23
Ago
2011

Ci vuole tattoo

Questo articolo è stato pubblicato il 19/08/11 su Sardegna 24.

La moderna battaglia per l’identità si combatte anche sulla pelle dei cittadini. Letteralmente. Nel corso della storia, i tatuaggi hanno svolto la funzione di designare lo status ed il ruolo sociale di chi li indossava: hanno adornato galeotti e nobili, guerrieri maori e pescatori giapponesi. Hanno tracciato confini sociali all’interno della popolazione e rivendicato differenze culturali.
Dice, a questo proposito, il rocker cagliaritano Joe Perrino: «È meglio avere un po’ di fantasia sul proprio corpo. I temi principali dei miei tatuaggi sono l’immaginario rock e la pittura giapponese. Il rock è la mia modalità d’espressione creativa preferita. Invece, ho scelto di “indossare” l’arte giapponese, con riproduzioni di opere d’arte o di motivi tradizionali della Yakuza, perché adoro il loro senso estetico.»
Con l’avanzata rampante del McMondo occidentale, che schiaccia ed omologa ogni differenza, anche l’arte del tatuaggio è stata universalizzata. Ormai, le identità vengono presentate dai media come beni di consumo e, per questo, ora tutti adornano la loro pelle con simboli usa e getta, privi di una connotazione sociale codificata. Se è vero che un tatuaggio definisce il ruolo di chi lo indossa, ora esprime un messaggio del tutto diverso: puoi essere chiunque tu voglia.
È anche per celebrare questi cambiamenti nell’arte del tatuaggio che, dal 26 al 28 agosto all’Hotel Setar, si terrà la quarta edizione della Cagliari Tattoo Convention. Questa manifestazione, ricca degli stand di 130 tatuatori, concerti rock e hip hop, eventi di pittura live e gallerie d’arte, punta a rappresentare lo sviluppo di quest’arte nelle sue svariate forme ed offrire alla popolazione l’occasione di conoscerne gli artigiani. Oppure, illustrare la propria pelle con un glifo di particolare interesse.
«Abbiamo constatato come – spiega Francesca Mulas, addetta alla comunicazione della Convention – il pubblico, prima composto da addetti ai lavori, ora sia sempre meno elitario. Siamo partiti da 4 mila presenze nel 2008 e, di anno in anno, l’aumento è stato esponenziale».
Se è vero che molti sono attratti dal tatuaggio per moda, è necessario sottolineare come l’aspetto identitario di quest’arte non sia del tutto scomparso. «I tatuatori non amano i clienti privi di un’idea precisa, che scelgono un’illustrazione da un catalogo, perché una simile opzione priva il loro lavoro della responsabilità che merita. In Sardegna, è molto popolare il tatuaggio a sfondo archeologico: molti decidono di rivendicare la propria appartenenza alla comunità isolana con disegni tratti da petroglifi o dall’immaginario tradizionale, quali maschere e simboli nuragici.»
La convention ha ottenuto una notevole presenza di tatuatori nazionali e internazionali anche grazie al lato turistico dell’iniziativa: gli artisti possono dedicarsi alla loro passione durante la notte e visitare le bellezze dell’isola di giorno. «Questa composizione internazionale, – dice Milly, tatuatrice veterana dell’Inkanto Tattoo Emporium di Cagliari – contribuisce ad aumentare la qualità delle opere eseguite durante la convention. Anche il pubblico ha gusti sempre più raffinati. Ciononostante, il tatuaggio di tipo tradizionale è quello più richiesto: pochi colori, disegni incisivi, seppur semplici».
La convention celebra anche la varietà stilistica offerta dalla tecnologia. La tipica macchinetta a bobina è ancora in uso, ma è affiancata da quella a rotativa, che offre un disegno più preciso, con maggiori possibilità creative. È possibile impiegare inchiostri speciali, in cui i tatuaggi sono visibili solo in date condizioni di luce, oppure usare macchine alimentate dall’energia fotovoltaica per diminuirne l’impatto sull’ambiente. All’orizzonte si profilano pure i tatuaggi elettronici, come quelli sviluppati da Todd Coleman dell’Università dell’Illinois, capaci di interfacciarsi con gli smartphone e mutare disegno secondo i capricci dell’utente.
Ricchi di una tradizione millenaria, i tatuaggi continuano a riflettere l’identità di chi li porta. Anche se l’identità, nel nostro occidente, può durare lo spazio di un mattino.
18
Ago
2011

