip)

di Steve Watson – Infowars.com

Con una nota di commento redazionale di Megachip.
Peter Power rivela il nome della società con cui lavorava la mattina degli attentati londinesi

Peter Power è l’uomo che sovrintendeva alle esercitazioni su attentati terroristici a Londra durante la mattina del 7 agosto 2005, proprio mentre era in corso un attacco vero. Dopo un silenzio lungo tre anni e mezzo Power, ex direttore del dipartimento Antiterrorismo di Scotland Yard, ha rivelato ulteriori dettagli del retroscena di quei fatti con una dichiarazione che ha fatto capolino nella sezione dei commenti di un blog. Il sito, in quel momento, stava commentando le affermazioni che lo stesso Power aveva rilasciato alla BBC una settimana prima.
Come abbiamo già scritto in precedenza, l’esperto nella gestione delle crisi ha rivelato che alcune aziende hanno sfruttato la blindatura di Londra (occorsa di mercoledì, a causa delle proteste contro il G20) per inscenare una esercitazione che aveva come oggetto una pandemia di influenza.
Quando il blog di Uncensored Magazine ha postato un articolo riguardo alle attività di Peter Power, lui stesso ha risposto con una lunga dichiarazione nella quale rivela che l’azienda per cui lavorava il 7 agosto era Reed Elsevier, il gigante londinese dell’informazione.
L’azienda è per lo più conosciuta per il suo database legale Lexis/Nexis, oltre che per possedere altre fonti di informazione: ad esempio, produce un gran numero di riviste scientifiche, compresi alcune delle più grandi e rispettate. La Reed è anche un celebre ospite di imponenti mostre o eventi. Tra le altre cose, possiede parte dell’ExCel Centre nella zona portuale di Londra, dove lo scorso weekend si è tenuto il G20.

