21
Giu
2009

Visioni della Crisi/ La nave dei folli – 16/02/09

(Questo articolo, tradotto in collaborazione con Milena Finazzi, è stato pubblicato su Megachip)

di Paul Craig Roberts – vdare.com

Esiste vita intelligente a Washington, DC? Neanche un briciolo.
L’economia statunitense sta implodendo ed Obama si lascia traghettare verso il pantano dell’Afghanistan dal suo governo di neocon e agenti israeliani, evenienza che probabilmente causerà uno scontro con la Russia e forse anche con la Cina. La quale, non bisogna scordarlo, è il maggiore creditore degli Stati Uniti.
Le cifre dei libri paga di gennaio rivelano circa 20mila licenziamenti al giorno. In dicembre, la situazione era anche più nera del previsto (dai 524mila licenziamenti preventivati ai 577mila reali). Questa correzione fa arrivare l’ammontare di posti di lavoro perduti in due mesi a 1.175.000. Se si continua così, i 3 milioni di nuovi impieghi promessi da Obama saranno controbilanciati e cancellati dai licenziamenti di massa.
Secondo John Williams (esperto di statistica e curatore di Shadowstats.com), queste titaniche cifre sono una sottostima della reale proporzione della crisi. Williams fa notare che gli errori di valutazione, intrinsechi nei fattori di correzione stagionali, hanno fatto sparire 118mila licenziamenti dai resoconti di gennaio: la cifra reale per quel mese raggiungerebbe i 716mila posti di lavoro perduti.
Ma le ricerche basate sui libri paga contano il numero di posti di lavoro, non il numero delle persone occupate. Queste due cifre non sono equivalenti, perché alcuni cittadini potrebbero avere più di un lavoro.
Al contrario, l’Household Survey (NdT: un enorme resoconto sulle condizioni economiche della nazione, condotto dall’equivalente americano del nostro ISTAT) conta il numero degli impiegati effettivi. Mostra che 832mila persone hanno perso il proprio lavoro a gennaio e 806mila a dicembre, per un totale di 1.638.000.
Il tasso di disoccupazione sciorinato dai media statunitensi è, quindi, un falso plateale. Williams spiega che negli anni dell’amministrazione Clinton, la categoria dei lavoratori “scoraggiati” (coloro che neanche cercavano più un lavoro) è stata ridefinita, in modo da entrare nelle statistiche solo quando lo “scoraggiamento” aveva una durata inferiore ad un anno. Questa limitazione temporale ha spazzato via dai documenti ufficiali la maggior parte di questi disoccupati senza speranza. Riaggregando questo segmento della popolazione alle statistiche attuali, ci rendiamo conto che la disoccupazione effettiva, a gennaio, ha raggiunto il 18%, con un aumento dello 0,5% rispetto al mese precedente.
In altre parole, se rimuoviamo dai dati ufficiali le manipolazioni di un governo che ci mente ogni volta che apre la bocca, constateremo che il livello di disoccupazione statunitense è sufficiente per dichiarare la nostra economia in stato di depressione.
E non potrebbe essere altrimenti, data l’enorme mole di posti di lavoro che è stata trasferita all’estero. Un governo è impossibilitato a creare nuovi posti di lavoro, se le sue aziende spostano all’estero gli impianti di produzione per i beni ed i servizi destinati al mercato interno. Spostando i processi produttivi all’estero, “cedono” ad altri stati delle fette del PIL nazionale. Il deficit nelle esportazioni che ne risulta ha, negli ultimi dieci anni, fatto crollare il PIL statunitense di 1,5 trilioni di dollari. Tradotto: un sacco di posti di lavoro.
Da anni parlo dei laureati costretti a fare la cameriera o il barista per sopravvivere. Man mano che una popolazione esponenzialmente indebitata continua a perdere posti di lavoro, sarà sempre meno incline a frequentare bar e ristoranti. E ciò significa che i laureati statunitensi non riusciranno a trovare nemmeno quei lavori che implicano il lavaggio di piatti o la preparazione di cocktail.