Spazio al partito dei divertentisti

Questo articolo è stato pubblicato su Sardegna 24 il 14/08/11

L’obiettivo è riconquistare la notte: offrire una scarica di adrenalina ed una nuova cultura dello spasso ad una città che, troppo di frequente, si abbandona alla routine. Sono queste le linee guida delle tre menti creative che stanno scuotendo, ormai da due anni, la vita della Cagliari by night. «Siamo un sindacato dell’intrattenimento, un partito divertentista, una festa mobile» spiega Francesco Liori, organizzatore delle serate Golpe insieme a Diablo e Jimmy dei Sikitikis. Parafrasando i versi dei Beastie Boys, aggiunge: «Rivendichiamo il nostro diritto al divertimento, e intendiamo massimizzare la ricaduta culturale positiva su chiunque si unisca a noi. Soprattutto dopo l’elezione del giovane sindaco di Cagliari e l’ottimismo che tale fatto emblematico ha generato, vogliamo tradurre questa nuova ondata di freschezza in una realtà concreta anche in settori inusuali, come quello delle discoteche».

L’origine del Golpe, nome che, nella pratica, ormai, designa sia le serate che l’apparato organizzativo, risale a due anni fa. «Ero reduce da un’esperienza spagnola, in cui sono venuto a contatto con forme d’intrattenimento ancora inedite in Sardegna, come ad esempio i Nasty Mondays – racconta Liori – Io, Diablo e Jimmy avremmo dovuto organizzare una festa natalizia all’ “FBI”, i cui protagonisti sarebbero stati i Sikitikis. Decidemmo di proporre qualcosa di inusuale: stampammo 400 occhiali 3D e li distribuimmo al pubblico, perché le grafiche del CD erano tridimensionali. Dopo aver visto una marea di ragazzi che ballavano con indosso gli occhialetti, l’ “FBI” si convinse che avremmo potuto offrire molto di più: operazione che si concretizzò nel Golpe, la disco antidisco, la quale da lì mosse i primi passi, fino ad arrivare alla sua forma estiva che si tiene al Blanco».

Nella sua breve storia, il Golpe si è evoluto fino a divenire una sorta di programma culturale: non contenti di offrire un intrattenimento innovativo per la realtà sarda, che spazia tra tutti i generi musicali ed è spesso condito da iniziative goliardiche, i tre organizzatori hanno intrapreso una strada ancor più ambiziosa. «Vogliamo stimolare la scena musicale, facendo confluire diversi tipi di pubblico, di norma tra loro incomunicanti, ed esporli alle loro reciproche idee e suggestioni. Per cui, nel Golpe, non è strano che skater, surfer, punk e ragazzi ben vestiti si divertano assieme e si contagino a vicenda. Facciamo il possibile per dare visibilità a pittori, videomaker ed altre forme d’arte, di solito, escluse da questo tipo d’iniziative. Uno spin-off del Golpe, in questo senso, è l’Idioteque: una serie di eventi pomeridiani in cui la musica è accompagnata alla pittura dal vivo e la videoarte. In questo modo, anche i ragazzi molto giovani, che non possono normalmente accedere ai concerti per la loro tarda ora, possono fruire ed apprezzare la musica dal vivo».

Il Golpe, per sensibilizzare alla tipologia del concerto coloro che, per formazione, l’hanno sempre snobbata, ha iniziato a somministrare al suo pubblico dei live a sorpresa. Per cui, nel mezzo di una serata comune, artisti come Salmo o Kaiser hanno preso il controllo della scena e si sono esibiti. Data la sua vena goliardica, il Golpe ha anche “creato” star dal nulla, inventando personaggi ed icone sulla vena del momento, per cui un nero la cui origine è cagliaritana al 100 per cento, è stato presentato come un “rapper di Brooklyn” oppure una statuetta raffigurante un pastore scozzese (l’animale, non il villico nordico) è divenuta l’idolo pagano del Golpe, il dottor Cane. «Abbiamo 8mila contatti su Facebook – conclude dice Liori – e li usiamo per informare la nostra comunità su eventi sportivi (soprattutto di tavola, come skate, wakeboard e surf, ma anche paracadutismo) e d’intrattenimento. Quando possibile, ci piace far sì che i ragazzi scoprano che esiste un altro mondo, oltre a quello del muretto. Con il tempo, hanno imparato a sentire le nostre feste come loro feste. Le difendono ed emarginano gli arroganti o i violenti. A volte, offriamo skate o altri premi a chi ci porta la sua pagella. Il Golpe è una cosa di tutti.

