21
Giu
2009

SPP: come va avanti la militarizzazione e l’annessione del Nord America – 16/03/09

(Questo articolo è stato tradotto per Megachip)

di Stephen Lendman – GlobalResearch.ca

Il titolo si riferisce alla Partnership del Nord America per la Sicurezza e la Prosperità (il cui acronimo in inglese è SPP), conosciuta anche come North American Union. Questa organizzazione ebbe origine il 23 marzo del 2005 a Waco, in Texas, durante una conferenza a cui parteciparono George Bush, il presidente messicano Vincente Fox e il premier canadese Paul Martin. Il suo obiettivo è la promozione di un accordo che stimoli l’integrazione economica e politica delle nazioni coinvolte, nonché la collaborazione dei rispettivi servizi di sicurezza. Le sue attività si svolgono senza clamore mediatico, attraverso gruppi governativi che architettano direttive politiche vincolanti bypassando l’opinione pubblica ed il normale dibattito parlamentare.
In sintesi, è un colpo di stato corporativo spalleggiato dall’esercito, che affossa la sovranità delle tre nazioni partner, la loro popolazione e i loro organismi legislativi. E’ un pugnale infilzato nel loro cuore democratico, anche se il pubblico è in gran parte inconsapevole delle sue attività.
L’ultimo summit dell’SPP si è tenuto a New Orleans lo scorso aprile. Da allora, la sua azione è stata in gran parte intralciata dalla gravità della crisi economica globale, che richiede la completa attenzione dei leader coinvolti. Ciononostante, le decisioni prese finora saranno riportate nelle righe che seguono, insieme a qualche informazione addizionale.
Lo scorso settembre, l’«Army Times» ha riportato che il terzo Team d’Assalto della prima Brigata (al tempo dispiegato in Iraq) sarebbe stato trasferito sul suolo americano entro il primo ottobre, per entrare in una «forza federale pronta all’azione in caso di emergenze o disastri di origine umana o naturale, attentati terroristici inclusi».
«E’ la prima volta che un’unità attiva viene messa sotto il comando della NorthCom, un comando congiunto creato nel 2002 per coordinare e controllare le iniziative di difesa federali e le azioni di supporto alla difesa delle autorità civili».
Poi, il primo dicembre, il «Washington Post» ha dichiarato che il Pentagono avrebbe dispiegato 20mila soldati sul suolo statunitense entro il 2011, con l’obiettivo di «aiutare gli ufficiali statali e locali in caso di attacco nucleare o altre catastrofi». Sono state impostate tre unità di combattimento capaci di una reazione rapida. Altre due potrebbero aggiungersi al progetto. Saranno integrate con 80 unità della National Guard, addestrate per rispondere ad attentati di natura chimica, biologica, radiologica, nucleare, con esplosivi ad alto potenziale o altri attacchi di natura terroristica. In altre parole, si pensa di usare plotoni addestrati ad uccidere per militarizzare ed occupare gli Stati Uniti.
Il pretesto è la sicurezza nazionale. Queste unità saranno operative in caso di attentato terroristico, genuino o no, e anche in caso di tumulti da parte della popolazione, provata dalla crisi economica. Considerando la portata e la gravità della crisi, esiste una discreta probabilità che qualcuno, prima o poi, si decida a reagire. In questo caso, pattuglie armate di soldati si affiancheranno alla polizia locale (già militarizzata) non appena sarà dichiarata la legge marziale o arrivi l’ordine di effettuare azioni di sicurezza repressive.
Secondo il documento “Essere pronti al prossimo disastro catastrofico”, pubblicato nel 2008 dalla DHS/FEMA, dono state sviluppate procedure di “Emergenza Catastrofica” per reagire a situazioni “naturali” o “causate dall’uomo”. Se le condizioni lo richiederanno, si parla di sospensione della Costituzione e legge marziale. Si propone anche di militarizzare gli Stati Uniti per proteggere il mondo degli affari.
Lo scorso primo ottobre, in conseguenza all’annuncio che l’amministrazione Bush intendeva dispiegare pattuglie di soldati sul suolo americano, con un budget di “100 miliardi di dollari (di bailout)”, il Partito d’Azione Canadese ha pubblicato un post intitolato “ALLARME: GOLPE NEGLI USA”.

Probabili esiti

Gli sforzi dell’SPP si sono arrestati durante il periodo di transizione da Bush a Obama, ma il progetto di “integrazione profonda” rimane in piedi.
Il 19 gennaio, il Centro per la Politica Commerciale dell’Università di Ottawa ha tracciato le linee direttrici per un progetto di approfondimento dei rapporti tra Canada e USA. Il loro documento afferma che una «cooperazione repentina e sostenuta nel tempo» in questo periodo di crisi globale, avrebbe dovuto includere le forze di sicurezza e di difesa, il commercio e la competitività.
Il testo, inoltre, sostiene «che l’argomento cruciale è la necessità di ripensare l’architettura di gestione degli spazi economici comuni del Nord America, inclusa la liberalizzazione del commercio». Il linguaggio impiegato è ricco di espressioni come «ripensare (e) modernizzare le frontiere» e il loro significato contestualizzato sembra alludere ad un annullamento delle stesse. Sia quelle canadesi che quelle messicane. Allo stesso modo, il documento raccomanda di «integrare i regimi regolatori in un unico sistema che si possa applicare ad entrambi i lati della frontiera». Sostiene che l’arrivo di una nuova amministrazione a Washington è «un’opportunità d’oro» per forgiare un «programma che porti ad un mutuo beneficio e ridisegni la governance nordamericana e globale negli anni a venire».
Il testo sventola lo spettro del protezionismo e la necessità di evitarlo, dato l’attuale clima economico. Propone una «partnership USA-Canada più ambiziosa», che superi il NAFTA, in accordo con il Messico.
Un altro documento, prodotto dal Centro Nord Americano per gli Studi Transfrontalieri dell’Università Statale dell’Arizona ed intitolato “North America Next”, chiede una «competitività sostenibile nella sicurezza» ed una maggiore integrazione tra USA, Canada e Messico attraverso «una sicurezza sostenibile, un commercio ed un sistema di trasporti efficace» per rendere «le tre nazioni nordamericane più sicure, più economicamente funzionali e più prospere».
Sia il progetto dell’Università dell’Arizona che quello di Carleton mirano a rafforzare le iniziative dell’SPP grazie alla collaborazione della nuova amministrazione di Washington, specialmente in un clima di crisi economica globale che porta il problema in primo piano.

