21
Gen
2010

Favole (Deluxe)

Leggende per immagini: Favole è un antologia di racconti brevi in cui Francesco Acquaviva, con il suo stile eclettico, si diverte a reinterpretare alcune delle fiabe più popolari dell’occidente, svelandone impudicamente il sottopancia erotico. Questa operazione è svolta con l’ironia di uno scrittore postmoderno e la malizia di un demone (e l’artista sicuramente lo è): oltre il velo della fiaba, cosa nasconde la storia di Cappuccetto Rosso oppure della Bella e la Bestia? Quali succulente perversioni sono implicite in Alice nel Paese delle Meraviglie, appena camuffate da una patina di pudicizia vittoriana?
In Favole, Francesco Acquaviva svela questa galleria della carne e del senso con il ghigno di un libertino ottocentesco, pur mantenendo la brusca concretezza di un punk. Suggerisce che il vero significato delle fiabe scorra sotto la loro pelle e questa pelle sia, di norma, rovente.

Ma Favole non è solo questo. Il volume, raccoglie anche storie brevi realizzate in collaborazione con sceneggiatori dall’estrazione più varia: si va dall’impegno sociale ed il gusto psichedelico di Massimo Spiga alla carnalità filosofica di Enrico Teodorani. Proprio in questi featuring emerge, per giustapposizione, il talento di Francesco Acquaviva: capace di affrontare sia un dramma su Auschwitz che una boutade erotica con eguale finezza del tratto e comunicatività del colore.


Favole (Deluxe)

Scritto da: Massimo Spiga, Francesco Acquaviva, Enrico Teodorani
Disegnato da: Francesco Acquaviva
Edito da: EF Edizioni

Bianco e nero
15,00€

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4
Lug
2009

Made In Italy – Volume 1 – L’Infame (edizione online)


Made In Italy – Volume 1 – L’Infame è stato il primo fumetto che ho realizzato per la casa editrice online Hybris Comics, nel 2006.

Ambientato nel ghetto di una grande città, ribattezzato Negropoli dai suoi residenti, il fumetto racconta l’odissea urbana di quattro ragazzi che vivono di spaccio e sognano la grande criminalità, perché la vita non gli ha insegnato altro. Dopo aver rubato la pistola di un poliziotto, i nostri quattro improbabili eroi si decidono di portare le loro attività ad un livello superiore, prendendo esempio dalla Banda della Magliana. Il loro piano? Ovviamente, il sequestro di un “infame”.

Made In Italy – L’Infame è una riflessione pulp sull’ideologia nascosta che anima in maniera più o meno consapevole le generazioni nate dagli anni ’80 in poi. E’ la via della croce che anima i ragazzi di Gomorra e quelli di Romanzo Criminale, l’adesione cieca e totalizzante alle logiche del neoliberismo e della mercificazione di ogni cosa.
I nostri protagonisti sono pura superificie, icone di narcisismo frustrato così tipiche di questa epoca.

Abbiamo deciso di mantenere indefinita l’ambientazione e ragionare per archetipi culturali, senza ancorarci ad un pretestuoso realismo: riteniamo che questo tipo di immaginario Gangsta abbia una natura non territoriale: per fare un esempio, Scarface è venerato come un icona culturale sia a Napoli che nei barrios messicani (ed in tutto il resto del mondo). Made In Italy, indirettamente, racconta la morte della politica e la fine della libertà, un’ondata di mediocrità mannara ed un vuoto di cultura che sta azzerando i sogni della “gioventù bruciacchiata” che viene tritata dalla macchina del precariato e dell’incertezza.
Oltre a questo, è un fumetto pieno di droga, sparatorie e turpiloquio (quindi, intinsecamente, più educativo di tutto ciò che passa in TV).
Ed esplosioni.
Non dimentichiamo le esplosioni.
Infine, è un fumetto che parla del nostro futuro. E, come dicono i nostri protagonisti, “il futuro è cosa nostra”.

Made In Italy – Volume 1 – L’Infame
Scritto da: Massimo Spiga
Disegnato da: Francesco Acquaviva
Edito da: Hybris Comics

Due episodi da 22 pagine ciascuno, a colori.
1,99€

Acquista il primo episodio su Hybris Comics
Acquista il secondo episodio su Hybris Comics

22
Giu
2009

Freak III – Tenente, lei è bello come un cavallo

Freak Terzo, scritto da me e disegnato da Francesco Acquaviva, é finalmente disponibile nelle librerie, dopo una fase creativa più travagliata delle Stazioni della Croce. Il pubblico lo ha accolto con calore: entro pochi mesi tutte le copie nei magazzini della casa editrice sono state vendute alle fumetterie. Che dire dell’albo? Riporto il comunicato stampa della casa editrice, perché non se ne vedono molti di questo genere.