30
Lug
2011

Creativa è la protesta

Questo articolo è stato pubblicato il 29/07/11 su Sardegna 24.

Una folla, all’improvviso. Uomini e donne, conoscenti o estranei, trasportati da una rabbia e da un pensiero comune. Si riuniscono in una massa, come gocciole sparse sullo stesso pendìo, e scorrono verso il loro obiettivo. Al contrario delle orde che assediavano i forni nei secoli passati, le folle hanno ora sviluppato un “sistema nervoso” che permette loro di agire con una coordinazione raffinata: sono i mezzi di comunicazione di massa orizzontali, tra cui spiccano internet e gli SMS. Grazie ad essi, le categorie del passato non sono più applicabili, ed è necessario ricorrere a nuovi termini: l’orda è divenuta un “Flash Mob”, una “folla istantanea”.
Questo fenomeno, a partire dal 2003, si è contraddistinto per la sua capacità di proporre, con grande creatività, una protesta civile convocata dal basso in cui l’argomento del contendere primeggia sul narcisismo dei demagoghi e le bandiere politiche. Come dice Francesca Saba, organizzatrice di un “Flash Mob” che, pochi giorni fa, ha percorso le strade di Cagliari: “Siamo cittadini attivi, per cui ci rifiutiamo di subire le decisioni altrui. La perdita di un presidio culturale come la Biblioteca Provinciale è una sconfitta per tutta la popolazione, compresa la classe dirigente. La nostra è stata una dimostrazione di civiltà: i cittadini non si sono lasciati dividere da fedi politiche o beghe localistiche. Hanno agito per difendere la cultura e, nella fattispecie, una Biblioteca che sentono loro”.  I tagli indiscriminati alla cultura hanno già mietuto vittime in tutta la penisola, ed ora minacciano di ridurre del 70% i servizi della Biblioteca Provinciale di Cagliari. Questo comporterà il licenziamento di molti bibliotecari e la sostanziale soppressione della sua capacità operativa. “Davanti a questa prospettiva” dice la Saba “abbiamo agito come si farebbe nei confronti di un amico in difficoltà, facendo sentire il nostro appoggio, anche con l’obiettivo di dare una mano alle amministrazioni locali, come la Provincia, che si stanno impegnando per evitare che avvenga il peggio”. Così, il 26 luglio, si è riunito un “Flash Mob” che ha percorso via Manno ed è giunto fino all’interno della Biblioteca. Ognuno dei partecipanti, con un libro in una mano e l’altra a tappare la bocca, ha voluto sottolineare il suo dissenso e, nel contempo, svolgere un’ operazione di invito alla lettura e di amore per la cultura.
Pochi mesi prima, sempre a Cagliari, un’altro “Flash Mob” ha mostrato l’impegno dei cittadini in un modo più eccentrico. Tre giorni prima del referendum che ha spazzato via l’opzione nucleare in Italia, infatti, la città è stata “assediata” dagli zombie. “La manifestazione era prevista per Halloween” dice Francesco Liori, uno degli organizzatori della “Zombie Walk”, “ma abbiamo scelto di anticiparla per rappresentare in modo teatrale e surreale quale sarebbe stato il futuro dell’Italia in caso la consultazione non avesse avuto successo”. Più di 300 persone, truccate come in un blockbuster di Romero, hanno barcollato per le strade della città con grande scintillio di fauci e gorgoglìo di gole affamate.
Il “Flash Mob” è più affine all’arte teatrale che alle proteste tradizionali. Predilige l’ironia allo scontro militare e mira a sorprendere: ad esempio, nel 2006, 4000 ragazzi armati di lettore MP3 ed auricolari hanno invaso la metro di Londra, mutandola in una discoteca silenziosa. Oppure, nel 2008, 8000 persone mascherate da Guy Fawkes (icona tratta da “V per Vendetta”) si sono riunite davanti alle sedi di Scientology in 93 città. La protesta pacifica, organizzata dagli hacker di “Anonymous”, si è scagliata contro le “illegalità” attribuite al culto di Ron Hubbard.
Queste nuove forme di protesta creativa, come scrive uno dei loro massimi teorici, Hakim Bey, sono una macchina da guerra nomade, capace di colpire e fuggire. Si ammanta nell’invisibilità durante la vita quotidiana ed emerge per conquistare i suoi obiettivi quando meno la si aspetta. Se lo Stato e la Storia spesso si mostrano come “uno stivale che schiaccia un volto umano – per sempre” (parole di Orwell), i “Flash Mob” si dimostrano, tra i tanti, un modo pratico e civile per mostrare che esiste anche un’altra Storia.
22
Lug
2011