I legislatori hanno ignorato il fatto che, nel ventunesimo secolo, la domanda dei consumatori è stata principalmente alimentata dall’aumento dell’indebitamento, e non degli introiti. Questo fatto basilare ci mostra come sia inutile tentare di stimolare l’economia con vagonate di dollari dirette ai banchieri (per convincerli a prestare più denaro, s’intende). I consumatori americani non sono più nella condizione di chiedere prestiti.
Se sommiamo il crollo del valore dei loro principali asset (vale a dire le loro case), la distruzione di metà dei loro fondi pensionistici e la minaccia di un futuro di disoccupazione, ci rendiamo conto che gli americani non possono e non vogliono spendere.
Quindi, che senso ha offrire un ‘bailout’ a gruppi come la General Motors e la Citibank, che fanno il possibile per trasferire all’estero il maggior numero di operazioni?
È vero che gran parte delle infrastrutture statunitensi sono in pessime condizioni e hanno un gran bisogno di ristrutturazione, ma i lavori in questo settore non producono beni e servizi che possano essere esportati. L’impegno massiccio nel settore delle infrastrutture non cambia di una virgola il mostruoso deficit d’esportazione statunitense, il cui finanziamento inizia a rappresentare un grosso problema. Ancor di più, i posti di lavoro nel settore delle infrastrutture durano esattamente quanto la realizzazione delle stesse.
Nella migliore delle ipotesi, lo “stimolo” all’economia propugnato da Obama non farà altro che ridurre temporaneamente la disoccupazione, sempre che la maggior parte dei nuovi posti di lavoro nel campo dell’edilizia non siano occupati da messicani.
A meno che le corporation statunitensi non siano costrette ad impiegare manodopera locale per produrre beni e servizi indirizzati ai mercati domestici, l’economia USA non ha futuro. Nessun membro dello staff di Obama è abbastanza intelligente da rendersene conto. Quindi, l’economia continuerà ad implodere.
Come se questa catastrofe in incubazione non bastasse, Obama si è fatto addirittura turlupinare dai suoi consiglieri neocon e militari. Ha deciso di espandere l’impegno bellico in Afghanistan, una vasta regione montagnosa. Il presidente intende sfruttare la riduzione delle truppe in Iraq per raddoppiare quelle presenti in Afghanistan. Nonostante questo, i 60mila soldati previsti non sarebbero comunque sufficienti. Dopotutto, sono meno della metà di quelli coinvolti nella fallimentare occupazione dell’Iraq. L’esercito ha preventivato che ci vorrebbero come minimo 600mila soldati per portare a termine la missione.
Per far fuori il regime di Bush, gli iraniani hanno dovuto tenere per le briglie i loro alleati sciiti, convincendoli ad usare le elezioni per guadagnarsi il potere ed usarlo per espellere gli americani. Ed è per questo motivo che, in Iraq, le truppe statunitensi hanno dovuto fronteggiare “solamente” l’insurrezione della minoranza sunnita. Ciononostante, gli occupanti sono riusciti a vincere (si fa per dire) non sul piano militare, ma a suon di banconote, sganciando dollari su dollari per convincere i rivoltosi a non combattere. L’accordo di ritiro delle truppe è stato dettato dagli sciiti. Non è quello che Bush avrebbe voluto.
Ci si aspetterebbe che l’esperienza della “passeggiata” in Iraq avrebbe reso gli Stati Uniti più cauti. Ed invece no, perché si sono gettati con maggior vigore nel tentativo di occupare l’Afghanistan, un’impresa che richiede inoltre la conquista di aree del Pakistan.
Per gli USA è stata dura mantenere 150mila soldati in Iraq. Obama necessita un altro mezzo milione di soldati per pacificare l’Afghanistan, da aggiungere a quelli già stanziati. Dove intende andare a pescarli?