Altre tematiche in discussione

Il giornalista Mike Finch, in un articolo intitolato “North American Union Watch”, pubblicato sul quotidiano «The Canadian», riferisce che esistono organizzazioni statunitensi e canadesi il cui obiettivo è porre fine al libero flusso d’informazione su Internet.
Cita la scoperta di un «progetto per la eliminazione della libertà su Internet entro il 2010 in Canada» ed entro il 2012 in tutto il mondo, effettuata da un «gruppo di attivisti a favore della neutralità della rete».
Secondo la sua ricostruzione dei fatti, i due più grandi ISP canadesi, la Bell Canada e la TELUS, intendono limitare il browsing, bloccare alcuni siti e rendere a pagamento la maggior parte degli altri, in un’iniziativa articolata dal SPP che avrà inizio nel 2012. Reese Leysen, del servizio di web hosting I-Power, lo definisce un progetto «oltre la censura: vogliono uccidere il più grande ecosistema di libera espressione e libertà di parola mai esistito nella storia dell’uomo». Cita fonti interne a grandi aziende, che l’hanno informato su «accordi di esclusività tra gli ISP e i grandi fornitori di contenuti (come le TV e le case editrici di videogiochi) per decidere quali siti saranno inclusi nel Pacchetto Standard offerto agli utenti, mentre il resto della rete sarà irraggiungibile se non dietro una tariffa supplementare.»
Per Leysen, le sue fonti sono «affidabili al 100%». Anzi, indica che un quadro analogo è emerso da un articolo pubblicato su «Time» ad opera di Dylan Pattyn. Anche le fonti di quest’ultimo sarebbero interne alla Bell Canada e la TELUS. Secondo queste, si pensa di far rientrare solo i 100-200 siti più visitati nel pacchetto d’abbonamento base che, con tutta probabilità, includerà le agenzie di notizie più blasonate e terrà fuori tutto il circuito della stampa alternativa. «Internet diventerebbe un parco giochi per creatori di contenuti miliardari» come le TV via cavo, a meno che non si mettano in atto azioni per fermare questo processo.
Leysen pensa che gli Stati Uniti e gli ISP mondiali hanno idee simili sulla limitazione alla libertà di parola e le invasioni della privacy. Se ha ragione, la posta in gioco è altissima. Ma anche il margine di profitto è sostanzioso e, quindi, i governi amichevoli potrebbero essere d’accordo. Si parla anche di usare «marketing ingannevole e tattiche terroristiche» (come, ad esempio, sventolare la minaccia della pornografia infantile) per ottenere il consenso pubblico a queste norme liberticide mascherate da regole per la sicurezza della rete. È necessario fermarli immediatamente.

Progetti per ribattezzare l’SPP/NAU

Lo scorso marzo, il Fraser Insistute canadese lo ha proposto in un articolo intitolato: “Salvare la Partnership del Nord America per la Sicurezza e la Prosperità” a causa dell’ondata di critiche suscitata dall’organizzazione. Suggerisce di scartare la sigla SPP/NAU, optando per NASRA (North American Standards and Regulatory Area) per nascondere il suo vero obiettivo. Secondo l’articolo, il “brand SPP” è ormai infangato, quindi è necessario sostituirlo per proseguire le iniziative che il NAFTA ha lasciato orfane: integrare la sicurezza a tematiche riguardanti la qualità della vita, come la sicurezza alimentare, il riscaldamento globale, il cambiamento climatico e le pandemie. Reclama anche un maggiore sforzo comunicativo per blandire la pubblica opinione. Vogliono ingannare il maggior numero di persone possibile, finché non sarà troppo tardi per intervenire.

Malcontento in America a livello statale

Il 23 febbraio, obiettando al concetto di “integrazione profonda”, il giornalista Jim Kouri di «News with Views» (NWV) ha pubblicato un articolo intitolato: “Che i singoli stati dichiarino la propria sovranità”. Il testo ripropone le parole dello stratega politico Mike Baker, quando disse: «Gli americani sono sempre più disillusi dalla mancanza di prospettiva a lungo termine dimostrata dal governo federale su tematiche come l’immigrazione clandestina, il crimine ed il caos economico. Il governo federale intende addirittura insinuarsi nella vita privata dei cittadini, attraverso leggi sul controllo della circolazione delle armi da fuoco ed altre iniziative», temi che i Padri Fondatori «relegavano alla discrezionalità dei singoli stati».
È anche preoccupante che gli stati non riescano a finanziare i loro progetti a causa di budget troppo ristretti e siano costretti a fare tagli. Oltre a questo, anche l’intrusione di Washington nell’amministrazione della giustizia locale è preoccupante.
Finora, nove stati hanno dichiarato la loro sovranità ed un’altra dozzina sta pensando di farlo. Le leggi già approvate o proposte variano dai diritti generali a quelli selettivi, come il controllo della circolazione delle armi da fuoco e l’aborto.
Il 30 gennaio, lo stato di Washington si è schierato con loro ed ha approvato la legge HJM-4009, che dichiara:
«Il Decimo Emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti stabilisce che “i poteri non delegati dagli Stati Uniti ad opera della Costituzione, e non proibiti da essa, sono riservati rispettivamente ai singoli Stati, o alla popolazione”. Lo stesso emendamento definisce la portata totale del potere federale, stabilendo che esso è limitato a ciò che è esplicitamente scritto nella Costituzione.»
All’inizio di gennaio, anche il New Hampshire ha approvato una norma simile, la HCR-6, “che afferma i diritti degli Stati basandosi sui principi jeffersoniani”. Gli altri stati che, parzialmente o totalmente, concordano su questa linea sono la California, l’Arizona, il Montana, il Michigan, il Missouri, l’Oklahoma e la Georgia. Oltre a questi, i seguenti stati stanno attualmente dibattendo misure di questo tipo: il Colorado, la Pennsylvania, l’Illinois, l’Indiana, il Kansas, l’Arkansas, l’Idaho, l’Alabama, il Maine, il Nevada, le Hawaii, l’Alaska, il Wyoming e il Mississippi.
Oltre al dibattito sui diritti dei singoli stati, le tematiche principali di questo movimento sono:
— la crisi economica;
— il controllo nocivo che Wall Street esercita sulla politica;
— il suo effetto sul sistema dei Checks & Balances;
— i bailout eccessivi concessi ad un sistema bancario insolvente e corrotto a scapito dei budget degli stati individuali e dei loro diritti;
— la spesa pubblica spudorata ed insostenibile. Il debito pubblico che sta portando la federazione alla bancarotta, ponendo un peso insostenibile sulle spalle degli stati.
In linea di massima, ci si preoccupa che Washington sia complice nella crisi che attanaglia il paese e che voglia sbarazzarsi delle sue responsabilità oppure che, almeno, tenda ad assumere comportamenti di questo tipo. Se questo movimento si rafforza, servirà a rallentare il processo di “integrazione profonda” o a bloccarlo per un periodo considerevole, ma è improbabile che lo fermi del tutto. L’America delle corporazioni lo vuole, e generalmente ottiene ciò che vuole.
Potrebbe volerci più tempo, molto più tempo, a causa della crisi globale e del periodo necessario a superarla. Alcuni esperti annunciano a breve un’altra Grande Depressione peggiore della precedente ed addirittura peggiore dei “decenni perduti” del Giappone, dal 1990 ad oggi.
La priorità nel mondo dell’alta finanza e nei CdA delle grandi aziende è sfuggire alla crisi, se possibile. Eccetto che per motivazioni di “sicurezza nazionale”, tutto il resto viene in secondo piano.

Articolo originale: SPP: Updating the Militarization and Annexation of North America.

Stephen Lendman is a Research Associate of the Centre for Research on Globalization. He lives in Chicago and can be reached at lendmanstephen@sbcglobal.net

21
Giu
2009

Le ferite di Gaza e le nuove armi – 22/02/09

(Questo articolo è stato tradotto per Megachip)

di Dr. Ghassan Abu Sittah e Dr. Swee Ang – «The Lancet»*

Il dottor Ghassan Abu Sittah ed il dottor Swee Ang, due chirurghi inglesi, sono riusciti a raggiungere Gaza durante l’invasione israeliana. In questo articolo descrivono le loro esperienze, condividono le loro opinioni e ne traggono le inevitabili conseguenze: la popolazione di Gaza è estremamente vulnerabile e totalmente inerme davanti ad un eventuale attacco israeliano.