Made in Italy – Intervista su Lo Spazio Bianco

Quest’intervista, condotta da Alessandro Ciasca, è stata pubblicata per la prima volta su Lo Spazio Bianco il 21/07/2011. Per maggiori informazioni su Made in Italy, clicca qui.

Con il fumetto “Made in Italy – L’Infame” è iniziata una collaborazione con la MeLeto Software, che renderà presto disponibili i vostri fumetti sull’App Store per l’iPad. Da cosa nasce questa scelta e cosa pensate di questa nuova veste digitale del fumetto?
Massimo Spiga
: Made In Italy è sempre stato un fumetto digitale. Fin dal concepimento, è rimasto un mucchio di elettroni impazziti che rimbalzavano tra i circuiti di un computer. E’ stato pubblicato per la prima volta dalla (pionieristica, in molti sensi) Hybris Comics, nel 2006, in formato PDF. Ora torna più bello, più ricco ed è proposto per una piattaforma che si adatta bene alla lettura di fumetti. Penso siano questi fatti ad aver spinto la MeLeto a contattarci. Il risultato mi sembra ottimo: al contrario delle pubblicazioni cartacee, i tablet offrono l’opportunità di mostrare i fumetti esattamente come gli artisti li hanno concepiti. Ormai sono in pochi a lavorare con carta e matita. Gran parte della produzione artistica, in generale, avviene su uno schermo. Ora i lettori potranno vedere le tavole nella loro forma “pura” e ideale, senza la mediazione di un foglio di carta. Platone ne sarebbe orgoglioso.

Perché questa scelta ancora più radicale della ripubblicazione? E quanto ha cambiato il modo di pensare alla storia e alla sceneggiatura?
MS
: Dal mio punto di vista, il fumetto elettronico è da considerarsi un media separato rispetto a quello cartaceo. Col tempo troverà un suo specifico tecnico e narrativo. Per ora ha trovato una voce, ma non un’anima. Sono stati fatti soltanto tentativi (piuttosto “conservatori” e cauti) di trasporre una storia a fumetti in modo che sia fruibile su uno schermo. In questo senso, Made in Italy non è una sperimentazione spericolata e non sfrutta tutte le potenzialità del mezzo. E’ un anello di congiunzione tra il vecchio Topolino ingiallito che hai in cantina ed il Turbo-Fumetto del Futuro, ipercinetico e multidimensionale, che vediamo all’orizzonte. Per questo è stato prodotto in maniera analoga ai suoi fratelli di carta, senza pesanti influenze dovute alla sua forma elettronica.