Una risposta è l’imponente disoccupazione USA in rapido aumento. Gli americani metteranno la firma per andare ad uccidere all’estero piuttosto che restare senza casa e a stomaco vuoto in patria.
Ma questa è solo una mezza soluzione. Da dove attingere il denaro per sostenere sul campo un esercito di 650mila unità, di oltre quattro volte superiore al contingente USA in Iraq, una guerra che ci è costata tre trilioni di dollari di spese vive e sta già generando costi futuri? Questo denaro avrebbe dovuto sommarsi ai tre trilioni di dollari del deficit di bilancio, prodotto dal salvataggio del settore finanziario operato da Bush, dal pacchetto stimolo di Obama e dall’economia in rapido declino. Quando i sistemi economici entrano in crisi – come sta accadendo negli USA – il gettito fiscale collassa. Milioni di americani disoccupati non pagano i contributi della previdenza sociale, le polizze per l’assicurazione sanitaria e le imposte sul reddito. Le attività commerciali e le aziende che chiudono non versano le imposte statali e le imposte federali. I consumatori senza denaro o privi di accesso al credito non sborsano le imposte sulle vendite.
Gli Idioti di Washington, perché di idioti si tratta, non hanno pensato per un attimo a come finanziare il deficit di bilancio dell’anno contabile 2009, pari a circa due-tre trilioni di dollari. Il tasso di risparmio virtualmente inesistente non lo può finanziare. Il saldo attivo della bilancia commerciale dei nostri partner quali Cina, Giappone ed Arabia Saudita non lo può finanziare.
Pertanto, il governo USA dispone di due sole possibilità per far fronte al suo disavanzo. La prima, è costituita da un ulteriore crollo del mercato borsistico, che condurrebbe gli investitori sopravvissuti e le loro risorse residue ai buoni del Tesoro “sicuri”. L’altra sarebbe la monetizzazione del debito del Tesoro da parte della Federal Reserve.
La monetizzazione del debito implicherebbe l’acquisto da parte della Federal Reserve dei buoni del Tesoro qualora nessuno intendesse acquistarli o fosse in grado di farlo. Ciò avverrebbe tramite la creazione di depositi bancari per conto del Tesoro.
In altri termini, la Federal Reserve “stamperebbe denaro” con il quale acquistare i buoni del Tesoro.
Nel momento in cui si verificasse una tale evenienza, il dollaro USA cesserebbe di essere la valuta di riserva.
Inoltre la Cina, il Giappone e l’Arabia Saudita, paesi che detengono ingenti quote del debito del Tesoro statunitense, nonché altri asset in dollari USA, li venderebbero subito, nella speranza di salvarsi prima degli altri.
Il dollaro americano perderebbe ogni valore, al pari di una valuta da repubblica delle banane.
Gli Stati Uniti non sarebbero in grado di pagare le proprie importazioni, un problema questo particolarmente grave per un paese che dipende dalle importazioni per l’energia, i manufatti e i prodotti high-tech.
I consiglieri keynesiani di Obama hanno appreso con solerzia la lezione di Milton Friedman per il quale la Grande Depressione fu causata dalla Federal Reserve che permise una contrazione dell’offerta di valuta e di credito. Nel corso della Grande Depressione i debiti virtuosi furono azzerati dalla contrazione monetaria. Oggi i crediti inesigibili sono protetti dall’espansione della moneta e del credito ed il Tesoro USA sta mettendo a repentaglio la propria solvibilità e lo status di valuta di riserva del dollaro con aste trimestrali di ingenti quantità di bond all’apparenza interminabili.
Nel frattempo i russi, straripanti di energia e di risorse minerali e privi di debiti, hanno appreso di non potersi fidare del governo USA. La Russia ha osservato i tentativi dei successori di Reagan di trasformare le ex-repubbliche dell’Unione Sovietica in stati marionetta in mano agli americani ed alle loro basi militari. Gli USA stanno cercando di accerchiare la Russia con missili che neutralizzino il deterrente strategico russo.
