21
Giu
2009

Descartes a mano armata

(Pubblicato su Teorema – Rivista sarda di cinema n°4, novembre 2006)


Si continua a parlare di Blade Runner, il capolavoro di Ridley Scott che seguita a ricombinarsi e trasformarsi in “versioni” sempre più aggiornate, come un software. O un replicante. Proiettato in anteprima assoluta alla 64° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, Blade Runner: The Final Cut é la terza incarnazione del capolavoro che ha scritto le regole della nuova science fiction,colpendo come un maglio il pubblico ignaro che, nel 1982, ancora dormiva sotto il sortilegio della fantascienza mainstream. Si è contrapposto a psicologie cartonate e giochi di prestigio in CGI, proiettandoci in un incubo cyberpunk in cui ad un alta tecnologia corrisponde un valore della vita pressoché inesistente. Blade Runner è un tech-noir che racconta la storia di Deckard, un cacciatore di androidi assoldato da una megacorporazione per scovare e “ritirare” quattro replicanti fuori controllo. Che nella neolingua del 2019 significa uccidere, se si può veramente uccidere quello che la percezione pubblica vede come un bene di consumo.
Parallelamente, il film racconta la storia degli androidi rinnegati, piagati da una vita artificialmente abbreviata ed un’ansia ossessiva di incontrare il loro Creatore: Tyrell, un incrocio tra Bill Gates e il dottor Frankenstein, produttore di schiavi sintetici a basso costo. Ma Blade Runner va molto oltre Mary Shelley: in questo film, la creazione di esseri umani artificiali è già massificata, banalizzata, commercializzata. L’uomo conosce da tempo “cose che non era destinato a sapere” ed é chiaro come l’esistenza di limiti sacri alla portata della tecnologia sia una semplice illusione. Il pensiero stesso, nell’era post-informatica, é un processo codificabile e replicabile su scala industriale.
Su queste basi, i replicanti rivendicano la loro umanità, al motto di Cogito Ergo Sum (è significativo che il nome della loro nemesi, Deckard, suoni nella pronuncia americana identico a Descartes). Blade Runner portò la fantascienza ad un livello più primario, feroce, psichico. E’ guerriglia ontologica, sprofondata in incubo urbano monumentale e globalizzato. Come direbbe Frank Lloyd Wright, la Los Angeles del film da “l’illusione che gli americani debbano essere un grande popolo per aver innalzato, e ad una simile altezza,questo pesante sbarramento di trappole commerciali per l’uomo”. Soprattutto in quel mondo, in cui il limite tra Dio ed il Capitalismo appare terribilmente sfuocato. Nel 1992, la produzione trovò opportuno realizzare un Director’s Cut, per adeguare l’opera ad un gusto più moderno (il pubblico lo chiamava Blade Crawler,che significa “strisciante”). Troppo lento. Troppo retrò. Indigeribile per gli stomaci adrenalinici della nostra monocultura, che divora, assorbe e ricicla ogni universo esotico e lo risputa normalizzato alle regole del mercato. Ridley Scott supervisionò il progetto in maniera superficiale e la lavorazione fu piuttosto sbrigativa, ma non intaccò l’opera. La amplificò. Il Director’s Cut aggiunse nuovi strati concettuali, maggiori ambiguità, più ritmo. Il nostro Descartes Con Pistola fu radicalmente rivisto, lasciandoci intendere che anche lui potrebbe essere un replicante. Le basi su cui poggiava la nostra interpretazione del film evaporarono, lasciandoci persi in un mare di specchi ed ambiguità.
Ed eccoci al 2007, un anno che ha dato molto alle frange lunatiche della fantascienza. Dopo sette anni di battaglie legali, Blade Runner: The Final Cut sbarca a Venezia e si riconferma, se ancora ce ne fosse bisogno, come possibile punto di partenza del pensiero pop del 21° secolo. E’ una supercompressione di Badruillard, una veloce dose di postmodernismo tagliato con robusto pulp. Il Final Cut non altera sostanzialmente il film, ma corregge alcune storture di montaggio dovute alla realizzazione precipitosa della precedente versione. Immagino che, vedendoci attraverso la membrana dello schermo cinematografico, quest’opera non possa che sogghignare sinistramente: con il passare del tempo le assomigliamo sempre di più. Una delle sue colonne portanti, a livello narrativo, è il Metodo VoightKampf. Con questo test, i cacciatori di androidi sono capaci di distinguere i replicanti dagli esseri umani. Li pongono sotto stress emotivo con domande e racconti truculenti per poi misurarne le reazioni emotive: solo gli esseri umani “inautentici” non provano empatia. L’intero film ci spinge ad identificarci negli androidi e mette alla prova le nostre emozioni. E’ un test VoightKampf. La cavia sei tu.
Questo tipo di metanarrazione, che si rifà direttamente al concetto di “iperrealtà” postmoderno, è la chiave di lettura privilegiata per chiunque voglia spingersi oltre il film e ricercarne le profonde radici. Quando, venticinque anni fa, Blade Runner si impose nell’immaginario collettivo, ci venne detto che era tratto da un oscuro e quasi sconosciuto romanzetto di un autore pulp. Un tipo strano, che scriveva opere con titoli come Gli Androidi Sognano Pecore Elettriche? (1965) e passò tutta la vita a descrivere le realtà artificiali di cui aveva paura. Parliamo di Philip K. Dick. Una veloce indagine nella mitologia personale dell’allora anonimo autore, ci mostra uno scrittore di science fiction popolare che sniffava speed quotidianamente ed era convinto che l’FBI lo spiasse. Lasciava delle piccole note sotto il bidone della spazzatura davanti al suo domicilio, in cui denunciava i suoi amici e conoscenti alle presunte forze dell’ordine che avrebbero dovuto ritirare il “materiale scottante”. Lavorava in maniera frenetica, con picchi di 4 libri all’anno e session di scrittura di 96 ore filate. Quando abbandonò il pianeta terra, si lasciò alle spalle cinque ex-mogli, 121 storie brevi, una sessantina di romanzi ed un diario personale di 8000 pagine, in cui erano annotati minuziosamente i messaggi che Dio gli spedì attraverso un raggio laser rosa. O, almeno, questo è ciò che credeva.
Philip K. Dick viveva in un mondo di sua creazione, in cui il progresso tecnologico, il mercato, la religione e i mezzi di comunicazione di massa erano mischiati in un cocktail esplosivo che distrugge ogni pretesa di realtà oggettiva ed elimina ogni libertà. Sia chiaro, era un maniaco. Ed è per questo che ci somiglia. Philip K. Dick viveva e commentava il 21° secolo con cinquant’anni d’anticipo. Il romanzo da cui ha avuto origine Blade Runner contiene, in nuce, tutti i problemi che la fantascienza e la modernità stanno ancora lottando per comprendere e superare. Mentre scrivo, tecnici zelanti di San Diego producono cromosomi artificiali, che porteranno prima o poi alla creazione di veri e propri replicanti. Chiunque può collegarsi ad internet e vivere la propria vita nel mondo simulato di Second Life. E’ in corso una guerra di cui noi non sappiamo niente, se non ciò che ci viene mostrato attraverso la televisione da abili manipolatori embedded. Tutte queste tematiche, e altre mille, sono facilmente individuabili tra le righe dello scrittore “pazzo”, che ha intuitivamente afferrato l’odierna anima mundi postmoderna. Leggiamo nel suo diario personale, scritto a quattro mani con Dio (o chi per lui): “Il mondo è un ologramma. Noi siamo ipostasi d’informazione, codificate in un linguaggio che abbiamo perso l’abilità di decifrare”.Questo concetto,ripreso ossessivamente in decine di storie brevi e romanzi, costituisce il nuovo paradigma della fantascienza, popolarizzato da film come The Matrix.
Per tutta la vita Philip Dick, come Deckard, tentò di distinguere le realtà artificiali da quelle profondamente umane. Attraverso la letteratura, il suo personale Metodo Voight-Kampf, individuò la scintilla dell’empatia come unico discrimine tra uomini e automi. Assediati da una realtà folle, effimera e vuota, sottoposti al giogo mentale della propaganda e del marketing, possiamo solo stringerci tra noi, socializzare. E resistere. Perché, come disse nel 1972, “in una società totalitaria in cui la casta è onnipotente, i valori fondamentali del vero essere umano sono: imbrogliare, mentire, evadere, falsificare, essere ovunque, fregare la tecnologia delle autorità con apparecchi costruiti nel proprio garage”. Nel 2007, in coincidenza con la proiezione veneziana di The Final Cut, la Library Of America pubblica per la prima volta i romanzi di Philip K. Dick, facendolo definitivamente entrare nel pantheon dell’alta letteratura. Il profeta pazzo ha vagato come un nomade ontologico tra divinità, potere ed individualità, alla ricerca di trappole nel teatro del mondo. La sua saggezza consiste nella ricerca della conoscenza, l’inarrestabile dubbio cartesiano che dissolve le proprie certezze nella ricerca della verità. Dick amava la poesia dell’autore settecentesco Henry Vaughan. Come sottolinea Erik Davies, possiamo trovarlo negli ultimi versi dell’Uomo: “Con la sua turbinante ricerca, l’uomo è la spola a cui Dio impose il moto, ma non la quiete.”
21
Giu
2009