Avete già dei primi riscontri della vendita digitale di Made in Italy? Inoltre, questo fumetto e i prossimi, saranno in uscita solo per iPad o anche per altri Tablet?
MS
: Made in Italy ha esordito al secondo posto nella classifica delle nuove applicazioni della sezione Libri. Poi è migrato tra le applicazioni “Nuove e Consigliate” dalla Apple. Al momento, è settimo tra i libri più venduti nell’App Store, parecchie posizioni sopra l’unico titolo che riconosco, cioè Diabolik. L’App Store è ancora un mercato elitario in Italia, certo, ma il risultato è positivo. Spero che la MeLeto produca al più presto un Made in Italy per gli altri tablet (ed anche una per il vostro cellulare, computer, lavatrice e frigorifero, se è per questo). Credo sia una questione di tempo, dovuta ad ostacoli tecnici più che a una mancanza di attenzione. Non abbiamo alle spalle una grossa organizzazione: siamo un mucchio di visionari dall’aria sospetta che parla in strane lingue nel deserto. Ci sono avvoltoi sopra le nostre teste. Ma non abbiamo timore. Noi ci nutriamo di avvoltoi.

Le grandi case sembrano ancora titubanti sulla scelta del fumetto digitale e molti appassionati lettori asseriscono che la bellezza del cartaceo non potrà mai essere rimpiazzata. Pensate che il digitale possa essere una opportunità, una sorta di nuovo corso per la storia della nona arte, oppure credete anche voi che ci sia ancora bisogno di muoversi coi piedi di piombo?!
MS
: Non sarà di certo un “nuovo corso”. Se il fumetto è un albero che cresce, quello elettronico sarà un nuovo ramo che si svilupperà per i fatti suoi. E’ vero che la bellezza del cartaceo non può essere rimpiazzata, ma è assurdo pensare che il fumetto elettronico voglia farlo. L’obiettivo è aumentare e differenziare la quota globale di bellezza, non usurpare il trono delle pubblicazioni tradizionali. La carta e gli schermi possono procedere in parallelo. Le grosse case editrici ci arriveranno un passo alla volta. Sarebbe folle gettarsi a peso morto in una forma di fruizione del fumetto che non ha ancora una forma definita ed un pubblico consolidato. Se il mercato del fumetto elettronico non prendesse piede, io e Francesco rischieremmo di aver perso un po’ di tempo e sprecato qualche incazzatura, mentre un mammut come la Bonelli rischierebbe di far perdere il posto di lavoro a svariate decine persone.

Si fa tanto parlare ultimamente del ruolo dell’editore oggi, non sempre all’altezza dei bisogni di autori e lettori: questa è una terza via rispetto all’editoria e all’autoproduzione?
MS
: Non saprei. Seppur eccentrico rispetto agli editori tradizionali, il CEO della MeLeto è pur sempre un editore e svolge tutte le funzioni classiche di questo ruolo. Se parliamo specificamente del fumetto su tablet, c’è una forte “selezione all’ingresso”. Non tutti sanno programmare un applicazione per cellulare. Chi non lo sa fare, deve proporsi ad un editore, seppur un editore più cyberpunk della norma, e seguire il solito iter. E’ anche vero che gli autori di fumetto ed i lettori che si dedicano alle pubblicazioni di questo tipo sono per ora pochi, quindi la scena è meno affollata di quella cartacea. Io la considero una frangia lunatica dell’editoria, più che di una forma nobilitata di autoproduzione.