Le ferite di Gaza sono profonde e stratificate. Intendiamo parlare del massacro di Khan Younis del 1956, in cui 5mila persone persero la vita? Oppure dell’esecuzione di 35mila prigionieri di guerra da parte dell’esercito israeliano nel 1967? E la prima Intifada, in cui alla disobbedienza civile di un popolo sotto occupazione si rispose con un incredibile numero di feriti e centinaia di morti? Ancor di più, non possiamo non tener conto dei 5.420 feriti nel sud di Gaza durante le ostilità del 2000. Ma, nonostante tutto ciò, in questo articolo ci occuperemo esclusivamente dell’invasione che ha avuto luogo dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009.
Si stima che, in quei 23 giorni, siano state riversate sulla Striscia di Gaza un milione e mezzo di tonnellate di esplosivo. Per dare un’idea approssimativa di ciò di cui si sta parlando, è bene specificare che il territorio in questione copre una superficie di 360 kilometri quadrati ed è la casa di 1,5 milioni di persone: è l’area più densamente popolata del mondo. Prima dell’invasione, è stata affamata per 50 giorni da un embargo commerciale ma, in realtà, fin dall’elezione dell’attuale governo è stata posta sotto vincoli commerciali. Negli anni, l’embargo è stato parziale o totale, ma mai assente.
L’occupazione si è aperta con 250 vittime in un solo giorno. Ogni questura è stata bombardata, causando ingenti perdite tra le forze dell’ordine. Dopo aver spazzato via la polizia, l’esercito israeliano si è dedicato ai bersagli non governativi. Gli elicotteri Apache e gli F16 hanno fatto piovere morte dal cielo, mentre i cannoni della marina militare hanno condotto un attacco dal mare e l’artiglieria si è occupata della terra. Molte scuole sono state ridotte in macerie, tra cui l’American School of Gaza, 40 moschee, alcuni ospedali, vari edifici dell’ONU ed ovviamente 21mila case, di cui 4mila sono state rase al suolo. Circa 100mila persone sono divenute improvvisamente senzatetto.

Le armi israeliane

Gli armamenti impiegati, oltre alle bombe e agli esplosivi ad alto potenziale convenzionali, includono anche tipologie non convenzionali. Ne sono state identificate almeno quattro categorie:

Proiettili e bombe al fosforo
I testimoni oculari affermano che alcune bombe esplodevano in quota, rilasciando un ampio ventaglio di micro-ordigni al fosforo che si distribuivano su un’ampia superficie. Durante l’invasione via terra, i carri armati erano usi sfondare le mura delle case con proiettili ordinari per poi far fuoco al loro interno con proiettili al fosforo. Questo metodo permette di scatenare terribili incendi all’interno delle strutture, ed un gran numero di corpi carbonizzati è stato rinvenuto ricoperto da particelle di fosforo incandescente. Un preoccupante interrogativo è posto dal fatto che i residui rinvenuti paiono amalgamati ad un agente stabilizzante speciale, che gli conferisce la capacità di non bruciare completamente, fino all’estinzione. I residui di fosforo ancora coprono le campagne, i campi da gioco e gli appartamenti. Si riaccendono quando i bambini curiosi li raccolgono, oppure producono fumi tossici quando i contadini annaffiano le loro terre contaminate. Una famiglia, ritornata al suo orto dopo le ostilità, ha irrigato il terreno ed è stata inglobata da una coltre di fumo sprigionata dal suolo. La semplice inalazione ha prodotto epistassi. Questi residui di fosforo trattato con stabilizzante sono, in un certo senso, un analogo delle mine antiuomo. A causa di questa costante minaccia, la popolazione (specialmente quella infantile) ha difficoltà a tornare ad una vita normale.
Dagli ospedali, i chirurghi raccontano di casi in cui, dopo una laparotomia primaria per curare ferite relativamente piccole e poco contaminate, un secondo intervento ha rivelato aree crescenti di necrosi dopo un periodo di 3 giorni. In seguito, la salute generale del paziente si deteriora ed, entro 10 giorni, necessitano un terzo intervento, che mette in luce una massiccia necrosi del fegato. Questo fenomeno è, a volte, accompagnato da emorragie diffuse, collasso renale, infarto e morte. Sebbene l’acidosi, la necrosi del fegato e l’arresto cardiaco improvviso (dovuto all’ipocalcemia) siano tipiche complicazioni nelle vittime di fosforo bianco, non è possibile attribuirle alla sola opera di questo agente.
È necessario analizzare ed identificare la vera natura di questo fosforo modificato ed i suoi effetti a lungo termine sulla popolazione di Gaza. È anche urgente la raccolta e lo smaltimento dei residui di fosforo sulla superficie dell’intera regione. Queste sostanze emettono fumi tossici a contatto con l’acqua: alla prima pioggia potrebbero avvelenare tutta la Striscia. I bambini dovrebbero imparare a riconoscere ed evitare questi residui pericolosi.

Bombe pesanti
L’uso di bombe DIME (esplosivi a materiale denso inerte) risulta evidente, anche se non è stato determinato con chiarezza se sia stato impiegato uranio impoverito nelle aree meridionali. Nelle zone urbane, i pazienti sopravvissuti mostrano amputazioni dovute a DIME. Queste ferite sono facilmente riconoscibili perché i moncherini non sanguinano ed il taglio è netto, a ghigliottina. I bossoli e gli shrapnel delle DIME sono estremamente pesanti.

Bombe ad implosione
Tra le armi usate, ci sono anche i bunker-buster e le bombe ad implosione. Ci sono casi, come quello del Science & Technology Building o dell’università islamica di Gaza, in cui un palazzo ad otto piani è stato ridotto ad un mucchio di detriti non più alto di un metro e mezzo.

Bombe silenziose
La popolazione di Gaza ha descritto un nuovo tipo di arma dagli effetti devastanti. Arriva sotto forma di proiettile silenzioso, o al massimo preceduto da un fischio, e vaporizza tutto ciò che si trova in aree estese senza lasciare tracce consistenti. Non sappiamo come categorizzare questa tecnologia, ma si può ipotizzare che sia una nuova arma a particelle in fare di sperimentazione.

Esecuzioni
I sopravvissuti raccontano di tank israeliani che, dopo essersi fermati davanti agli appartamenti, intimavano ai residenti di uscirne. Di solito, i primi ad obbedire erano i bambini, gli anziani e le donne. Che, altrettanto prontamente, venivano messi in fila e fucilati sul posto. Decine di famiglie sono state smembrate in questo modo. Nello scorso mese, l’assassinio deliberato di bambini e donne disarmate è stato anche confermato da attivisti per i diritti umani.

Eliminazione di ambulanze
Almeno 13 ambulanze sono state vittima di sparatorie. Gli autisti e gli infermieri sono stati sparati mentre recuperavano ed evacuavano i feriti.

Bombe a grappolo
Le prime vittime delle bombe a grappolo sono state ricoverate all’ospedale Abu Yusef Najjar. Più della metà dei tunnel di Gaza sono stati distrutti, rendendo inutilizzabile gran parte delle infrastrutture atte alla circolazione dei beni primari. Al contrario di ciò che si pensa, questi tunnel non sono depositi per armi (anche se potrebbero essere stati usati per trafugare armi leggere), ma per carburante ed alimenti. Lo scavo di nuovi tunnel, che ora occupa un buon numero di palestinesi, ha talvolta innescato bombe a grappolo presenti sul suolo. Questo tipo di ordigni è stato usato al confine di Rafah e già cinque ustionati gravi sono stati portati all’ospedale dopo l’esplosione di queste trappole.