Nuovi dettagli sulle esercitazioni antiterrorismo del 7 luglio 2005 a Londra – 14/04/09

(Articolo tradotto per Megachip)

di Steve Watson – Infowars.com

Con una nota di commento redazionale di Megachip.
Peter Power rivela il nome della società con cui lavorava la mattina degli attentati londinesi

Peter Power è l’uomo che sovrintendeva alle esercitazioni su attentati terroristici a Londra durante la mattina del 7 agosto 2005, proprio mentre era in corso un attacco vero. Dopo un silenzio lungo tre anni e mezzo Power, ex direttore del dipartimento Antiterrorismo di Scotland Yard, ha rivelato ulteriori dettagli del retroscena di quei fatti con una dichiarazione che ha fatto capolino nella sezione dei commenti di un blog. Il sito, in quel momento, stava commentando le affermazioni che lo stesso Power aveva rilasciato alla BBC una settimana prima.
Come abbiamo già scritto in precedenza, l’esperto nella gestione delle crisi ha rivelato che alcune aziende hanno sfruttato la blindatura di Londra (occorsa di mercoledì, a causa delle proteste contro il G20) per inscenare una esercitazione che aveva come oggetto una pandemia di influenza.
Quando il blog di Uncensored Magazine ha postato un articolo riguardo alle attività di Peter Power, lui stesso ha risposto con una lunga dichiarazione nella quale rivela che l’azienda per cui lavorava il 7 agosto era Reed Elsevier, il gigante londinese dell’informazione.
L’azienda è per lo più conosciuta per il suo database legale Lexis/Nexis, oltre che per possedere altre fonti di informazione: ad esempio, produce un gran numero di riviste scientifiche, compresi alcune delle più grandi e rispettate. La Reed è anche un celebre ospite di imponenti mostre o eventi. Tra le altre cose, possiede parte dell’ExCel Centre nella zona portuale di Londra, dove lo scorso weekend si è tenuto il G20.