Ecco la versione integrale della dichiarazione di Peter Power:
«Riguardo all’esercitazione del 7 luglio 2005, ed i paralleli con l’attentato di quel giorno, sono state dette una marea di sciocchezze. Da allora, ho provato ripetutamente a commentare personalmente sui numerosi siti internet che, sempre più infervorati dalle loro teorie del complotto, stanno evitando ogni dibattito razionale sull’argomento. Sembra che quanti sono pronti ad iscrivere ogni coincidenza in un’elaborata teoria cospiratoria non siano inclini al dialogo con chi vuole offrire una diversa prospettiva. Ciononostante, non ho ancora perso ogni speranza. Quindi spero, forse ingenuamente, che sia rimasto qualche lettore interessato a leggere un racconto onesto e fattuale dell’esercitazione che la mia azienda ha svolto quel giorno di tre anni fa.
Sfortunatamente, nel 2008 la BBC ha rinviato un programma televisivo (della sua serie sulle cospirazioni) che avrebbe dovuto far luce su questi eventi. Siccome il produttore esecutivo e il suo staff si sono dimostrati molto equi (molti teorici della cospirazione sono stati invitati a partecipare), già tre anni fa il nostro cliente ha acconsentito a citare il nome della sua azienda nel documentario. Abbiamo addirittura concesso alla BBC tutto il materiale relativo all’esercitazione in nostro possesso. Purtroppo, nel 2008 la messa in onda è stata bloccata, perché avrebbe potuto interferire con un processo in corso. L’emittente è stata costretta a rimandarla al 2009.
All’inizio del 2005, Reed Elsevier, un’azienda specializzata nel mondo della pubblicistica e dell’informazione, che impiega un migliaio di persone a Londra e dintorni, ci ha chiesto di aiutarli a preparare un piano di gestione crisi e di condurre un esercitazione che lo mettesse in atto. Abbiamo sviluppato una varietà di bozze per scenari differenti e, infine, abbiamo fissato la data dell’esercitazione: il 7 luglio alle 9:00.
L’esercitazione che abbiamo sviluppato consisteva in una serie di procedure che sei persone (il team di gestione della crisi) avrebbero dovuto mettere in atto. Abbiamo messo tutto su PowerPoint. La nostra sede, e location dell’esercitazione, era un ufficio vicino a Chancery Lane, proprio al centro di Londra. Siccome molti membri dello staff venivano a lavoro in metropolitana, abbiamo scelto di basare l’esercitazione su un attacco con esplosivi incendiari a tre vagoni della metro. Abbiamo usato come modello un vero attentato dell’IRA del ‘92 ed altri simili.
La metropolitana londinese è stata vittima di ben 18 attentati negli anni precedenti al 2005: sceglierla era una cosa logica, non chissà che precognizione. Se teniamo questo a mente, non ci stupisce constatare che la Deutsche Bank ha svolto un’esercitazione simile qualche giorno prima di noi e, ancora prima di questa, un’esercitazione interaziendale (e molto pubblicizzata) chiamata Osiris II ha simulato un attentato alla stazione Bank. Inoltre, nel 2004 ho partecipato a una puntata di BBC Panorama insieme a Michael Portillo, in cui abbiamo discusso di come Londra avrebbe potuto reagire a determinati attentati terroristici (che in questo caso erano fittizi, inscenati dalla BBC).
In breve, buona parte della ricerca su cui la nostra esercitazione si basava era già stata fatta. Lo scenario che abbiamo sviluppato per il nostro cliente iniziava con una serie di false notizie (prese dal sopraccitata trasmissione Panorama) e gli eventi in questione si sviluppavano solo sullo schermo, come in ogni altra esercitazione di questo tipo. Erano narrati da un facilitatore, senza elementi esterni o azioni che non accadessero nel nostro ufficio. Abbiamo incluso nel nostro scenario anche l’esplosione di una bomba nei pressi dell’ufficio del magazine «Jewish Chronicle»: i nostri terroristi immaginari erano coscienti che quello era il luogo in cui sarebbero transitati molti dei pendolari che si dirigevano al loro lavoro, dato che alcune delle stazioni della metro avrebbero dovuto chiudere. Delle otto stazioni metro che rientravano nell’area dell’esercitazione, ne abbiamo scelto tre. Proprio le tre che sono state colpite dagli eventi drammatici del 7 luglio 2005. È stata una conferma della validità del nostro scenario, anche se avremmo preferito farne a meno.
Non è inusuale che un’esercitazione si trasformi in una crisi reale. Per esempio, nel gennaio del 2003, trenta persone sono state ferite quando il deragliamento di una metropolitana ha scagliato i vagoni contro un muro. Contemporaneamente, la polizia londinese stava svolgendo un’esercitazione simile, che il reparto vittime dovette interrompere per andare ad occuparsi dell’evento reale.
Un numero sorprendente di persone non riesce ad accettare queste coincidenze come tali. Credono che debba esserci dietro una cospirazione. Rifiutano di accettare che, se si svolge un’indagine approfondita per sviluppare il proprio scenario, si otterrà un’esercitazione i cui contenuti sono altamente probabili. Comunque, l’unico motivo per cui ho acconsentito a parlare in TV quel giorno, quando c’era ancora molta confusione sull’attentato, era quello di incoraggiare altre organizzazioni a pianificare nuove esercitazioni. Sappiamo bene che la minaccia del terrorismo è, e rimane, reale. Una conseguenza di questo è che, senza meritarlo, l’Islam, una grande fede abramitica e monoteista (insieme all’Ebraismo ed il Cristianesimo), è divenuta oggetto di odio da parte di molta gente.»

Per ricapitolare: nel pomeriggio del 7 luglio 2005, Power ha rivelato a un intervistatore alla radio della BBC che la sua azienda stava svolgendo per un non meglio precisato gruppo di un migliaio di persone un’esercitazione incentrata sull’esplosione contemporanea di tre bombe in tre stazioni della metropolitana, nello stesso momento in cui l’attentato reale si è svolto.
Ecco la trascrizione dell’intervista radiofonica.
PETER POWER: «Alle otto e mezza di questa mattina stavamo conducendo un’esercitazione per un’azienda che conta oltre un migliaio di persone a Londra, nella quale prendevamo in considerazione un attentato identico a quello accaduto stamattina. Ho ancora i capelli dritti dalla paura.»
BBC: «Per capirci: stavate conducendo un’esercitazione per vedere come avremmo dovuto reagire ad un attentato che poi è successo realmente?»
POWER: «Proprio così. L’abbiamo programmato verso le nove, per un’azienda che ovviamente preferisco non menzionare, anche se so che ci stanno ascoltando e sanno tutto. Avevamo una stanza piena di esperti nella gestione delle crisi che si erano appena incontrati per la prima volta e così, in cinque minuti, ci siamo resi conto che quello che avevamo elaborato stava accadendo veramente. Abbiamo deciso rapidamente di mettere in atto tutte le misure necessarie per contenere la crisi.»