Conteggio dei morti
Al 25 gennaio 2009, la stima dei morti è arrivata a 1.350. Il numero è in continua ascesa a causa della mole di feriti gravi che continuano a morire negli ospedali. Il 60% dei morti è costituito da bambini.

Feriti gravi
Il numero dei feriti gravi è di 5.450, con un 40% di bambini. Si tratta in massima parte di pazienti ustionati o politraumatici. Coloro che hanno subito fratture ad un solo arto e coloro che, pur avendo riportato lesioni sono ancora in grado di camminare, non sono stati inclusi in questo conteggio.
Nelle nostre discussioni con infermiere e dottori, le parole “olocausto” e “catastrofe” sono state spesso menzionate. Lo staff medico al completo porta i segni del trauma psicologico dovuto al lavoro frenetico dell’ultimo mese, passato a fronteggiare le masse che hanno affollato le camere mortuarie e le sale operatorie. Molti dei pazienti sono deceduti nel Reparto Incidenti ed Emergenza, ancor prima della diagnosi. In un ospedale distrettuale, il chirurgo ortopedico ha portato a termine 13 fissazioni esterne in meno di un giorno.
Si stima che, tra i feriti gravi, 1.600 sono destinati a rimanere disabili a vita. Tra questi, molti hanno subito amputazioni, ferite alla colonna vertebrale, ferite alla testa, ustioni estese con contratture sfiguranti.

Fattori speciali
Durante l’invasione, il numero dei morti e dei feriti è stato particolarmente alto a causa dei seguenti motivi:

* Nessuna via di fuga: Gaza è stata sigillata dalle truppe israeliane, che hanno impedito a chiunque di fuggire dai bombardamenti e dall’invasione terrestre. Semplicemente, non c’era alcuna via di fuga. Anche all’interno dei confini di Gaza gli spostamenti dal nord al sud sono stati resi impossibili dai tank israeliani, che hanno tagliato ogni via di comunicazione. Al contrario della guerra in Libano dell’82 e del ‘06, in cui la popolazione poteva spostarsi dalle aree di bombardamento massiccio a quelle di relativa sicurezza, un opzione di questo tipo era preclusa a Gaza.

* La densità della popolazione di Gaza è eccezionale. E’ inquietante notare che le bombe impiegate dall’esercito israeliano sono “ad alta precisione”. Il loro tasso di successo, nel centrare palazzi affollati, è del 100%. Altri esempi? Il mercato centrale, le stazioni di polizia, le scuole, gli edifici dell’ONU (in cui gli abitanti erano confluiti per sfuggire ai bombardamenti), le moschee (di cui 40 sono state rase al suolo) e le case delle famiglie, convinte di essere al sicuro perché tra loro non si annidavano combattenti. Nei condomini, una sola bomba a implosione è sufficiente a sterminare decine di famiglie. Questa tendenza a prendere di mira i civili ci fa sospettare che gli obiettivi militari siano considerati bersagli collaterali, mentre l’obiettivo primario sia la popolazione.

* La quantità e la qualità delle munizioni sopra descritte ed il modo in cui sono state impiegate.

* La mancanza di difese che Gaza ha dimostrato nei confronti delle moderne armi israeliane. La regione non ha tank, aeroplani da guerra, nessun sistema antiaereo da schierare contro l’esercito invasore. Siamo stati testimoni in prima persona di uno scambio di pallottole tra un tank israeliano e gli AK47 palestinesi. Le forze in campo erano, per usare un eufemismo, impari.
L’assenza di rifugi antibomba funzionali a disposizione della popolazione civile. Sfortunatamente, anche se ci fossero non avrebbero alcuna chance contro i bunker-buster israeliani.

Conclusione
Se si prendono in considerazione i seguenti punti, è ovvio che un’ulteriore invasione di Gaza provocherebbe danni catastrofici. La popolazione è vulnerabile ed inerme. Se la Comunità Internazionale intende evitare ferimenti ed uccisioni di massa nel prossimo futuro, dovrà sviluppare una qualche forza di difesa per Gaza. Se ciò non accadrà, i civili continueranno a morire.

Articolo originale: The wounds of Gaza, «The Lancet – Global Health Network», 2 febbraio 2009.

* «The Lancet» è la rivista medica più autorevole del mondo.

21
Giu
2009

Visioni della Crisi/ La nave dei folli – 16/02/09

(Questo articolo, tradotto in collaborazione con Milena Finazzi, è stato pubblicato su Megachip)