Ecco la versione integrale della dichiarazione di Peter Power:
«Riguardo all’esercitazione del 7 luglio 2005, ed i paralleli con l’attentato di quel giorno, sono state dette una marea di sciocchezze. Da allora, ho provato ripetutamente a commentare personalmente sui numerosi siti internet che, sempre più infervorati dalle loro teorie del complotto, stanno evitando ogni dibattito razionale sull’argomento. Sembra che quanti sono pronti ad iscrivere ogni coincidenza in un’elaborata teoria cospiratoria non siano inclini al dialogo con chi vuole offrire una diversa prospettiva. Ciononostante, non ho ancora perso ogni speranza. Quindi spero, forse ingenuamente, che sia rimasto qualche lettore interessato a leggere un racconto onesto e fattuale dell’esercitazione che la mia azienda ha svolto quel giorno di tre anni fa.
Sfortunatamente, nel 2008 la BBC ha rinviato un programma televisivo (della sua serie sulle cospirazioni) che avrebbe dovuto far luce su questi eventi. Siccome il produttore esecutivo e il suo staff si sono dimostrati molto equi (molti teorici della cospirazione sono stati invitati a partecipare), già tre anni fa il nostro cliente ha acconsentito a citare il nome della sua azienda nel documentario. Abbiamo addirittura concesso alla BBC tutto il materiale relativo all’esercitazione in nostro possesso. Purtroppo, nel 2008 la messa in onda è stata bloccata, perché avrebbe potuto interferire con un processo in corso. L’emittente è stata costretta a rimandarla al 2009.
All’inizio del 2005, Reed Elsevier, un’azienda specializzata nel mondo della pubblicistica e dell’informazione, che impiega un migliaio di persone a Londra e dintorni, ci ha chiesto di aiutarli a preparare un piano di gestione crisi e di condurre un esercitazione che lo mettesse in atto. Abbiamo sviluppato una varietà di bozze per scenari differenti e, infine, abbiamo fissato la data dell’esercitazione: il 7 luglio alle 9:00.
L’esercitazione che abbiamo sviluppato consisteva in una serie di procedure che sei persone (il team di gestione della crisi) avrebbero dovuto mettere in atto. Abbiamo messo tutto su PowerPoint. La nostra sede, e location dell’esercitazione, era un ufficio vicino a Chancery Lane, proprio al centro di Londra. Siccome molti membri dello staff venivano a lavoro in metropolitana, abbiamo scelto di basare l’esercitazione su un attacco con esplosivi incendiari a tre vagoni della metro. Abbiamo usato come modello un vero attentato dell’IRA del ‘92 ed altri simili.
La metropolitana londinese è stata vittima di ben 18 attentati negli anni precedenti al 2005: sceglierla era una cosa logica, non chissà che precognizione. Se teniamo questo a mente, non ci stupisce constatare che la Deutsche Bank ha svolto un’esercitazione simile qualche giorno prima di noi e, ancora prima di questa, un’esercitazione interaziendale (e molto pubblicizzata) chiamata Osiris II ha simulato un attentato alla stazione Bank. Inoltre, nel 2004 ho partecipato a una puntata di BBC Panorama insieme a Michael Portillo, in cui abbiamo discusso di come Londra avrebbe potuto reagire a determinati attentati terroristici (che in questo caso erano fittizi, inscenati dalla BBC).
In breve, buona parte della ricerca su cui la nostra esercitazione si basava era già stata fatta. Lo scenario che abbiamo sviluppato per il nostro cliente iniziava con una serie di false notizie (prese dal sopraccitata trasmissione Panorama) e gli eventi in questione si sviluppavano solo sullo schermo, come in ogni altra esercitazione di questo tipo. Erano narrati da un facilitatore, senza elementi esterni o azioni che non accadessero nel nostro ufficio. Abbiamo incluso nel nostro scenario anche l’esplosione di una bomba nei pressi dell’ufficio del magazine «Jewish Chronicle»: i nostri terroristi immaginari erano coscienti che quello era il luogo in cui sarebbero transitati molti dei pendolari che si dirigevano al loro lavoro, dato che alcune delle stazioni della metro avrebbero dovuto chiudere. Delle otto stazioni metro che rientravano nell’area dell’esercitazione, ne abbiamo scelto tre. Proprio le tre che sono state colpite dagli eventi drammatici del 7 luglio 2005. È stata una conferma della validità del nostro scenario, anche se avremmo preferito farne a meno.
Non è inusuale che un’esercitazione si trasformi in una crisi reale. Per esempio, nel gennaio del 2003, trenta persone sono state ferite quando il deragliamento di una metropolitana ha scagliato i vagoni contro un muro. Contemporaneamente, la polizia londinese stava svolgendo un’esercitazione simile, che il reparto vittime dovette interrompere per andare ad occuparsi dell’evento reale.
Un numero sorprendente di persone non riesce ad accettare queste coincidenze come tali. Credono che debba esserci dietro una cospirazione. Rifiutano di accettare che, se si svolge un’indagine approfondita per sviluppare il proprio scenario, si otterrà un’esercitazione i cui contenuti sono altamente probabili. Comunque, l’unico motivo per cui ho acconsentito a parlare in TV quel giorno, quando c’era ancora molta confusione sull’attentato, era quello di incoraggiare altre organizzazioni a pianificare nuove esercitazioni. Sappiamo bene che la minaccia del terrorismo è, e rimane, reale. Una conseguenza di questo è che, senza meritarlo, l’Islam, una grande fede abramitica e monoteista (insieme all’Ebraismo ed il Cristianesimo), è divenuta oggetto di odio da parte di molta gente.»