Parlando ora dettagliatamente del vostro fumetto, le prime pagine sono ciniche, molto schiette e proseguendo nella narrazione la storia diviene sempre più realistica e cruda. Come succede per “Backstage”, raccontate una realtà che sembra gridare quasi alla rivoluzione (all’anarchia?), allo spogliarsi definitivamente di questo falso perbenismo dilagante; questo sembra essere il vostro marchio di fabbrica, state cercando di comunicare una riluttanza verso questa realtà e di questa attualità?
MS
: L’unica anarchia che Made in Italy propone è quella del neo-feudalesimo mafioso verso cui l’Italia si sta dirigendo a grandi falcate. Quella trattata nella graphic novel è una storia che, in maniera stilizzata, cerca di fotografare quale influenza abbia avuto questa classe dirigente sulla visione del mondo propria dei ragazzi cresciuti negli anni zero. Secondo noi, è quella che viene splendidamente raffigurata in Gomorra. Io la chiamo Turbocapitalismo Mannaro. Viviamo un una società in cui l’ingiustizia, l’ignoranza e la povertà si saldano in un unico motore mafiogeno che fa a brandelli i legami sociali.
Le vittime più colpite sono i più giovani.
Si ha una visione caricaturale di questo fenomeno.
Si pensa ai “bamboccioni”.
Per avere una moralità ed un senso dello stato bisogna poterseli permettere. Quando si esaurirà l’ammortizzatore sociale non ufficiale per eccellenza, cioè i risparmi delle famiglie, cosa rimarrà ai precari di oggi? Si lasceranno morire di fame in serenità oppure inizieranno a cannibalizzare tutto quello che li circonda, con ogni mezzo necessario? Forse sarà una guerra tra poveri. Io auspico che inizino a sparare nel culo di chi li chiama “bamboccioni”, tanto per cominciare. Comunque, una grande fetta di coloro che sono nati dopo il 1975 non ha una cultura adatta ad agire in modo concertato, democratico, come forza sociale. Dopotutto, in uno stato neoliberista “la società non esiste“, no? Quel che resta è una versione atomizzata della mafia. Made in Italy si occupa di questo genere di problemi. E’ cinico, crudo e schietto, perché, al di fuori di ogni ipocrisia, questa è la lingua che parlano sia i salotti borghesi che il marciapiede. Non so se reputarlo un marchio di fabbrica, anche se è sicuro che io e Francesco parliamo come mangiamo: male e di fretta.

Tanto che a un certo punto uno dei vostri personaggi afferma: “Resta da capire che differenza c’è tra questa classe dirigente e la mafia“. Qual’è la vostra risposta a questa domanda?
MS
: La risposta breve è una risata tonante e sinistra. Quella lunga è legata alla cosiddetta “questione morale“. Dubito che la classe dirigente italiana sia più o meno “malvagia” di quella francese o svedese. Quando Berlinguer rilasciò la famosa intervista in cui coniò il termine, specificò che la questione morale aveva ben poco di morale in senso stretto e molto di sistemico. Parlò di come i partiti si erano mangiati la società. Questo fa parte di un problema strutturale dei nostri partiti e, più in generale, della nostra amministrazione del potere. E’ irrilevante che il senatore X rubi a manbassa oppure il deputato Y scotenni le vecchiette per intrattenersi. Della moralità possono parlare i preti. A noi interessano gli equilibri ed i meccanismi sociali che hanno prodotto il mondo che ci circonda. In Made in Italy, in un mondo in cui il potere e la violenza sono la stessa cosa, ogni differenza sostanziale tra criminalità organizzata e classe dirigente è inconcepibile. I lettori potranno usare la loro testa per stabilire se viviamo o no in quel mondo.

Nel fumetto c’è un personaggio chiamato “il comunista” e ci sono vari riferimenti al Chè e alla Banda della Magliana. C’è indiscutibilmente un messaggio “giovanile” diretto alla politica; siete convinti che essa di questi di tempi stia raschiando un po’ il fondo, come se fosse e fossimo ormai ai ferri corti?
MS
: Il fumetto è condito soprattutto da riferimenti alla storia d’Italia, soprattutto quella delinquenziale. E’ impossibile capire gli eventi occorsi nel nostro paese dal 1860 in poi se non se ne considera il lato criminale. All’interno di Made in Italy i richiami agli eventi del passato servono a plasmare lo sviluppo dei personaggi e a fornire un legame di causa-effetto tra l’ambientazione e le decisioni dei protagonisti. Da questo punto di vista, quelli di questo fumetto sono personaggi senza psicologia. Tutte le loro scelte sono frutto del contesto allargato in cui vivono: le dinamiche interiori non hanno alcuna importanza. I quattro protagonisti non arrivano a stabilire che “il futuro è cosa nostra” per via della loro storia personale, ma per via della nostra storia collettiva.
Un esempio di questo è appunto il soprannome del “Comunista”. In Made in Italy questa parola non ha alcun legame con la tradizione di sinistra, Marx, Berlinguer o i soviet. Oggi, la parola “Comunista” è stata ri-semantizzata dalla propaganda. Per la stragrande maggioranza della popolazione è poco più che un insulto generico. Il personaggio con quel nome si comporta in aderenza al nuovo significato della parola, ed infatti farebbe orrore a chiunque sia comunista per davvero. Comunque, come dicevo sopra, Made in Italy è un fumetto che parla di giovani, ma non necessariamente parla ai giovani. Non c’è nessun aspetto moralistico e nessun messaggio. Vorrebbe essere uno specchio in cui riflettersi o, all’occorrenza, su cui svolgere riti per divinare il futuro.