di Paul Craig Roberts – vdare.com

Esiste vita intelligente a Washington, DC? Neanche un briciolo.
L’economia statunitense sta implodendo ed Obama si lascia traghettare verso il pantano dell’Afghanistan dal suo governo di neocon e agenti israeliani, evenienza che probabilmente causerà uno scontro con la Russia e forse anche con la Cina. La quale, non bisogna scordarlo, è il maggiore creditore degli Stati Uniti.
Le cifre dei libri paga di gennaio rivelano circa 20mila licenziamenti al giorno. In dicembre, la situazione era anche più nera del previsto (dai 524mila licenziamenti preventivati ai 577mila reali). Questa correzione fa arrivare l’ammontare di posti di lavoro perduti in due mesi a 1.175.000. Se si continua così, i 3 milioni di nuovi impieghi promessi da Obama saranno controbilanciati e cancellati dai licenziamenti di massa.
Secondo John Williams (esperto di statistica e curatore di Shadowstats.com), queste titaniche cifre sono una sottostima della reale proporzione della crisi. Williams fa notare che gli errori di valutazione, intrinsechi nei fattori di correzione stagionali, hanno fatto sparire 118mila licenziamenti dai resoconti di gennaio: la cifra reale per quel mese raggiungerebbe i 716mila posti di lavoro perduti.
Ma le ricerche basate sui libri paga contano il numero di posti di lavoro, non il numero delle persone occupate. Queste due cifre non sono equivalenti, perché alcuni cittadini potrebbero avere più di un lavoro.
Al contrario, l’Household Survey (NdT: un enorme resoconto sulle condizioni economiche della nazione, condotto dall’equivalente americano del nostro ISTAT) conta il numero degli impiegati effettivi. Mostra che 832mila persone hanno perso il proprio lavoro a gennaio e 806mila a dicembre, per un totale di 1.638.000.
Il tasso di disoccupazione sciorinato dai media statunitensi è, quindi, un falso plateale. Williams spiega che negli anni dell’amministrazione Clinton, la categoria dei lavoratori “scoraggiati” (coloro che neanche cercavano più un lavoro) è stata ridefinita, in modo da entrare nelle statistiche solo quando lo “scoraggiamento” aveva una durata inferiore ad un anno. Questa limitazione temporale ha spazzato via dai documenti ufficiali la maggior parte di questi disoccupati senza speranza. Riaggregando questo segmento della popolazione alle statistiche attuali, ci rendiamo conto che la disoccupazione effettiva, a gennaio, ha raggiunto il 18%, con un aumento dello 0,5% rispetto al mese precedente.
In altre parole, se rimuoviamo dai dati ufficiali le manipolazioni di un governo che ci mente ogni volta che apre la bocca, constateremo che il livello di disoccupazione statunitense è sufficiente per dichiarare la nostra economia in stato di depressione.
E non potrebbe essere altrimenti, data l’enorme mole di posti di lavoro che è stata trasferita all’estero. Un governo è impossibilitato a creare nuovi posti di lavoro, se le sue aziende spostano all’estero gli impianti di produzione per i beni ed i servizi destinati al mercato interno. Spostando i processi produttivi all’estero, “cedono” ad altri stati delle fette del PIL nazionale. Il deficit nelle esportazioni che ne risulta ha, negli ultimi dieci anni, fatto crollare il PIL statunitense di 1,5 trilioni di dollari. Tradotto: un sacco di posti di lavoro.
Da anni parlo dei laureati costretti a fare la cameriera o il barista per sopravvivere. Man mano che una popolazione esponenzialmente indebitata continua a perdere posti di lavoro, sarà sempre meno incline a frequentare bar e ristoranti. E ciò significa che i laureati statunitensi non riusciranno a trovare nemmeno quei lavori che implicano il lavaggio di piatti o la preparazione di cocktail.
I legislatori hanno ignorato il fatto che, nel ventunesimo secolo, la domanda dei consumatori è stata principalmente alimentata dall’aumento dell’indebitamento, e non degli introiti. Questo fatto basilare ci mostra come sia inutile tentare di stimolare l’economia con vagonate di dollari dirette ai banchieri (per convincerli a prestare più denaro, s’intende). I consumatori americani non sono più nella condizione di chiedere prestiti.
Se sommiamo il crollo del valore dei loro principali asset (vale a dire le loro case), la distruzione di metà dei loro fondi pensionistici e la minaccia di un futuro di disoccupazione, ci rendiamo conto che gli americani non possono e non vogliono spendere.
Quindi, che senso ha offrire un ‘bailout’ a gruppi come la General Motors e la Citibank, che fanno il possibile per trasferire all’estero il maggior numero di operazioni?
È vero che gran parte delle infrastrutture statunitensi sono in pessime condizioni e hanno un gran bisogno di ristrutturazione, ma i lavori in questo settore non producono beni e servizi che possano essere esportati. L’impegno massiccio nel settore delle infrastrutture non cambia di una virgola il mostruoso deficit d’esportazione statunitense, il cui finanziamento inizia a rappresentare un grosso problema. Ancor di più, i posti di lavoro nel settore delle infrastrutture durano esattamente quanto la realizzazione delle stesse.
Nella migliore delle ipotesi, lo “stimolo” all’economia propugnato da Obama non farà altro che ridurre temporaneamente la disoccupazione, sempre che la maggior parte dei nuovi posti di lavoro nel campo dell’edilizia non siano occupati da messicani.
A meno che le corporation statunitensi non siano costrette ad impiegare manodopera locale per produrre beni e servizi indirizzati ai mercati domestici, l’economia USA non ha futuro. Nessun membro dello staff di Obama è abbastanza intelligente da rendersene conto. Quindi, l’economia continuerà ad implodere.
Come se questa catastrofe in incubazione non bastasse, Obama si è fatto addirittura turlupinare dai suoi consiglieri neocon e militari. Ha deciso di espandere l’impegno bellico in Afghanistan, una vasta regione montagnosa. Il presidente intende sfruttare la riduzione delle truppe in Iraq per raddoppiare quelle presenti in Afghanistan. Nonostante questo, i 60mila soldati previsti non sarebbero comunque sufficienti. Dopotutto, sono meno della metà di quelli coinvolti nella fallimentare occupazione dell’Iraq. L’esercito ha preventivato che ci vorrebbero come minimo 600mila soldati per portare a termine la missione.
Per far fuori il regime di Bush, gli iraniani hanno dovuto tenere per le briglie i loro alleati sciiti, convincendoli ad usare le elezioni per guadagnarsi il potere ed usarlo per espellere gli americani. Ed è per questo motivo che, in Iraq, le truppe statunitensi hanno dovuto fronteggiare “solamente” l’insurrezione della minoranza sunnita. Ciononostante, gli occupanti sono riusciti a vincere (si fa per dire) non sul piano militare, ma a suon di banconote, sganciando dollari su dollari per convincere i rivoltosi a non combattere. L’accordo di ritiro delle truppe è stato dettato dagli sciiti. Non è quello che Bush avrebbe voluto.
Ci si aspetterebbe che l’esperienza della “passeggiata” in Iraq avrebbe reso gli Stati Uniti più cauti. Ed invece no, perché si sono gettati con maggior vigore nel tentativo di occupare l’Afghanistan, un’impresa che richiede inoltre la conquista di aree del Pakistan.
Per gli USA è stata dura mantenere 150mila soldati in Iraq. Obama necessita un altro mezzo milione di soldati per pacificare l’Afghanistan, da aggiungere a quelli già stanziati. Dove intende andare a pescarli?
Una risposta è l’imponente disoccupazione USA in rapido aumento. Gli americani metteranno la firma per andare ad uccidere all’estero piuttosto che restare senza casa e a stomaco vuoto in patria.
Ma questa è solo una mezza soluzione. Da dove attingere il denaro per sostenere sul campo un esercito di 650mila unità, di oltre quattro volte superiore al contingente USA in Iraq, una guerra che ci è costata tre trilioni di dollari di spese vive e sta già generando costi futuri? Questo denaro avrebbe dovuto sommarsi ai tre trilioni di dollari del deficit di bilancio, prodotto dal salvataggio del settore finanziario operato da Bush, dal pacchetto stimolo di Obama e dall’economia in rapido declino. Quando i sistemi economici entrano in crisi – come sta accadendo negli USA – il gettito fiscale collassa. Milioni di americani disoccupati non pagano i contributi della previdenza sociale, le polizze per l’assicurazione sanitaria e le imposte sul reddito. Le attività commerciali e le aziende che chiudono non versano le imposte statali e le imposte federali. I consumatori senza denaro o privi di accesso al credito non sborsano le imposte sulle vendite.
Gli Idioti di Washington, perché di idioti si tratta, non hanno pensato per un attimo a come finanziare il deficit di bilancio dell’anno contabile 2009, pari a circa due-tre trilioni di dollari. Il tasso di risparmio virtualmente inesistente non lo può finanziare. Il saldo attivo della bilancia commerciale dei nostri partner quali Cina, Giappone ed Arabia Saudita non lo può finanziare.
Pertanto, il governo USA dispone di due sole possibilità per far fronte al suo disavanzo. La prima, è costituita da un ulteriore crollo del mercato borsistico, che condurrebbe gli investitori sopravvissuti e le loro risorse residue ai buoni del Tesoro “sicuri”. L’altra sarebbe la monetizzazione del debito del Tesoro da parte della Federal Reserve.
La monetizzazione del debito implicherebbe l’acquisto da parte della Federal Reserve dei buoni del Tesoro qualora nessuno intendesse acquistarli o fosse in grado di farlo. Ciò avverrebbe tramite la creazione di depositi bancari per conto del Tesoro.
In altri termini, la Federal Reserve “stamperebbe denaro” con il quale acquistare i buoni del Tesoro.
Nel momento in cui si verificasse una tale evenienza, il dollaro USA cesserebbe di essere la valuta di riserva.
Inoltre la Cina, il Giappone e l’Arabia Saudita, paesi che detengono ingenti quote del debito del Tesoro statunitense, nonché altri asset in dollari USA, li venderebbero subito, nella speranza di salvarsi prima degli altri.
Il dollaro americano perderebbe ogni valore, al pari di una valuta da repubblica delle banane.
Gli Stati Uniti non sarebbero in grado di pagare le proprie importazioni, un problema questo particolarmente grave per un paese che dipende dalle importazioni per l’energia, i manufatti e i prodotti high-tech.
I consiglieri keynesiani di Obama hanno appreso con solerzia la lezione di Milton Friedman per il quale la Grande Depressione fu causata dalla Federal Reserve che permise una contrazione dell’offerta di valuta e di credito. Nel corso della Grande Depressione i debiti virtuosi furono azzerati dalla contrazione monetaria. Oggi i crediti inesigibili sono protetti dall’espansione della moneta e del credito ed il Tesoro USA sta mettendo a repentaglio la propria solvibilità e lo status di valuta di riserva del dollaro con aste trimestrali di ingenti quantità di bond all’apparenza interminabili.
Nel frattempo i russi, straripanti di energia e di risorse minerali e privi di debiti, hanno appreso di non potersi fidare del governo USA. La Russia ha osservato i tentativi dei successori di Reagan di trasformare le ex-repubbliche dell’Unione Sovietica in stati marionetta in mano agli americani ed alle loro basi militari. Gli USA stanno cercando di accerchiare la Russia con missili che neutralizzino il deterrente strategico russo.
Putin ha guadagnato terreno nei confronti del “compagno lupo” [1].
Grazie alle manovre del presidente del Kirghizistan è riuscito a sfrattare dall’ex-repubblica sovietica la base militare statunitense, di vitale importanza per gli approvvigionamenti ai soldati di stanza in Afghanistan.
Per bloccare l’ingerenza americana nella sua sfera di influenza, il governo russo ha creato un’organizzazione per il trattato di sicurezza collettiva comprendente Russia, Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan. L’Uzbekistan partecipa in modo parziale.
In buona sostanza, la Russia ha organizzato l’Asia Centrale contro la penetrazione americana.
A chi deve rispondere il Presidente Obama? Stephen J. Sniegoski, che scrive sulla versione inglese del settimanale svizzero Zeit-Fragen, riferisce che le figure chiave della cospirazione neocon – Richard Perle, Max Boot, David Brooks e Mona Charen – sarebbero in estasi per le nomine effettuate da Obama. Non vedono alcuna differenza tra Obama e Bush/Cheney.
Non soltanto i consiglieri di Obama lo stanno conducendo verso una guerra allargata in Afghanistan ma la potente lobby filoisraeliana starebbe spingendo Obama verso una guerra con l’Iran.
L’irrealtà nella quale il governo USA sta operando è da non credersi. Un governo in bancarotta che non può pagare i propri conti senza stampare nuova moneta si sta buttando a capofitto nelle guerre contro Afghanistan, Pakistan ed Iran. Secondo il Center for Strategic and Budgetary Analysis, il costo che i contribuenti americani devono sostenere per mandare un solo soldato a combattere in Iraq ammonta a 775.000 dollari l’anno.
Il mondo non ha mai visto una sconsideratezza così totale. Le invasioni della Russia da parte di Napoleone e di Hitler sono stati atti razionali se paragonate alla stupidità irragionevole del governo americano.
La guerra di Obama in Afghanistan è come il tè del Cappellaio Matto. Dopo sette anni di conflitto, non esiste ancora una missione ben definita o un obiettivo finale per il contingente USA in Afghanistan. Interpellato sulla missione, un ufficiale militare americano ha detto a NBC News: «Francamente, non ne abbiamo una.» La NBC riferisce che «ci stanno lavorando».
Durante il suo discorso del 5 febbraio ai Democratici della Camera, il presidente Obama ha ammesso che il governo USA non conosce il motivo della missione in Afghanistan e che, per evitare «che la missione proceda a tentoni, senza parametri chiari», gli Stati Uniti «hanno bisogno di una missione chiara».
Cosa ne direste di essere mandati in una guerra il cui scopo è sconosciuto a tutti, ivi compreso al comandante in capo che vi ha spedito a uccidere o ad essere uccisi? Che ne pensate, cari contribuenti, del fatto di sostenere ingenti costi per inviare soldati in una missione non definita mentre l’economia va a rotoli?