Per ricapitolare: nel pomeriggio del 7 luglio 2005, Power ha rivelato a un intervistatore alla radio della BBC che la sua azienda stava svolgendo per un non meglio precisato gruppo di un migliaio di persone un’esercitazione incentrata sull’esplosione contemporanea di tre bombe in tre stazioni della metropolitana, nello stesso momento in cui l’attentato reale si è svolto.
Ecco la trascrizione dell’intervista radiofonica.
PETER POWER: «Alle otto e mezza di questa mattina stavamo conducendo un’esercitazione per un’azienda che conta oltre un migliaio di persone a Londra, nella quale prendevamo in considerazione un attentato identico a quello accaduto stamattina. Ho ancora i capelli dritti dalla paura.»
BBC: «Per capirci: stavate conducendo un’esercitazione per vedere come avremmo dovuto reagire ad un attentato che poi è successo realmente?»
POWER: «Proprio così. L’abbiamo programmato verso le nove, per un’azienda che ovviamente preferisco non menzionare, anche se so che ci stanno ascoltando e sanno tutto. Avevamo una stanza piena di esperti nella gestione delle crisi che si erano appena incontrati per la prima volta e così, in cinque minuti, ci siamo resi conto che quello che avevamo elaborato stava accadendo veramente. Abbiamo deciso rapidamente di mettere in atto tutte le misure necessarie per contenere la crisi.»

Una tale coincidenza è assolutamente incredibile e, per questo, alcuni ipotizzano che il piano di Power sia stato messo in atto in anticipo o usato da persone che già sapevano degli attentati prima che avessero luogo.

La stessa cosa è accaduta l’11 settembre, quando alcune esercitazioni incentrate su aerei dirottati si sono sovrapposte a dirottamenti reali. Alcuni pensano che le esercitazioni avrebbe potuto fungere da copertura per l’attentato, nel caso in cui i suoi responsabili fossero stati catturati.

Power ha alluso alla natura di queste simulazioni dopo il 7 luglio, nel tentativo di smorzare il significato di queste coincidenze.

Meno di una settimana dopo l’attentato, mentre Power ed i consulenti della sua azienda (la Visor) ricevevano valanghe di e-mail e domande sull’esercitazione, scaturite principalmente dai nostri articoli in merito, è stata rilasciata la seguente dichiarazione:

«Oltre a questo, non faremo altri commenti. Dato lo straordinario numero di messaggi che ci è arrivato da persone disinformate, non risponderemo a nessuno che non possa certificare una buona ragione per chiederci ulteriori dettagli (ad esempio giornalisti o accademici).»
L’eventuale coinvolgimento di Power nell’attentato è altamente improbabile: perché avrebbe annunciato l’esercitazione ad una radio nazionale poche ore dopo l’attentato? Ma la sua reazione alle domande riguardanti l’esercitazione hanno messo in luce un disagio nel trattare questi argomenti.

Traduzione per Megachip a cura Massimo Spiga.
Articolo originale: “Peter Power Reveals More Details of 7/7 Terrorist Bombing Drills“

Nel dicembre 2007, Power è stato avvicinato da un gruppo di membri del gruppo We Are Change. Con educazione, gli hanno spiegato chi fossero e cosa stavano facendo. Lui ha rifiutato di rispondere alle loro domande davanti ad una telecamera. Ha detto che non tollerava simili approcci.

Guarda il video:

Un altro video clamoroso:
Le impressionanti dichiarazioni di Peter Power rese alla TV il 7 luglio 2005 (traduzione e sottotitoli in italiano a cura di luogocomune.net):

Nota di Megachip:
Peter Power vuole dirci che le esercitazioni di simulazione sono un fatto routinario e che l’esercitazione del 7 luglio non usciva dall’ordinario, semplicemente ha ‘coinciso’ con gli attentati reali. Una bazzecola.
In realtà gli scenari definiti ‘walk through’ non hanno nulla di routinario. Nemmeno l’esercitazione di simulazione d’attentati della società di Power era affatto una coincidenza isolata.
Sia in occasione degli attentati londinesi, sia in corrispondenza degli attacchi dell’11 settembre 2001 negli USA erano in corso esercitazioni che riproducevano scenari molto vicini a quanto accadeva realmente.
Per giustificare l’impreparazione della Difesa americana di fronte agli attentati dell’11 settembre, i commentatori ben accreditati presso i mass media a larga diffusione e i governi, hanno parlato di eventi ‘imprevedibili’.
Ma ci sono altri fatti che, lungi dall’accreditare imprevedibilità, sembrano eccezionali precognizioni. Esercitazioni simili erano già state effettuate. Come si è potuto leggere su «USA Today», nei due anni che hanno preceduto gli attentati dell’11 settembre « il comando della difesa aerea della regione nordamericana [North American Aerospace Defense Command, NORAD, responsabile della difesa aerea di USA e Canada] ha condotto esercitazioni che simulavano quel che la Casa Bianca ha in seguito qualificato inimmaginabile[…]: l’utilizzazione di aerei dirottati come arma nel farli schiantare su degli obiettivi.» Esiste dunque l’ombrello di una routine che toglie aloni di sospetto alle azioni che vi si riparano. Chi prepara un attentato può includere le operazioni in tante azioni parcellizzate che si innestano nel quadro delle esercitazioni.
Un’ottima rappresentazione ricca di tabelle cronologiche e con un’interpretazione molto inquietante delle tante esercitazioni dell’11/9 è contenuta in un capitolo del libro “ZERO”. Il capitolo è stato scritto da Webster Griffin Tarpley e s’intitola “Anatomia di un Coup d’État”.
Un articolo apparso sul «New York Times» appena 20 giorni dopo i fatti di Londra riportava le conclusioni di molti esponenti della polizia e dell’intelligence, tese a escludere che i quattro presunti terroristi avessero pianificato di suicidarsi, perché invece furono «abbindolati fino a una trappola letale». Lo scenario che emerge in quest’ipotesi è che i supposti attentatori siano stati in qualche modo coinvolti in un’impresa che però non controllavano.
Nel programma Day Side del canale FOX News del 29 luglio 2005 l’esperto di terrorismo John Loftus, già procuratore al Dipartimento USA della Giustizia, spiegò che la presunta ‘mente’ degli attentati londinesi, Haroon Rashid Aswat, era una risorsa dell’intelligence britannica.
Sono scenari che – quando il dibattito era più libero e perciò capace di approssimarsi alla verità – sarebbero stati definiti da “Terrorismo di Stato” anche nei media mainstream.