Una tale coincidenza è assolutamente incredibile e, per questo, alcuni ipotizzano che il piano di Power sia stato messo in atto in anticipo o usato da persone che già sapevano degli attentati prima che avessero luogo.

La stessa cosa è accaduta l’11 settembre, quando alcune esercitazioni incentrate su aerei dirottati si sono sovrapposte a dirottamenti reali. Alcuni pensano che le esercitazioni avrebbe potuto fungere da copertura per l’attentato, nel caso in cui i suoi responsabili fossero stati catturati.

Power ha alluso alla natura di queste simulazioni dopo il 7 luglio, nel tentativo di smorzare il significato di queste coincidenze.

Meno di una settimana dopo l’attentato, mentre Power ed i consulenti della sua azienda (la Visor) ricevevano valanghe di e-mail e domande sull’esercitazione, scaturite principalmente dai nostri articoli in merito, è stata rilasciata la seguente dichiarazione:

«Oltre a questo, non faremo altri commenti. Dato lo straordinario numero di messaggi che ci è arrivato da persone disinformate, non risponderemo a nessuno che non possa certificare una buona ragione per chiederci ulteriori dettagli (ad esempio giornalisti o accademici).»
L’eventuale coinvolgimento di Power nell’attentato è altamente improbabile: perché avrebbe annunciato l’esercitazione ad una radio nazionale poche ore dopo l’attentato? Ma la sua reazione alle domande riguardanti l’esercitazione hanno messo in luce un disagio nel trattare questi argomenti.

Traduzione per Megachip a cura Massimo Spiga.
Articolo originale: “Peter Power Reveals More Details of 7/7 Terrorist Bombing Drills“

Nel dicembre 2007, Power è stato avvicinato da un gruppo di membri del gruppo We Are Change. Con educazione, gli hanno spiegato chi fossero e cosa stavano facendo. Lui ha rifiutato di rispondere alle loro domande davanti ad una telecamera. Ha detto che non tollerava simili approcci.

Guarda il video:

Un altro video clamoroso:
Le impressionanti dichiarazioni di Peter Power rese alla TV il 7 luglio 2005 (traduzione e sottotitoli in italiano a cura di luogocomune.net):

Nota di Megachip:
Peter Power vuole dirci che le esercitazioni di simulazione sono un fatto routinario e che l’esercitazione del 7 luglio non usciva dall’ordinario, semplicemente ha ‘coinciso’ con gli attentati reali. Una bazzecola.
In realtà gli scenari definiti ‘walk through’ non hanno nulla di routinario. Nemmeno l’esercitazione di simulazione d’attentati della società di Power era affatto una coincidenza isolata.
Sia in occasione degli attentati londinesi, sia in corrispondenza degli attacchi dell’11 settembre 2001 negli USA erano in corso esercitazioni che riproducevano scenari molto vicini a quanto accadeva realmente.
Per giustificare l’impreparazione della Difesa americana di fronte agli attentati dell’11 settembre, i commentatori ben accreditati presso i mass media a larga diffusione e i governi, hanno parlato di eventi ‘imprevedibili’.
Ma ci sono altri fatti che, lungi dall’accreditare imprevedibilità, sembrano eccezionali precognizioni. Esercitazioni simili erano già state effettuate. Come si è potuto leggere su «USA Today», nei due anni che hanno preceduto gli attentati dell’11 settembre « il comando della difesa aerea della regione nordamericana [North American Aerospace Defense Command, NORAD, responsabile della difesa aerea di USA e Canada] ha condotto esercitazioni che simulavano quel che la Casa Bianca ha in seguito qualificato inimmaginabile[…]: l’utilizzazione di aerei dirottati come arma nel farli schiantare su degli obiettivi.» Esiste dunque l’ombrello di una routine che toglie aloni di sospetto alle azioni che vi si riparano. Chi prepara un attentato può includere le operazioni in tante azioni parcellizzate che si innestano nel quadro delle esercitazioni.
Un’ottima rappresentazione ricca di tabelle cronologiche e con un’interpretazione molto inquietante delle tante esercitazioni dell’11/9 è contenuta in un capitolo del libro “ZERO”. Il capitolo è stato scritto da Webster Griffin Tarpley e s’intitola “Anatomia di un Coup d’État”.
Un articolo apparso sul «New York Times» appena 20 giorni dopo i fatti di Londra riportava le conclusioni di molti esponenti della polizia e dell’intelligence, tese a escludere che i quattro presunti terroristi avessero pianificato di suicidarsi, perché invece furono «abbindolati fino a una trappola letale». Lo scenario che emerge in quest’ipotesi è che i supposti attentatori siano stati in qualche modo coinvolti in un’impresa che però non controllavano.
Nel programma Day Side del canale FOX News del 29 luglio 2005 l’esperto di terrorismo John Loftus, già procuratore al Dipartimento USA della Giustizia, spiegò che la presunta ‘mente’ degli attentati londinesi, Haroon Rashid Aswat, era una risorsa dell’intelligence britannica.
Sono scenari che – quando il dibattito era più libero e perciò capace di approssimarsi alla verità – sarebbero stati definiti da “Terrorismo di Stato” anche nei media mainstream.