Paul Craig Roberts è stato assistente del ministro del Tesoro durante il governo Reagan. È coautore di The Tyranny of Good Intentions. Può essere contattato al seguente indirizzo: PaulCraigRoberts@yahoo.com

Articolo originale: Paul Craig Roberts, Ship of Fools, vdare.com
Link: http://www.vdare.com/roberts/090208_fools.htm.
Traduzione di Massimo Spiga e Milena Finazzi per Megachip

[1] L’autore fa riferimento ad una citazione di Putin, il quale a sua volta richiama una vecchia storiella russa: «Rabinovich e la sua pecorella vagano per i boschi. Improvvisamente cadono in una fossa profonda. Un attimo dopo anche un lupo cade nella stessa fossa. La pecorella, spaventata, si mette a belare. “Cos’è tutto questo bee bee bee?” chiede Rabinovich, “Il compagno Lupo sa chi mangiare”.»

21
Giu
2009

Gli avvocati: Cheney e Rumsfeld in tribunale per l’11/9? Difficile ma non impossibile

(Questo articolo è stato tradotto per Megachip)

di Stephen C. Webster – da www.rawstory.com

Quando ricevette una medaglia al valore per le lesioni subite durante l’attacco al Pentagono dell’undici settembre 2001, April Gallop fu definita una “eroina” dall’agenzia di stampa dell’esercito USA. Ma è improbabile che gli organi di stampa del governo le riservino un entusiasmo del genere per la seconda volta.
Lunedì scorso (15 dicembre 2008, ndt), April Gallop, che ha prestato servizio militare presso il NISA (Network Infrastructure Services Agency) come specialista amministrativa, ed il suo avvocato William Veale hanno intentato una causa civile contro l’ex-ministro della Difesa Donald Rumsfield, il vicepresidente Dick Cheney e l’ex-generale dell’Aeronautica statunitense Richard Myers, capo degli Stati Maggiori Riuniti durante gli attentati del 9/11.
La Gallop accusa i tre imputati di aver partecipato ad un’associazione a delinquere con lo scopo di facilitare gli attacchi e di aver occultato il pericolo al personale del Pentagono, contribuendo fattivamente alle lesioni che lei e suo figlio di due mesi hanno riportato durante l’attentato. Nel testo della causa si citano anche altri anonimi che sarebbero stati a conoscenza degli attentati.
Questa storia è stata rivelata in esclusiva da RAW STORY. Il testo integrale delle dichiarazioni è reperibile a questo link.
«Tutto è accaduto molto rapidamente. Pensavo che ci stessero bombardando» ha dichiarato la Gallop in un rapporto pubblicato nell’ottobre del 2001.
Dopo aver soccorso un suo collega, la donna ha iniziato a setacciare le macerie fumanti del suo ufficio alla ricerca della figlia, Elisha. Dopo averla estratta dai detriti, ha attraversato i corridoi invasi dal fumo fino a raggiungere il prato esteriore, in cui è crollata.
Nonostante la gioia di essere sopravvissuta, la Gallop è «ancora inferocita con il nemico: me la pagheranno». Sono passati molti anni ed ora si aspetta che questo pagamento arrivi tramite una causa civile.
«Ero molto seccata dalla frequenza delle esercitazioni anti-incendio e dalle evacuazioni simulate» dichiarò la Gallop al George Washington Blog in un’intervista del 2006. «Capitavano sempre quando avevo altro da fare. Ciononostante l’undici settembre, proprio il giorno in cui tutte le nostre vite erano in pericolo, non è suonato un solo allarme.»
April ha subito un lieve lesione cerebrale, ma ancora lotta con la sindrome post-traumatica e la perdita di udito. Anche sua figlia ha subito una lieve lesione cerebrale che è degenerata in un deficit dell’apprendimento.
Per ciò che riguarda la ricostruzione dell’attentato, i ricordi della Gallop si discostano dalla versione ufficiale. «Le mie dichiarazioni sono state travisate in molte occasioni. Questo accade quando si hanno secondi fini. Per la cronaca, ecco la mia versione dei fatti: mi trovavo nell’anello E. Dall’interno dell’edificio, e senza alcun indizio su cosa fosse successo all’esterno, mi parve che fosse stata detonata una bomba. Siamo stati costretti a fuggire dalla struttura prima che ci cascasse addosso. E non ricordo di aver visto alcun rottame aereo. Ovviamente non ho idea di che aspetto abbia un aereo dopo l’impatto con un edificio. Ma penso che avrei notato almeno qualche frammento inusuale, qualcosa che almeno somigliasse ad un pezzo di aereo».
«Non vogliono si avvii un’indagine conoscitiva», ha dichiarato l’avvocato Veale. «Se riuscissimo a superare la loro mozione iniziale, tesa a stralciare le dichiarazioni della mia cliente, otterremo un’incriminazione. In questo caso, avremmo ottime probabilità di arrivare fino in fondo a questa faccenda. La legge è dalla nostra parte.»
La causa ha qualche possibilità?