21
Giu
2009

Un personal computer non così personal – 30/03/09

(Questo articolo è stato tradotto per Megachip)

di «Russia Today»

I personal computer potrebbero diventare ben poco privati in futuro, grazie alle leggi proposte dagli Stati Uniti e da qualche governo europeo. Queste misure, infatti, permetterebbero allo stato di accedere ai contenuti del vostro hard disk. L’amministrazione Obama mantiene un inusuale livello di segretezza sui dettagli di questa iniziativa, e questo alimenta le preoccupazioni degli utenti di computer e degli attivisti per i diritti civili. Ormai, quasi tutti siamo in possesso di un lettore MP3 e di un portatile. Ma cosa accadrebbe se il governo, senza alcun motivo specifico, si concedesse il potere di accedervi? L’amministrazione Obama, con una riservatezza pressoché assoluta, sta rifinendo un trattato internazionale sul copyright insieme ad altre nazioni europee. Grazie all’ACTA (Accordo di Commercio Anti-Falsificazione), i governi godranno di nuovi, estesi poteri per ciò che riguarda la perquisizione ed il sequestro dei materiali ritenuti in violazione del diritto d’autore. Mentre il governo Obama etichetta questi piani segreti con il bollino della “sicurezza nazionale”, Richard Stallman, un importante attivista per la libertà informatica, li definisce una “guerra alla condivisione”.
«Siccome, se li conoscessimo, non ci piacerebbero, si sono impegnati in un operazione di “riciclaggio legislativo”» afferma Stillman. «Così si bypassa la democrazia e loro possono farci quello che vogliono. Immagino che la nuova legislazione sarà terribile perché, se così non fosse, non avrebbero bisogno di agire in modo così circospetto». Finora, le questioni di copyright rientrano nella giustizia civile. Obama vuole renderle una violazione penale. E, anche se le statistiche più recenti confermano che in media il lettore MP3 di ogni teenager contiene più di 800 canzoni scaricate illegalmente, difficilmente si può inquadrare il problema in termini di “sicurezza nazionale”. Si pensa che uno degli obiettivi del trattato sia la condivisione peer-to-peer, cioè quella in cui un utente passa del software ad un altro utente. Ma la direzione in cui andranno queste nuove norme sarà quella di lasciare che il Grande Fratello ci tenga d’occhio, questa volta ad un livello completamente diverso.
Le indiscrezioni dalle nostre fonti ci indicano, ad esempio, che la polizia di frontiera avrà poteri di perquisizione senza precedenti e potrà effettuarle senza un mandato. Potranno passare in rassegna, copiare e confiscare ogni materiale digitale nel laptop dei cittadini. Musica, film, giochi, ma anche dati personali. Per alcuni, il computer ed i suoi contenuti sono paragonabili ad un cassetto della biancheria e sono convinti che il governo non dovrebbe metterci le zampe. O, almeno, dovrebbe avere un buon motivo per farlo. Altri commentatori aggiungono che il processo di creazione di questa nuova legge va contro tutto ciò per cui Obama si è candidato alla presidenza, specialmente la trasparenza. È anche stato sottolineato che le nazioni impegnate in questo trattato non includono importanti attori internazionali, come la Cina, la Russia ed il Brasile.

Leggi l’articolo originale

21
Giu
2009

Le magliette che mostrano la disposizione mentale che ha portato ai crimini di Guerra a Gaza – 24/03/09

(Questo articolo è stato tradotto per Megachip)

di Adam Horowitz – da Mondoweiss

«Ha’aretz» prosegue con la pubblicazione delle testimonianze dei soldati impiegati a Gaza. L’articolo completo si trova qui. È interessante perché mostra senza riserve il fervore messianico che alimentava la politica di punizione collettiva perseguita dal governo israeliano durante l’Operazione Piombo Fuso. Non lo commenterò ulteriormente, andate a leggerlo. Voglio parlare di un altro articolo, pubblicato proprio oggi da «Ha’aretz». Il pezzo è firmato da Uri Blau ed è intitolato “Se non lasciate vergini non ci saranno attentati“. Si incentra sull’abitudine dei soldati israeliani di farsi stampare maglie personalizzate che recano il logo della loro unità insieme a slogan di vario tipo. Di seguito, potete vedere qualche esempio di queste magliette e della grafica che le adorna. Queste immagini sono comparse solo sull’edizione in lingua ebraica del sito di «Ha’aretz»:

– Una T-shirt per cecchini di fanteria reca la frase “Meglio usare Durex” vicino al disegno di un bambino palestinese morto, con accanto sua madre in lacrime ed un orsacchiotto.
– Un’altra maglietta per cecchini della Brigata Givati mostra una donna palestinese incinta con un mirino stampato sul ventre e lo slogan, scritto in inglese, “1 proiettile, 2 morti.”
– Dopo l’Operazione Piombo Fuso, i soldati dello stesso battaglione hanno incominciato ad indossare una maglia che mostra il primo ministro di Hamas, Ismail Haniyeh, che viene penetrato per via anale da un avvoltoio.
– Una T-shirt dedicata ai soldati che hanno completato il corso di cecchino: si vede un bimbo palestinese che cresce fino a diventare un teenager aggressivo e poi un adulto armato. Lo slogan: “Non importa come comincia, noi lo concluderemo.”
– Ci sono anche magliette dal contenuto spodoratamente sessuale. Il battaglione Lavi, ad esempio, ha diffuso una T-shirt che mostra un soldato con accanto una ragazza contusa e la frase: “Scommetto che ti hanno stuprata!”
– Alcune delle immagini sottolineano azioni che l’esercito ha ufficialmente negato, come la pratica di “confermare i morti” (sparare in testa ai cadaveri, per assicurarsi della loro effettiva dipartita), o quella di danneggiare i luoghi di culto, o di uccidere donne e bambini.