21
Giu
2009

Un personal computer non così personal – 30/03/09

(Questo articolo è stato tradotto per Megachip)

di «Russia Today»

I personal computer potrebbero diventare ben poco privati in futuro, grazie alle leggi proposte dagli Stati Uniti e da qualche governo europeo. Queste misure, infatti, permetterebbero allo stato di accedere ai contenuti del vostro hard disk. L’amministrazione Obama mantiene un inusuale livello di segretezza sui dettagli di questa iniziativa, e questo alimenta le preoccupazioni degli utenti di computer e degli attivisti per i diritti civili. Ormai, quasi tutti siamo in possesso di un lettore MP3 e di un portatile. Ma cosa accadrebbe se il governo, senza alcun motivo specifico, si concedesse il potere di accedervi? L’amministrazione Obama, con una riservatezza pressoché assoluta, sta rifinendo un trattato internazionale sul copyright insieme ad altre nazioni europee. Grazie all’ACTA (Accordo di Commercio Anti-Falsificazione), i governi godranno di nuovi, estesi poteri per ciò che riguarda la perquisizione ed il sequestro dei materiali ritenuti in violazione del diritto d’autore. Mentre il governo Obama etichetta questi piani segreti con il bollino della “sicurezza nazionale”, Richard Stallman, un importante attivista per la libertà informatica, li definisce una “guerra alla condivisione”.
«Siccome, se li conoscessimo, non ci piacerebbero, si sono impegnati in un operazione di “riciclaggio legislativo”» afferma Stillman. «Così si bypassa la democrazia e loro possono farci quello che vogliono. Immagino che la nuova legislazione sarà terribile perché, se così non fosse, non avrebbero bisogno di agire in modo così circospetto». Finora, le questioni di copyright rientrano nella giustizia civile. Obama vuole renderle una violazione penale. E, anche se le statistiche più recenti confermano che in media il lettore MP3 di ogni teenager contiene più di 800 canzoni scaricate illegalmente, difficilmente si può inquadrare il problema in termini di “sicurezza nazionale”. Si pensa che uno degli obiettivi del trattato sia la condivisione peer-to-peer, cioè quella in cui un utente passa del software ad un altro utente. Ma la direzione in cui andranno queste nuove norme sarà quella di lasciare che il Grande Fratello ci tenga d’occhio, questa volta ad un livello completamente diverso.
Le indiscrezioni dalle nostre fonti ci indicano, ad esempio, che la polizia di frontiera avrà poteri di perquisizione senza precedenti e potrà effettuarle senza un mandato. Potranno passare in rassegna, copiare e confiscare ogni materiale digitale nel laptop dei cittadini. Musica, film, giochi, ma anche dati personali. Per alcuni, il computer ed i suoi contenuti sono paragonabili ad un cassetto della biancheria e sono convinti che il governo non dovrebbe metterci le zampe. O, almeno, dovrebbe avere un buon motivo per farlo. Altri commentatori aggiungono che il processo di creazione di questa nuova legge va contro tutto ciò per cui Obama si è candidato alla presidenza, specialmente la trasparenza. È anche stato sottolineato che le nazioni impegnate in questo trattato non includono importanti attori internazionali, come la Cina, la Russia ed il Brasile.

Leggi l’articolo originale

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