E’ in corso una guerra segreta. Ha avuto inizio quando il sangue della prima popstar ha bagnato il palco, ad opera di un misterioso sicario. Da allora, altri celebri cantanti sono caduti, mentre loschi figuri si muovevano sullo sfondo di questo conflitto senza quartiere che ha messo sotto assedio la Cara Vecchia Canzone Italiana. Abbiamo visto intrighi, esecuzioni di animaletti esotici, cospirazioni ad opera di Donne Nude. E Roberto “FREAK” Antoni: sfuggente bohemien dal torbido passato, seduto al centro di questa ragnatela di eventi come un grasso ragno ubriaco. Lo showbiz chiede vendetta. Tu con chi ti schieri? FREAK TERZO prosegue la fortunata serie a fumetti che racconta con umorismo surreale la Vita, l’Arte e i Misfatti di Roberto Antoni, saggista, scrittore e voce degli Skiantos. La sceneggiatura di questo episodio è stata realizzata da Massimo Spiga , mentre i disegni sono di Francesco Acquaviva. FREAK TERZO sa cos’è giusto per te. Nelle librerie da Aprile.


Sulla homepage del disegnatore, Francesco Acquaviva, è disponibile un’anteprima di un buon numero di tavole del fumetto: DevilAngel.biz.

Freak III – Tenente, lei è bello come un cavallo
Scritto da: Massimo Spiga
Disegnato da: Francesco Acquaviva
Edito da: SIE srl

128 pagine a colori
13,90€

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21
Giu
2009

La presunta mente dell’11/9: «M’inventavo le storie» – 18/06/09

(Articolo tradotto per Megachip)

di Devlin Barrett – Associated Press

WASHINGTON — Khalid Sheik Mohammed, accusato di essere il genio criminale dietro all’attentato dell’11 settembre, ha confessato di aver mentito profusamente agli agenti che lo torturavano per estorcergli la verità sulle sue attività eversive. Secondo quanto riferito in alcune sezioni dalle trascrizioni governative che sono state recentemente desecretate, Mohammed avrebbe orgogliosamente rivendicato la sua paternità su più di due dozzine di attentati terroristici. «Mi invento delle storie,» ha detto Mohammed nel 2007, durante una delle udienze del tribunale militare a Guantánamo Bay. In un inglese stentato, ha descritto l’interrogatorio in cui gli è stata chiesta l’ubicazione del leader di al-Qa‘ida, Osama bin Laden. «L’agente mi ha chiesto “Dov’è?”, ed io: “non lo so”», racconta Mohammed. «Poi ha ricominciato a torturarmi. Allora gli ho detto: “Sì, si trova in questa zona…” oppure “Sì, quel tizio fa parte di al-Qa‘ida”, anche se non avevo idea di chi fosse. Se rispondevo negativamente, riprendevano con le torture.»
Nonostante ciò, durante la medesima udienza, Mohammed ha illustrato un elenco di 29 attacchi terroristici a cui avrebbe preso parte. Le trascrizioni sono state rese pubbliche grazie ad una causa civile, con la quale la American Civil Liberties Union si è messa a caccia di documenti ed informazioni sulle condizioni della detenzione che il governo ha riservato agli imputati per terrorismo. In precedenza, erano stati resi pubblici altri testi provenienti dalle udienze dei tribunali militari, ma l’amministrazione Obama è tornata sul tema ed ha riesaminato le sezioni rimaste segrete per poi valutare che sarebbe stato possibile desecretarne ulteriori porzioni. La maggior parte dei nuovi documenti è incentrata sulle dichiarazioni che i detenuti hanno rilasciato a proposito degli abusi subiti durante gli interrogatori, mentre erano prigionieri in carceri extra-nazionali gestite della CIA. Un detenuto, Abu Zubaydah, ha riferito al tribunale che «dopo mesi di sofferenza e di tortura, fisica e psicologica, non hanno nemmeno curato le mie ferite».
Zubaydah è stato il primo detenuto ad essere sottoposto alle tecniche di interrogatorio “avanzato”, approvate dall’amministrazione Bush, in cui avveniva una simulazione di annegamento (detto waterboarding), oppure l’indagato veniva sbattuto contro le pareti o era costretto a prolungati periodi di nudità. Durante l’udienza, Zubaydah ha rivelato che queste pratiche lo hanno «quasi ucciso in almeno quattro occasioni». «Dopo un paio di mesi, durante i quali ho quasi perso la ragione e la vita,» ha dichiarato Zubaydah, «hanno incominciato a prendere le misure necessarie per non farmi morire». Ha inoltre affermato che, dopo essere stato trattato per molti mesi in questo modo, le autorità hanno concluso che non fosse il numero 3 di al-Qa‘ida, come avevano a lungo creduto.