La maglietta con lo slogan “Fai sì che ogni madre araba sappia che il futuro di suo figlio è nelle mie mani!” è stata recentemente bandita. Comunque, un soldato della Brigata Givati ha dichiarato che, negli ultimi mesi dell’anno scorso, il suo plotone ha fatto stampare dozzine di magliette, felpe e pantaloni con questa dicitura. “Vi era disegnato un soldato come fosse l’Angelo della Morte, con accanto una città araba ed un’arma da fuoco.” dice un soldato “Il messaggio era molto forte. La cosa più divertente è che quando uno dei nostri è andato a ritirare le magliette, l’uomo che le aveva stampate era un arabo. Il soldato si è sentito in colpa ed ha chiesto ad una ragazzina al bancone di portargliele.” Nel 2006, i soldati che avevano partecipato al corso “Carmon Team” per cecchini d’elite hanno stampato una T-shirt che mostrava il disegno di un arabo armato di coltello e la frase “Dovrai correre molto, molto, molto veloce prima che sia finita”. Sotto, il disegno di una donna araba che piange su una lapide e lo slogan: “E dopo piangerai, piangerai.” [Queste frasi sono prese dal testo di una canzone pop.]
Un’altra maglia per cecchini mostra un ennesimo arabo nel mirino e l’annuncio: “Lo facciamo con le migliori intenzioni.” Una T-shirt stampata dopo l’Operazione Piombo Fuso per il Battaglione 890 dei paracadutisti mostra un soldato con le fattezze di King Kong in una città sotto attacco. Il messaggio non lascia spazio ad ambiguità: “Se credi che si possa aggiustare, allora convinciti che si può distruggere!”
Queste magliette, prima di essere stampate, devono essere approvate dai comandanti dell’esercito. Sono una tradizione militare, anche se la loro natura esplicita è per certi versi nuova. Orna Sasson-Levy, sociologo dell’Università di Bar-Ilan, afferma che le T-shirt “fanno parte di una radicalizzazione del processo che l’intera nazione sta attraversando: i soldati sono solo l’avanguardia”. L’attivista israeliano Sergeiy Sandler, impegnato da anni in campagne contro il militarismo insieme all’associazione New Profile, ci ha mandato questo articolo via mail, spiegandoci che le magliette sono “una duratura tradizione delle unità militari israeliane; si possono trovare ovunque, sulle bancarelle, anche se generalmente hanno slogan meno oltraggiosi. Un immagine vale mille parole, non trovi?”
Non credo che questo tipo di T-shirt siano un’esclusiva di Israele. Scommetto che ne sono state create anche per i soldati statunitensi in Iraq. Ma le maglie indicano un ambiente in cui è permesso, se non incoraggiato, il compiere crimini di guerra. Riflettono una mentalità in cui la vita palestinese è vista con disdegno e spesso non è neanche riconosciuta come tale. Uno dei soldati lo ha spiegato chiaramente, durante la testimonianza in cui ha descritto l’omicidio di una madre e dei suoi due bambini: “…l’atmosfera generale, per quello che ho capito dalla gran parte dei colleghi con cui ho parlato… non so come descriverla… diciamo che le vite dei palestinesi hanno molta, molta meno importanza delle vite dei nostri soldati. Per quello che li riguarda, giustificano in questo modo ogni loro azione.”
21
Giu
2009

SPP: come va avanti la militarizzazione e l’annessione del Nord America – 16/03/09

(Questo articolo è stato tradotto per Megachip)

di Stephen Lendman – GlobalResearch.ca

Il titolo si riferisce alla Partnership del Nord America per la Sicurezza e la Prosperità (il cui acronimo in inglese è SPP), conosciuta anche come North American Union. Questa organizzazione ebbe origine il 23 marzo del 2005 a Waco, in Texas, durante una conferenza a cui parteciparono George Bush, il presidente messicano Vincente Fox e il premier canadese Paul Martin. Il suo obiettivo è la promozione di un accordo che stimoli l’integrazione economica e politica delle nazioni coinvolte, nonché la collaborazione dei rispettivi servizi di sicurezza. Le sue attività si svolgono senza clamore mediatico, attraverso gruppi governativi che architettano direttive politiche vincolanti bypassando l’opinione pubblica ed il normale dibattito parlamentare.
In sintesi, è un colpo di stato corporativo spalleggiato dall’esercito, che affossa la sovranità delle tre nazioni partner, la loro popolazione e i loro organismi legislativi. E’ un pugnale infilzato nel loro cuore democratico, anche se il pubblico è in gran parte inconsapevole delle sue attività.
L’ultimo summit dell’SPP si è tenuto a New Orleans lo scorso aprile. Da allora, la sua azione è stata in gran parte intralciata dalla gravità della crisi economica globale, che richiede la completa attenzione dei leader coinvolti. Ciononostante, le decisioni prese finora saranno riportate nelle righe che seguono, insieme a qualche informazione addizionale.
Lo scorso settembre, l’«Army Times» ha riportato che il terzo Team d’Assalto della prima Brigata (al tempo dispiegato in Iraq) sarebbe stato trasferito sul suolo americano entro il primo ottobre, per entrare in una «forza federale pronta all’azione in caso di emergenze o disastri di origine umana o naturale, attentati terroristici inclusi».
«E’ la prima volta che un’unità attiva viene messa sotto il comando della NorthCom, un comando congiunto creato nel 2002 per coordinare e controllare le iniziative di difesa federali e le azioni di supporto alla difesa delle autorità civili».
Poi, il primo dicembre, il «Washington Post» ha dichiarato che il Pentagono avrebbe dispiegato 20mila soldati sul suolo statunitense entro il 2011, con l’obiettivo di «aiutare gli ufficiali statali e locali in caso di attacco nucleare o altre catastrofi». Sono state impostate tre unità di combattimento capaci di una reazione rapida. Altre due potrebbero aggiungersi al progetto. Saranno integrate con 80 unità della National Guard, addestrate per rispondere ad attentati di natura chimica, biologica, radiologica, nucleare, con esplosivi ad alto potenziale o altri attacchi di natura terroristica. In altre parole, si pensa di usare plotoni addestrati ad uccidere per militarizzare ed occupare gli Stati Uniti.
Il pretesto è la sicurezza nazionale. Queste unità saranno operative in caso di attentato terroristico, genuino o no, e anche in caso di tumulti da parte della popolazione, provata dalla crisi economica. Considerando la portata e la gravità della crisi, esiste una discreta probabilità che qualcuno, prima o poi, si decida a reagire. In questo caso, pattuglie armate di soldati si affiancheranno alla polizia locale (già militarizzata) non appena sarà dichiarata la legge marziale o arrivi l’ordine di effettuare azioni di sicurezza repressive.
Secondo il documento “Essere pronti al prossimo disastro catastrofico”, pubblicato nel 2008 dalla DHS/FEMA, dono state sviluppate procedure di “Emergenza Catastrofica” per reagire a situazioni “naturali” o “causate dall’uomo”. Se le condizioni lo richiederanno, si parla di sospensione della Costituzione e legge marziale. Si propone anche di militarizzare gli Stati Uniti per proteggere il mondo degli affari.
Lo scorso primo ottobre, in conseguenza all’annuncio che l’amministrazione Bush intendeva dispiegare pattuglie di soldati sul suolo americano, con un budget di “100 miliardi di dollari (di bailout)”, il Partito d’Azione Canadese ha pubblicato un post intitolato “ALLARME: GOLPE NEGLI USA”.