RAW STORY ha chiesto il proprio parere ad avvocati esperti in cause civili contro il governo federale. «Le quindici pagine del reclamo sembrano il prodotto di un’indagine approfondita, che dimostra con dovizia di particolari l’esistenza di un’associazione a delinquere che coinvolge gli imputati. Questo sodalizio mirava a causare gli attentati o permettere che avessero luogo e ci colpissero mentre eravamo totalmente impreparati» ha dichiarato Gerald A. Sterns, dello studio legale Sterns & Walker di San Francisco. «Abbiamo già svolto processi per associazione a delinquere e permane un fondo di dubbio su cosa sia successo quel giorno e soprattutto sul perché. È stato un punto di svolta positivo per la presidenza Bush, che fino ad allora si era dimostrata tutt’altro che notevole, sopratutto a causa della sua controversa ascesa alla carica pochi mesi prima.»
Secondo ciò che afferma il sito di Sterns & Walker, lo studio rappresenta i sopravvissuti di incidenti aerei o altri disastri di una certa entità. Lo studio «è stato coinvolto in quasi tutte le principali cause seguite a incidenti aerei, e centinaia di altri processi civili con accuse ad imputati eccellenti», compresi gli Stati Uniti d’America.
«La causa della Gallop ha un precedente simile. Sfortunatamente per la parte lesa, può essere un indizio del suo destino. Si tratta del caso di Valerie Plame, un ex-agente della CIA la cui copertura è stata fatta saltare di proposito da Dick Cheney e, probabilmente, altri funzionari della Casa Bianca. La rivelazione è stata una rappresaglia per alcune affermazioni poco gentili fatte dal marito della Plame, il quale stava indagando sulle affermazioni di Bush riguardo all’ipotetico acquisto, da parte di Saddam Hussein, di materie prime per armi di distruzione di massa da uno stato africano» dice Sterns. «La Plame ha intentato una causa contro Cheney ed altri per averle distrutto la carriera.»
Ed aggiunge: «A prescindere dalla nostra disposizione verso questi individui ed il loro impatto sugli Stati Uniti, temiamo che la signora Gallop rimarrà molto delusa da questo suo tentativo di ottenere risposte per via giudiziaria.»
La profezia pessimista di Sterns è stata sdrammatizzata da Phillip L. Marcus, un avvocato del Maryland, specializzato in proprietà intellettuale e leggi sul copyright. Marcus ha discusso con RAW STORY del caso Bivens vs. Six Unknown Federal Narcotics Agents, un processo in cui la Corte Suprema ha decretato che il governo può essere oggetto di cause civili se si prefigura la violazione di un diritto costituzionale, anche se non esiste alcuno statuto federale a supporto di un’azione legale di questo tipo.
«La giurisdizione è un grosso ostacolo alla parte lesa, ma ci sono due strade per aggirarla» ha affermato Marcus, «la prima è la Dottrina Bivens (per cui, se i fatti dimostrano una grave trasgressione da parte di agenti federali, esiste una sorta di giurisdizione del diritto federale; senza di essa, le violazioni del Bill of Rights non potrebbero oggetto di causa civile) e la seconda è la 28 USC sec. 1331, ovvero il Federal Tort Claims Act (FTCA). Veale ha lanciato accuse straordinarie. Normalmente, se ci si limita a segnalare un quantitativo sufficiente di fatti significativi, la corte non accetta una linea difensiva basata sulla giurisdizione. Ma con accadimenti così singolari, il giudice vorrà stabilire se esistono le prove necessarie per applicare la giurisdizione Bivens o il FTCA, prima di lasciare che Veale proceda con quella che sarà un’indagine conoscitiva colossale – tonnellate di documenti, deposizioni sotto giuramento di Cheney, Rummy e molti altri, sia imputati che semplici testimoni. Scommetto che questa faccenda proseguirà per altri quattro o cinque anni. Ci sarà materiale per molti altri articoli.»

Segue il testo integrale dei pareri di entrambi gli avvocati sulla causa di April Gallop.