Fonte: http://www.miamiherald.com/news/nation/story/1098707.html

21
Giu
2009

Descartes a mano armata

(Pubblicato su Teorema – Rivista sarda di cinema n°4, novembre 2006)


Si continua a parlare di Blade Runner, il capolavoro di Ridley Scott che seguita a ricombinarsi e trasformarsi in “versioni” sempre più aggiornate, come un software. O un replicante. Proiettato in anteprima assoluta alla 64° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, Blade Runner: The Final Cut é la terza incarnazione del capolavoro che ha scritto le regole della nuova science fiction,colpendo come un maglio il pubblico ignaro che, nel 1982, ancora dormiva sotto il sortilegio della fantascienza mainstream. Si è contrapposto a psicologie cartonate e giochi di prestigio in CGI, proiettandoci in un incubo cyberpunk in cui ad un alta tecnologia corrisponde un valore della vita pressoché inesistente. Blade Runner è un tech-noir che racconta la storia di Deckard, un cacciatore di androidi assoldato da una megacorporazione per scovare e “ritirare” quattro replicanti fuori controllo. Che nella neolingua del 2019 significa uccidere, se si può veramente uccidere quello che la percezione pubblica vede come un bene di consumo.
Parallelamente, il film racconta la storia degli androidi rinnegati, piagati da una vita artificialmente abbreviata ed un’ansia ossessiva di incontrare il loro Creatore: Tyrell, un incrocio tra Bill Gates e il dottor Frankenstein, produttore di schiavi sintetici a basso costo. Ma Blade Runner va molto oltre Mary Shelley: in questo film, la creazione di esseri umani artificiali è già massificata, banalizzata, commercializzata. L’uomo conosce da tempo “cose che non era destinato a sapere” ed é chiaro come l’esistenza di limiti sacri alla portata della tecnologia sia una semplice illusione. Il pensiero stesso, nell’era post-informatica, é un processo codificabile e replicabile su scala industriale.
Su queste basi, i replicanti rivendicano la loro umanità, al motto di Cogito Ergo Sum (è significativo che il nome della loro nemesi, Deckard, suoni nella pronuncia americana identico a Descartes). Blade Runner portò la fantascienza ad un livello più primario, feroce, psichico. E’ guerriglia ontologica, sprofondata in incubo urbano monumentale e globalizzato. Come direbbe Frank Lloyd Wright, la Los Angeles del film da “l’illusione che gli americani debbano essere un grande popolo per aver innalzato, e ad una simile altezza,questo pesante sbarramento di trappole commerciali per l’uomo”. Soprattutto in quel mondo, in cui il limite tra Dio ed il Capitalismo appare terribilmente sfuocato. Nel 1992, la produzione trovò opportuno realizzare un Director’s Cut, per adeguare l’opera ad un gusto più moderno (il pubblico lo chiamava Blade Crawler,che significa “strisciante”). Troppo lento. Troppo retrò. Indigeribile per gli stomaci adrenalinici della nostra monocultura, che divora, assorbe e ricicla ogni universo esotico e lo risputa normalizzato alle regole del mercato. Ridley Scott supervisionò il progetto in maniera superficiale e la lavorazione fu piuttosto sbrigativa, ma non intaccò l’opera. La amplificò. Il Director’s Cut aggiunse nuovi strati concettuali, maggiori ambiguità, più ritmo. Il nostro Descartes Con Pistola fu radicalmente rivisto, lasciandoci intendere che anche lui potrebbe essere un replicante. Le basi su cui poggiava la nostra interpretazione del film evaporarono, lasciandoci persi in un mare di specchi ed ambiguità.
Ed eccoci al 2007, un anno che ha dato molto alle frange lunatiche della fantascienza. Dopo sette anni di battaglie legali, Blade Runner: The Final Cut sbarca a Venezia e si riconferma, se ancora ce ne fosse bisogno, come possibile punto di partenza del pensiero pop del 21° secolo. E’ una supercompressione di Badruillard, una veloce dose di postmodernismo tagliato con robusto pulp. Il Final Cut non altera sostanzialmente il film, ma corregge alcune storture di montaggio dovute alla realizzazione precipitosa della precedente versione. Immagino che, vedendoci attraverso la membrana dello schermo cinematografico, quest’opera non possa che sogghignare sinistramente: con il passare del tempo le assomigliamo sempre di più. Una delle sue colonne portanti, a livello narrativo, è il Metodo VoightKampf. Con questo test, i cacciatori di androidi sono capaci di distinguere i replicanti dagli esseri umani. Li pongono sotto stress emotivo con domande e racconti truculenti per poi misurarne le reazioni emotive: solo gli esseri umani “inautentici” non provano empatia. L’intero film ci spinge ad identificarci negli androidi e mette alla prova le nostre emozioni. E’ un test VoightKampf. La cavia sei tu.