Il disegno, la scelta del contrasto tra colori forti nelle vignette in bianco e nero, sembrano ricercare uno stile “a la Sin City”… visto anche il richiamo fatto alla città del peccato di Frank Miller in una vignetta, è una scelta voluta o una semplice casualità?!Francesco Acquaviva: No, non è per niente una casualità! Frank Miller è uno degli autori che maggiormente mi ha influenzato da ragazzino, sia in veste di scrittore che di disegnatore. Volumi come Daredevil: Born Again, Sin City, 300 e The Man Without Fear sono dei capolavori assoluti, che mostrano una ricerca continua di sintesi e sperimentazione grafica e narrativa. Ma come nelle sue opere è evidente l’influsso degli artisti che l’hanno influenzato, così mi sono sentito libero di dare sfogo alla mia vena creativa, cercando di non pensare ai limiti che generalmente il fumetto impone (vignette,colorazione etc.) ma di andare a ruota libera, senza paura di sperimentare. In fondo credo sia questo l’insegnamento più grande che artisti come Miller ci abbiano lasciato.

Inserire nell’impaginazione in secondo piano, quasi come sfondo di alcune tavole, le banconote e la pistola, ha un significato particolare? E la scelta di ripartire alcune vignette in modo molto particolare che ritmica dà alla graphic novel?
FA
: Ho sempre adorato autori del calibro di Bill Sienkiewicz, Dave McKean, David Mack, autori che hanno un pregio, sanno stupire. Ogni volta che acquistavo un loro albo passavo mesi a gustarmelo, per assaporare ogni minimo particolare, ogni scelta stilistica… era impossibile sapere quale stile Sienkiewicz avrebbe adottato per la pagina successiva, come avrebbe sviluppato la scena. Capolavori come Stray Toasters, Elektra:Assassin, Voodoo Child, Arkham Asylum e Kabuki sono dei pacchi sorpresa, dei regali per la nostra sfera emotiva, che viene sollazzata ad ogni svolta di pagina. Non dico che questo SIA il fumetto, dico che ANCHE questo lo è. Provo grandissima ammirazione per lo stile Bonelli, ma più lavoravo a Made in Italy e più mi accorgevo che quello che volevo davvero raccontare non era la storia in sé, ma le emozioni che questa mi suscitava. E allora non aveva più senso dover per forza attenersi a delle regole prestabilite. Escamotage come le banconote, la pistola o le vignette articolate mi servono proprio per questo, per cercare di arricchire il carico sensoriale del lettore, usandoli un po’ come la musica nel cinema.

La storia nella fase clou sembra prendere una velocità improvvisa, quasi come se non ci fosse tempo di passare dalle parole ai fatti, come se i protagonisti della storia volessero chiudere velocemente il “piano”. Perché questa scelta?!
MS
: Made in Italy è la storia del sequestro di un personaggio definito “infame”. Per enfatizzare l’aspetto sociale della storia, abbiamo deciso di rovesciare la prospettiva narrativa più scontata e raccontare ampiamente del terreno di coltura di quel sequestro, risolvendo l’evento vero e proprio nel minor tempo possibile. Come se fosse una conseguenza naturale, senza alcun valore drammatico. Inoltre, abbiamo preferito evitare che la vittima acquisisse uno spessore umano. Quasi non ha battute ed il suo volto si vede di sfuggita solo una volta. Non sappiamo nulla di lui, se non quello che ci dice uno dei protagonisti (che noi sappiamo essere ben poco affidabile). Alla fine del fumetto, è il lettore a dover caricare di significato la vittima e stabilire chi è, perché è stato sequestrato, se lo meritava o no. Noi abbiamo deciso di sospendere il giudizio.