####

In che circostanze gli Stati Uniti o qualcuno dei suoi funzionari, agenti o impiegati possono essere ritenuti civilmente responsabili in un tribunale? Può il potere giudiziario ricompensare i danni in un processo civile che mira a dimostrare non tanto l’erroneità dei comportamenti, ma l’attività criminale di membri del governo?
Le risposte a queste domande possono rivelarsi complesse, ma è chiaro che la causa della Gallop non ha molte chance di successo.
Questo processo, che si svolgerà nel Distretto Orientale di New York, riflette le frustrazioni di moltissimi americani. La donna, infatti, chiede i danni al vicepresidente in carica Dick Cheney, al ministro della Difesa Donald Rumsfeld e ad altri, in relazione agli eventi dell’undici settembre 2001.
Le quindici pagine del reclamo sembrano il prodotto di un’indagine approfondita, che dimostra con dovizia di particolari l’esistenza di un’associazione a delinquere che coinvolge gli imputati. Questo sodalizio mirava a causare gli attentati o permettere che avessero luogo e ci colpissero mentre eravamo totalmente impreparati. Abbiamo già svolto processi per associazione a delinquere e permane un fondo di dubbio su cosa sia successo quel giorno e soprattutto sul perché. È stato un punto di svolta positivo per la presidenza Bush, che fino ad allora si era dimostrata tutt’altro che notevole, sopratutto a causa della sua controversa ascesa alla carica pochi mesi prima.
Comunque, anche se si sottoscrivono alcune delle critiche e delle accuse mosse a Cheney, Rumsfeld e gli altri (curiosamente, Bush non viene citato in causa) per le loro attività in questi ultimi otto anni, e a prescindere dalla nostra disposizione verso questi individui ed il loro impatto sugli Stati Uniti, temiamo che la signora Gallop rimarrà molto delusa dal suo tentativo di ottenere risposte per via giudiziaria. La causa della Gallop ha un precedente simile. Sfortunatamente per la parte lesa, può essere un indizio del suo destino. Si tratta del caso di Valerie Plame, un ex-agente della CIA la cui copertura è stata fatta saltare di proposito da Dick Cheney e, probabilmente, altri funzionari della Casa Bianca. La rivelazione è stata una rappresaglia per alcune affermazioni poco gentili fatte dal marito della Plame, il quale stava indagando sulle affermazioni di Bush riguardo all’ipotetico acquisto, da parte di Saddam Hussein, di materie prime per armi di distruzione di massa da uno stato africano. La Plame ha intentato una causa contro Cheney ed altri per averle distrutto la carriera.
La corte ha sbrigativamente decretato che la causa non aveva alcun fondamento: le questioni politiche di questo tipo non fanno parte della routine processuale. La corte ha inoltre decretato che il vicepresidente è immune a tutti i livelli per le attività che ha svolto o che ha omesso di svolgere nell’esercizio delle sue funzioni pubbliche. Un discorso analogo vale, ovviamente, anche per Bush sia durante che dopo il suo mandato.
Mi sembra chiaro che nel caso della Gallop valgano le medesime considerazioni e si otterranno gli stessi risultati. La corte, in seguito alla mozione degli imputati, stralcerà la causa con le medesime argomentazioni. A prescindere dall’opinione che ciascuno di noi può avere di Dick Cheney, – a cui taluni si riferiscono con l’appellativo di “Principe delle Tenebre” o peggio – le sue azioni nell’esercizio delle funzioni di vicepresidente degli Stati Uniti sono protette dallo scrutinio del potere giudiziario. L’unica misura per punire i funzionari indegni che la Costituzione ci offre è l’impeachment.
Però questo non vuol dire che la causa non possa essere intentata contro il governo. Si può fare e viene fatto ogni giorno per un’ampia casistica. Il nostro studio legale ne ha condotte molte con successo. I tribunali hanno decretato che gli Stati Uniti godono di un’immunità generalizzata, ma i giudici possono non tenerne conto e permettere le cause, in conformità alle decisioni del Congresso.
Un esempio classico è il Federal Tort Claims Act del 1946, che autorizza le cause civili contro gli Stati Uniti per i danni causati da atti o omissioni da parte del governo, attraverso i suoi agenti o le sue agenzie, se tale condotta non è permessa dallo stato in cui l’atto o l’omissione ha avuto luogo.
Esistono alcune eccezioni ed alcune difese speciali a disposizione del governo: principalmente la linea di difesa basata sulla Funzione Discrezionale, che protegge gli impiegati del governo, presidente compreso. Può essere applicata quando l’esercizio della discrezionalità ha avuto ripercussioni che in seguito si sono rivelate negative. Per esempio, questa linea di difesa ha protetto gli Stati Uniti da ogni responsabilità sugli attentati alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania del 1998. Ma la lotta continua.

Gerald A. Sterns, Esq.
Sterns & Walker
www.Trial-Law.com

**

Questa non è una semplice accusa di negligenza.
Veale fa a brandelli l’argomentazione giurisdizionale nel paragrafo 8 del reclamo. Dovreste leggere qualcosa sul caso Bivens. La giurisdizione è un grosso ostacolo alla parte lesa, ma ci sono due strade per aggirarla: la prima è la Dottrina Bivens (per cui, se i fatti dimostrano una grave trasgressione da parte di agenti federali, esiste una sorta di giurisdizione del diritto federale; senza di essa, le violazioni del Bill of Rights non potrebbero oggetto di causa civile) e la seconda è la 28 USC sec. 1331, ovvero il Federal Tort Claims Act. Veale ha lanciato accuse straordinarie. Di solito, se ci si limita a segnalare un quantitativo sufficiente di fatti significativi, la corte non accetta una linea difensiva basata sulla giurisdizione. Ma con accadimenti così singolari, il giudice vorrà stabilire se esistono le prove necessarie per applicare la giurisdizione Bivens o la FTCA, prima di lasciare che Veale proceda con quella che sarà un’indagine conoscitiva colossale – tonnellate di documenti, deposizioni sotto giuramento di Cheney, Rummy e molti altri, sia imputati che semplici testimoni.
Questo processo mi ricorda il caso Hatfill, il tizio che era “d’interesse” nella faccenda delle buste all’antrace e poi non lo era più. Ma stiamo parlando di un altro distretto. Veale svolge la sua causa nel distretto meridionale di New York, mentre Hatfill era da tutt’altra parte. Scommetto che questa causa proseguirà per altri quattro o cinque anni. Ci sarà materiale per molti altri articoli.

–Philip L. Marcus, Esq.
Business Negotiations & Agreements & Intellectual Property
www.negotiationpro.com

Fonte: Stephen C. Webster
18 dicembre 2008
Link: http://rawstory.com/news/2008/Legal_minds_respond_to_landmark_911_1218.html
Titolo nell’originale: “Legal minds respond to landmark 9/11 civil suit against Rumsfeld, Cheney”.
21
Giu
2009

La Fine di Cthulhu – Volume 1


La Fine di Cthulhu
(The Fall Of Cthulhu in originale) è un fumetto che si ispira liberamente alla mitologia di Howard Phillips Lovecraft, aggiornandola al presente e ad uno stile narrativo che oscilla tra psicodramma e detective story.
Questo primo volume della saga segue le vicende di Cy, uno studente universitario che, in seguito al misterioso suicidio di suo zio, rimane invischiato in una guerra segreta tra cultisti di divinità mostruose.
Tradurlo è stato un vero piacere: nonostante il setting e la trama seguano più i canoni della narrazione hollywoodiana che le pompose impalcature letterarie del Solitario di Providence, gli autori sono comunque riusciti a mantere il sapore che ha reso celebre in tutto il mondo la cosmologia cthulhoide.
In Italia è pubblicato dalla Freebooks, mentre la sua edizione originale è a cura della Boom! Studios. Quest’ultima casa editrice (e, di conseguenza, anche la controparte italiana) ha un approccio interessante al fumetto. Stanchi della tsunami di fumetti supereroistici che ha travolto il fumetto statunitense, i suoi fondatori hanno deciso di concentrarsi su quello che ritengono essere il “vero mainstream”: la gloriosa narrazione popolare che spopola (appunto) nel mondo del cinema, della letteratura e delle altre forme di intrattenimento non fumettistico. I volumi della Boom! Studios sono spesso miniserie a fumetti d’orrore, di fantascienza, commedie o drammi sociali. Non seguono le avventure di un solitario eroe, ma hanno il respiro di un blockbuster cinematografico. Una casa editrice che seguirò con interesse.

La Fine di Cthulhu – Volume 1
Scritto da: Micheal Alan Nelson
Disegnato da: Jean Dzialowski
Edito da: Freebooks
136 pagine a colori
12,90€

Acquistalo sul sito della Freebooks

Sezioni

Archivi


Ultime Letture

Dalia Nera
In strange aeons - Lovecraftian Numenera
Pocket Guide to American Freeform
Dead Pig Collector
Centralino Celeste
The Paradox Room
The Last Pull
Hyperspace: A Scientific Odyssey through Parallel Universes, Time Warps, and the Tenth Dimension


Massimo Spiga's book recommendations, liked quotes, book clubs, book trivia, book lists (read shelf)

Appunti Visuali