Probabili esiti

Gli sforzi dell’SPP si sono arrestati durante il periodo di transizione da Bush a Obama, ma il progetto di “integrazione profonda” rimane in piedi.
Il 19 gennaio, il Centro per la Politica Commerciale dell’Università di Ottawa ha tracciato le linee direttrici per un progetto di approfondimento dei rapporti tra Canada e USA. Il loro documento afferma che una «cooperazione repentina e sostenuta nel tempo» in questo periodo di crisi globale, avrebbe dovuto includere le forze di sicurezza e di difesa, il commercio e la competitività.
Il testo, inoltre, sostiene «che l’argomento cruciale è la necessità di ripensare l’architettura di gestione degli spazi economici comuni del Nord America, inclusa la liberalizzazione del commercio». Il linguaggio impiegato è ricco di espressioni come «ripensare (e) modernizzare le frontiere» e il loro significato contestualizzato sembra alludere ad un annullamento delle stesse. Sia quelle canadesi che quelle messicane. Allo stesso modo, il documento raccomanda di «integrare i regimi regolatori in un unico sistema che si possa applicare ad entrambi i lati della frontiera». Sostiene che l’arrivo di una nuova amministrazione a Washington è «un’opportunità d’oro» per forgiare un «programma che porti ad un mutuo beneficio e ridisegni la governance nordamericana e globale negli anni a venire».
Il testo sventola lo spettro del protezionismo e la necessità di evitarlo, dato l’attuale clima economico. Propone una «partnership USA-Canada più ambiziosa», che superi il NAFTA, in accordo con il Messico.
Un altro documento, prodotto dal Centro Nord Americano per gli Studi Transfrontalieri dell’Università Statale dell’Arizona ed intitolato “North America Next”, chiede una «competitività sostenibile nella sicurezza» ed una maggiore integrazione tra USA, Canada e Messico attraverso «una sicurezza sostenibile, un commercio ed un sistema di trasporti efficace» per rendere «le tre nazioni nordamericane più sicure, più economicamente funzionali e più prospere».
Sia il progetto dell’Università dell’Arizona che quello di Carleton mirano a rafforzare le iniziative dell’SPP grazie alla collaborazione della nuova amministrazione di Washington, specialmente in un clima di crisi economica globale che porta il problema in primo piano.

Altre tematiche in discussione

Il giornalista Mike Finch, in un articolo intitolato “North American Union Watch”, pubblicato sul quotidiano «The Canadian», riferisce che esistono organizzazioni statunitensi e canadesi il cui obiettivo è porre fine al libero flusso d’informazione su Internet.
Cita la scoperta di un «progetto per la eliminazione della libertà su Internet entro il 2010 in Canada» ed entro il 2012 in tutto il mondo, effettuata da un «gruppo di attivisti a favore della neutralità della rete».
Secondo la sua ricostruzione dei fatti, i due più grandi ISP canadesi, la Bell Canada e la TELUS, intendono limitare il browsing, bloccare alcuni siti e rendere a pagamento la maggior parte degli altri, in un’iniziativa articolata dal SPP che avrà inizio nel 2012. Reese Leysen, del servizio di web hosting I-Power, lo definisce un progetto «oltre la censura: vogliono uccidere il più grande ecosistema di libera espressione e libertà di parola mai esistito nella storia dell’uomo». Cita fonti interne a grandi aziende, che l’hanno informato su «accordi di esclusività tra gli ISP e i grandi fornitori di contenuti (come le TV e le case editrici di videogiochi) per decidere quali siti saranno inclusi nel Pacchetto Standard offerto agli utenti, mentre il resto della rete sarà irraggiungibile se non dietro una tariffa supplementare.»
Per Leysen, le sue fonti sono «affidabili al 100%». Anzi, indica che un quadro analogo è emerso da un articolo pubblicato su «Time» ad opera di Dylan Pattyn. Anche le fonti di quest’ultimo sarebbero interne alla Bell Canada e la TELUS. Secondo queste, si pensa di far rientrare solo i 100-200 siti più visitati nel pacchetto d’abbonamento base che, con tutta probabilità, includerà le agenzie di notizie più blasonate e terrà fuori tutto il circuito della stampa alternativa. «Internet diventerebbe un parco giochi per creatori di contenuti miliardari» come le TV via cavo, a meno che non si mettano in atto azioni per fermare questo processo.
Leysen pensa che gli Stati Uniti e gli ISP mondiali hanno idee simili sulla limitazione alla libertà di parola e le invasioni della privacy. Se ha ragione, la posta in gioco è altissima. Ma anche il margine di profitto è sostanzioso e, quindi, i governi amichevoli potrebbero essere d’accordo. Si parla anche di usare «marketing ingannevole e tattiche terroristiche» (come, ad esempio, sventolare la minaccia della pornografia infantile) per ottenere il consenso pubblico a queste norme liberticide mascherate da regole per la sicurezza della rete. È necessario fermarli immediatamente.