Questa graphic novel mostra un futuro alquanto pieno di incertezze per i giovani, credete che il fumetto come mezzo di informazione possa dare un contributo, una scossa alle nuove generazioni per non accettare passivamente questa realtà?
MS: Noi non scuotiamo le nuove o le vecchie generazioni.
Sono loro a scuotere noi.
Fumetti come Made in Italy sono il prodotto, e non la causa, di questi brividi e smottamenti tettonici, siano essi di origine sociale o psicologica. Non dobbiamo mai scordare che il mezzo d’informazione principale non sono i giornali, i saggi o i fumetti. Siamo noi stessi. Faccio un esempio: un paio di settimane fa, ero alla stazione in attesa di un treno. Mi si avvicinò un nero, evidentemente strafatatto, e mi chiese se poteva usare il mio cellulare per una chiamata. Gli dissi che non avevo credito. Era una menzogna, ma tutti i circuiti di razzismo e paura nella mia mente si erano attivati. Il nero si allontanò da me ed iniziò ad importunare persone a caso. Barcollava, era ubriaco. Una cicatrice gli tagliava in due il volto. Attorno a lui si creò il vuoto. Alcune signore ben vestite sibilarono dei commenti taglienti e se la svignarono, schifate. Dopo aver assistito alla scena per qualche minuto, e anche perché sono un dannato fesso, mi avvicinai al nero ed iniziai a chiacchierare del più e del meno con lui, visto che nessun altro era intenzionato a farlo. Aveva un nome impronunciabile, proveniva dalla Somalia. Mi disse che la cicatrice risaliva a quando era un ragazzino: un soldato gli sparò in faccia ed in pancia. Accadde durante la guerra civile, in cui l’ONU infilò una zampa per buttare giù il governo islamico. L’ONU siamo noi, per inciso. Il somalo era rimasto visibilmente traumatizzato dall’esperienza. Lavorava da un anno in una piccola fabbrica in Inghilterra, per pochi soldi, con un mucchio di ore di lavoro e ben poche soddisfazioni. Diceva di essere stufo di fare l’immigrato. Il giorno successivo sarebbe tornato in patria, dai suoi amici e la sua famiglia. Anche io sono un immigrato, proprio da un anno. Anche io sono stanco di quella vita. Ed anche io sto tornando in patria. Scambiando storie con il somalo, mi sono reso conto di quanti pensieri e sensazioni profonde avessimo in comune. Perché questo è quel che fanno gli esseri umani. Ed è quello che io e Francesco facciamo con i lettori.

21
Lug
2011

Nyx – Reading al Caffé Savoia (19/07/11)


Ecco l’audio del mio reading al Caffé Savoia del 19/07/11. Clara Murtas ha letto brani dal racconto Notte dell’Avvenire, pubblicato nell’antologia NYX (Arkadia Editore), mentre io ho offerto una panoramica sulla storia dell’astronautica e delle sue peregrinazioni tra pratica ed immaginario.

La registrazione è stata compiuta con mezzi di fortuna in mezzo ad un pandemonio. Ho fatto il possibile per migliorare la qualità dell’audio con filtri e maneggi vari. Purtroppo ho dovuto segare le letture di Clara (che intermezzavano i miei interventi, o viceversa) e l’introduzione di uno degli organizzatori della serata, Simone Olla del gruppo Opifìce, perché la lontananza dal microfono pregiudicava la comprensione dei loro interventi.

Questo è l’indice:

0:00 – Introduzione a NYX / informazioni generali sull’antologia / genesi di Notte dell’Avvenire
3:56 – Primo cosmonauta dell’occidente: CAINO / 1500: Odissea cinese nello spazio / Cyrano de Bergerac (quasi) conquista la Luna / Nikolai Kibalchich: progettista e bombarolo / Robert Goddard: da superstar dei razzi ad esule a Roswell
13:40 – Sconfortante panorama dell’inizio del XX secolo / I club del volo interstellare / I razzi entrano nella scena della Scienza Dura
17:41 – Amazing Stories porta l’uomo sulla Luna / Jack Parsons, scienziato e stregone / La parabola di Wernher Von Braun: da nerd appassionato di fantascienza a criminale di guerra nazista a direttore del programma spaziale USA / 12 aprile 1961, sulla Pravda: IL MONDO INTERO APPLAUDE IL COMPAGNO YURI GAGARIN.

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