Questo tipo di metanarrazione, che si rifà direttamente al concetto di “iperrealtà” postmoderno, è la chiave di lettura privilegiata per chiunque voglia spingersi oltre il film e ricercarne le profonde radici. Quando, venticinque anni fa, Blade Runner si impose nell’immaginario collettivo, ci venne detto che era tratto da un oscuro e quasi sconosciuto romanzetto di un autore pulp. Un tipo strano, che scriveva opere con titoli come Gli Androidi Sognano Pecore Elettriche? (1965) e passò tutta la vita a descrivere le realtà artificiali di cui aveva paura. Parliamo di Philip K. Dick. Una veloce indagine nella mitologia personale dell’allora anonimo autore, ci mostra uno scrittore di science fiction popolare che sniffava speed quotidianamente ed era convinto che l’FBI lo spiasse. Lasciava delle piccole note sotto il bidone della spazzatura davanti al suo domicilio, in cui denunciava i suoi amici e conoscenti alle presunte forze dell’ordine che avrebbero dovuto ritirare il “materiale scottante”. Lavorava in maniera frenetica, con picchi di 4 libri all’anno e session di scrittura di 96 ore filate. Quando abbandonò il pianeta terra, si lasciò alle spalle cinque ex-mogli, 121 storie brevi, una sessantina di romanzi ed un diario personale di 8000 pagine, in cui erano annotati minuziosamente i messaggi che Dio gli spedì attraverso un raggio laser rosa. O, almeno, questo è ciò che credeva.
Philip K. Dick viveva in un mondo di sua creazione, in cui il progresso tecnologico, il mercato, la religione e i mezzi di comunicazione di massa erano mischiati in un cocktail esplosivo che distrugge ogni pretesa di realtà oggettiva ed elimina ogni libertà. Sia chiaro, era un maniaco. Ed è per questo che ci somiglia. Philip K. Dick viveva e commentava il 21° secolo con cinquant’anni d’anticipo. Il romanzo da cui ha avuto origine Blade Runner contiene, in nuce, tutti i problemi che la fantascienza e la modernità stanno ancora lottando per comprendere e superare. Mentre scrivo, tecnici zelanti di San Diego producono cromosomi artificiali, che porteranno prima o poi alla creazione di veri e propri replicanti. Chiunque può collegarsi ad internet e vivere la propria vita nel mondo simulato di Second Life. E’ in corso una guerra di cui noi non sappiamo niente, se non ciò che ci viene mostrato attraverso la televisione da abili manipolatori embedded. Tutte queste tematiche, e altre mille, sono facilmente individuabili tra le righe dello scrittore “pazzo”, che ha intuitivamente afferrato l’odierna anima mundi postmoderna. Leggiamo nel suo diario personale, scritto a quattro mani con Dio (o chi per lui): “Il mondo è un ologramma. Noi siamo ipostasi d’informazione, codificate in un linguaggio che abbiamo perso l’abilità di decifrare”.Questo concetto,ripreso ossessivamente in decine di storie brevi e romanzi, costituisce il nuovo paradigma della fantascienza, popolarizzato da film come The Matrix.
Per tutta la vita Philip Dick, come Deckard, tentò di distinguere le realtà artificiali da quelle profondamente umane. Attraverso la letteratura, il suo personale Metodo Voight-Kampf, individuò la scintilla dell’empatia come unico discrimine tra uomini e automi. Assediati da una realtà folle, effimera e vuota, sottoposti al giogo mentale della propaganda e del marketing, possiamo solo stringerci tra noi, socializzare. E resistere. Perché, come disse nel 1972, “in una società totalitaria in cui la casta è onnipotente, i valori fondamentali del vero essere umano sono: imbrogliare, mentire, evadere, falsificare, essere ovunque, fregare la tecnologia delle autorità con apparecchi costruiti nel proprio garage”. Nel 2007, in coincidenza con la proiezione veneziana di The Final Cut, la Library Of America pubblica per la prima volta i romanzi di Philip K. Dick, facendolo definitivamente entrare nel pantheon dell’alta letteratura. Il profeta pazzo ha vagato come un nomade ontologico tra divinità, potere ed individualità, alla ricerca di trappole nel teatro del mondo. La sua saggezza consiste nella ricerca della conoscenza, l’inarrestabile dubbio cartesiano che dissolve le proprie certezze nella ricerca della verità. Dick amava la poesia dell’autore settecentesco Henry Vaughan. Come sottolinea Erik Davies, possiamo trovarlo negli ultimi versi dell’Uomo: “Con la sua turbinante ricerca, l’uomo è la spola a cui Dio impose il moto, ma non la quiete.”

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