Progetti per ribattezzare l’SPP/NAU

Lo scorso marzo, il Fraser Insistute canadese lo ha proposto in un articolo intitolato: “Salvare la Partnership del Nord America per la Sicurezza e la Prosperità” a causa dell’ondata di critiche suscitata dall’organizzazione. Suggerisce di scartare la sigla SPP/NAU, optando per NASRA (North American Standards and Regulatory Area) per nascondere il suo vero obiettivo. Secondo l’articolo, il “brand SPP” è ormai infangato, quindi è necessario sostituirlo per proseguire le iniziative che il NAFTA ha lasciato orfane: integrare la sicurezza a tematiche riguardanti la qualità della vita, come la sicurezza alimentare, il riscaldamento globale, il cambiamento climatico e le pandemie. Reclama anche un maggiore sforzo comunicativo per blandire la pubblica opinione. Vogliono ingannare il maggior numero di persone possibile, finché non sarà troppo tardi per intervenire.

Malcontento in America a livello statale

Il 23 febbraio, obiettando al concetto di “integrazione profonda”, il giornalista Jim Kouri di «News with Views» (NWV) ha pubblicato un articolo intitolato: “Che i singoli stati dichiarino la propria sovranità”. Il testo ripropone le parole dello stratega politico Mike Baker, quando disse: «Gli americani sono sempre più disillusi dalla mancanza di prospettiva a lungo termine dimostrata dal governo federale su tematiche come l’immigrazione clandestina, il crimine ed il caos economico. Il governo federale intende addirittura insinuarsi nella vita privata dei cittadini, attraverso leggi sul controllo della circolazione delle armi da fuoco ed altre iniziative», temi che i Padri Fondatori «relegavano alla discrezionalità dei singoli stati».
È anche preoccupante che gli stati non riescano a finanziare i loro progetti a causa di budget troppo ristretti e siano costretti a fare tagli. Oltre a questo, anche l’intrusione di Washington nell’amministrazione della giustizia locale è preoccupante.
Finora, nove stati hanno dichiarato la loro sovranità ed un’altra dozzina sta pensando di farlo. Le leggi già approvate o proposte variano dai diritti generali a quelli selettivi, come il controllo della circolazione delle armi da fuoco e l’aborto.
Il 30 gennaio, lo stato di Washington si è schierato con loro ed ha approvato la legge HJM-4009, che dichiara:
«Il Decimo Emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti stabilisce che “i poteri non delegati dagli Stati Uniti ad opera della Costituzione, e non proibiti da essa, sono riservati rispettivamente ai singoli Stati, o alla popolazione”. Lo stesso emendamento definisce la portata totale del potere federale, stabilendo che esso è limitato a ciò che è esplicitamente scritto nella Costituzione.»
All’inizio di gennaio, anche il New Hampshire ha approvato una norma simile, la HCR-6, “che afferma i diritti degli Stati basandosi sui principi jeffersoniani”. Gli altri stati che, parzialmente o totalmente, concordano su questa linea sono la California, l’Arizona, il Montana, il Michigan, il Missouri, l’Oklahoma e la Georgia. Oltre a questi, i seguenti stati stanno attualmente dibattendo misure di questo tipo: il Colorado, la Pennsylvania, l’Illinois, l’Indiana, il Kansas, l’Arkansas, l’Idaho, l’Alabama, il Maine, il Nevada, le Hawaii, l’Alaska, il Wyoming e il Mississippi.
Oltre al dibattito sui diritti dei singoli stati, le tematiche principali di questo movimento sono:
— la crisi economica;
— il controllo nocivo che Wall Street esercita sulla politica;
— il suo effetto sul sistema dei Checks & Balances;
— i bailout eccessivi concessi ad un sistema bancario insolvente e corrotto a scapito dei budget degli stati individuali e dei loro diritti;
— la spesa pubblica spudorata ed insostenibile. Il debito pubblico che sta portando la federazione alla bancarotta, ponendo un peso insostenibile sulle spalle degli stati.
In linea di massima, ci si preoccupa che Washington sia complice nella crisi che attanaglia il paese e che voglia sbarazzarsi delle sue responsabilità oppure che, almeno, tenda ad assumere comportamenti di questo tipo. Se questo movimento si rafforza, servirà a rallentare il processo di “integrazione profonda” o a bloccarlo per un periodo considerevole, ma è improbabile che lo fermi del tutto. L’America delle corporazioni lo vuole, e generalmente ottiene ciò che vuole.
Potrebbe volerci più tempo, molto più tempo, a causa della crisi globale e del periodo necessario a superarla. Alcuni esperti annunciano a breve un’altra Grande Depressione peggiore della precedente ed addirittura peggiore dei “decenni perduti” del Giappone, dal 1990 ad oggi.
La priorità nel mondo dell’alta finanza e nei CdA delle grandi aziende è sfuggire alla crisi, se possibile. Eccetto che per motivazioni di “sicurezza nazionale”, tutto il resto viene in secondo piano.

Articolo originale: SPP: Updating the Militarization and Annexation of North America.

Stephen Lendman is a Research Associate of the Centre for Research on Globalization. He lives in Chicago and can be reached at lendmanstephen@sbcglobal.net

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