Putin ha guadagnato terreno nei confronti del “compagno lupo” [1].
Grazie alle manovre del presidente del Kirghizistan è riuscito a sfrattare dall’ex-repubblica sovietica la base militare statunitense, di vitale importanza per gli approvvigionamenti ai soldati di stanza in Afghanistan.
Per bloccare l’ingerenza americana nella sua sfera di influenza, il governo russo ha creato un’organizzazione per il trattato di sicurezza collettiva comprendente Russia, Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan. L’Uzbekistan partecipa in modo parziale.
In buona sostanza, la Russia ha organizzato l’Asia Centrale contro la penetrazione americana.
A chi deve rispondere il Presidente Obama? Stephen J. Sniegoski, che scrive sulla versione inglese del settimanale svizzero Zeit-Fragen, riferisce che le figure chiave della cospirazione neocon – Richard Perle, Max Boot, David Brooks e Mona Charen – sarebbero in estasi per le nomine effettuate da Obama. Non vedono alcuna differenza tra Obama e Bush/Cheney.
Non soltanto i consiglieri di Obama lo stanno conducendo verso una guerra allargata in Afghanistan ma la potente lobby filoisraeliana starebbe spingendo Obama verso una guerra con l’Iran.
L’irrealtà nella quale il governo USA sta operando è da non credersi. Un governo in bancarotta che non può pagare i propri conti senza stampare nuova moneta si sta buttando a capofitto nelle guerre contro Afghanistan, Pakistan ed Iran. Secondo il Center for Strategic and Budgetary Analysis, il costo che i contribuenti americani devono sostenere per mandare un solo soldato a combattere in Iraq ammonta a 775.000 dollari l’anno.
Il mondo non ha mai visto una sconsideratezza così totale. Le invasioni della Russia da parte di Napoleone e di Hitler sono stati atti razionali se paragonate alla stupidità irragionevole del governo americano.
La guerra di Obama in Afghanistan è come il tè del Cappellaio Matto. Dopo sette anni di conflitto, non esiste ancora una missione ben definita o un obiettivo finale per il contingente USA in Afghanistan. Interpellato sulla missione, un ufficiale militare americano ha detto a NBC News: «Francamente, non ne abbiamo una.» La NBC riferisce che «ci stanno lavorando».
Durante il suo discorso del 5 febbraio ai Democratici della Camera, il presidente Obama ha ammesso che il governo USA non conosce il motivo della missione in Afghanistan e che, per evitare «che la missione proceda a tentoni, senza parametri chiari», gli Stati Uniti «hanno bisogno di una missione chiara».
Cosa ne direste di essere mandati in una guerra il cui scopo è sconosciuto a tutti, ivi compreso al comandante in capo che vi ha spedito a uccidere o ad essere uccisi? Che ne pensate, cari contribuenti, del fatto di sostenere ingenti costi per inviare soldati in una missione non definita mentre l’economia va a rotoli?

Paul Craig Roberts è stato assistente del ministro del Tesoro durante il governo Reagan. È coautore di The Tyranny of Good Intentions. Può essere contattato al seguente indirizzo: PaulCraigRoberts@yahoo.com

Articolo originale: Paul Craig Roberts, Ship of Fools, vdare.com
Link: http://www.vdare.com/roberts/090208_fools.htm.
Traduzione di Massimo Spiga e Milena Finazzi per Megachip

[1] L’autore fa riferimento ad una citazione di Putin, il quale a sua volta richiama una vecchia storiella russa: «Rabinovich e la sua pecorella vagano per i boschi. Improvvisamente cadono in una fossa profonda. Un attimo dopo anche un lupo cade nella stessa fossa. La pecorella, spaventata, si mette a belare. “Cos’è tutto questo bee bee bee?” chiede Rabinovich, “Il compagno Lupo sa chi mangiare”.»