4
Lug
2009

Made In Italy — Volume 1 — L'Infame (edizione online)


Made In Ita­ly — Volu­me 1 — L'Infame è sta­to il pri­mo fumet­to che ho rea­liz­za­to per la casa edi­tri­ce onli­ne Hybris Comics, nel 2006.

Ambien­ta­to nel ghet­to di una gran­de cit­tà, ribat­tez­za­to Negro­po­li dai suoi resi­den­ti, il fumet­to rac­con­ta l'odissea urba­na di quat­tro ragaz­zi che vivo­no di spac­cio e sogna­no la gran­de cri­mi­na­li­tà, per­ché la vita non gli ha inse­gna­to altro. Dopo aver ruba­to la pisto­la di un poli­ziot­to, i nostri quat­tro impro­ba­bi­li eroi si deci­do­no di por­ta­re le loro atti­vi­tà ad un livel­lo supe­rio­re, pren­den­do esem­pio dal­la Ban­da del­la Maglia­na. Il loro pia­no? Ovvia­men­te, il seque­stro di un "infa­me".

Made In Ita­ly — L'Infame è una rifles­sio­ne pulp sull'ideologia nasco­sta che ani­ma in manie­ra più o meno con­sa­pe­vo­le le gene­ra­zio­ni nate dagli anni '80 in poi. E' la via del­la cro­ce che ani­ma i ragaz­zi di Gomor­ra e quel­li di Roman­zo Cri­mi­na­le, l'adesione cie­ca e tota­liz­zan­te alle logi­che del neo­li­be­ri­smo e del­la mer­ci­fi­ca­zio­ne di ogni cosa.
I nostri pro­ta­go­ni­sti sono pura supe­ri­fi­cie, ico­ne di nar­ci­si­smo fru­stra­to così tipi­che di que­sta epoca.

Abbia­mo deci­so di man­te­ne­re inde­fi­ni­ta l'ambientazione e ragio­na­re per arche­ti­pi cul­tu­ra­li, sen­za anco­rar­ci ad un pre­te­stuo­so rea­li­smo: rite­nia­mo che que­sto tipo di imma­gi­na­rio Gang­sta abbia una natu­ra non ter­ri­to­ria­le: per fare un esem­pio, Scar­fa­ce è vene­ra­to come un ico­na cul­tu­ra­le sia a Napo­li che nei bar­rios mes­si­ca­ni (ed in tut­to il resto del mon­do). Made In Ita­ly, indi­ret­ta­men­te, rac­con­ta la mor­te del­la poli­ti­ca e la fine del­la liber­tà, un'ondata di medio­cri­tà man­na­ra ed un vuo­to di cul­tu­ra che sta azze­ran­do i sogni del­la "gio­ven­tù bru­ciac­chia­ta" che vie­ne tri­ta­ta dal­la mac­chi­na del pre­ca­ria­to e dell'incertezza.
Oltre a que­sto, è un fumet­to pie­no di dro­ga, spa­ra­to­rie e tur­pi­lo­quio (quin­di, intin­se­ca­men­te, più edu­ca­ti­vo di tut­to ciò che pas­sa in TV).
Ed esplo­sio­ni.
Non dimen­ti­chia­mo le esplo­sio­ni.
Infi­ne, è un fumet­to che par­la del nostro futu­ro. E, come dico­no i nostri pro­ta­go­ni­sti, "il futu­ro è cosa nostra".

Made In Ita­ly — Volu­me 1 — L'Infame
Scrit­to da: Mas­si­mo Spi­ga
Dise­gna­to da: Fran­ce­sco Acqua­vi­va
Edi­to da: Hybris Comics

Due epi­so­di da 22 pagi­ne cia­scu­no, a colo­ri.
1,99€

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22
Giu
2009

Freak III — Tenente, lei è bello come un cavallo

Freak Ter­zo, scrit­to da me e dise­gna­to da Fran­ce­sco Acqua­vi­va, é final­men­te dispo­ni­bi­le nel­le libre­rie, dopo una fase crea­ti­va più tra­va­glia­ta del­le Sta­zio­ni del­la Cro­ce. Il pub­bli­co lo ha accol­to con calo­re: entro pochi mesi tut­te le copie nei magaz­zi­ni del­la casa edi­tri­ce sono sta­te ven­du­te alle fumet­te­rie. Che dire dell'albo? Ripor­to il comu­ni­ca­to stam­pa del­la casa edi­tri­ce, per­ché non se ne vedo­no mol­ti di que­sto genere.

E' in cor­so una guer­ra segre­ta. Ha avu­to ini­zio quan­do il san­gue del­la pri­ma pop­star ha bagna­to il pal­co, ad ope­ra di un miste­rio­so sica­rio. Da allo­ra, altri cele­bri can­tan­ti sono cadu­ti, men­tre loschi figu­ri si muo­ve­va­no sul­lo sfon­do di que­sto con­flit­to sen­za quar­tie­re che ha mes­so sot­to asse­dio la Cara Vec­chia Can­zo­ne Ita­lia­na. Abbia­mo visto intri­ghi, ese­cu­zio­ni di ani­ma­let­ti eso­ti­ci, cospi­ra­zio­ni ad ope­ra di Don­ne Nude. E Rober­to "FREAK" Anto­ni: sfug­gen­te bohe­mien dal tor­bi­do pas­sa­to, sedu­to al cen­tro di que­sta ragna­te­la di even­ti come un gras­so ragno ubria­co. Lo sho­w­biz chie­de ven­det­ta. Tu con chi ti schie­ri? FREAK TERZO pro­se­gue la for­tu­na­ta serie a fumet­ti che rac­con­ta con umo­ri­smo sur­rea­le la Vita, l'Arte e i Misfat­ti di Rober­to Anto­ni, sag­gi­sta, scrit­to­re e voce degli Skian­tos. La sce­neg­gia­tu­ra di que­sto epi­so­dio è sta­ta rea­liz­za­ta da Mas­si­mo Spi­ga , men­tre i dise­gni sono di Fran­ce­sco Acqua­vi­va. FREAK TERZO sa cos'è giu­sto per te. Nel­le libre­rie da Aprile.


Sul­la home­pa­ge del dise­gna­to­re, Fran­ce­sco Acqua­vi­va, è dispo­ni­bi­le un'anteprima di un buon nume­ro di tavo­le del fumet­to: DevilAngel.biz.

Freak III — Tenen­te, lei è bel­lo come un cavallo
Scrit­to da: Mas­si­mo Spiga
Dise­gna­to da: Fran­ce­sco Acquaviva
Edi­to da: SIE srl

128 pagi­ne a colori
13,90€

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21
Giu
2009

La presunta mente dell’11/9: «M’inventavo le storie» — 18/06/09

(Arti­co­lo tra­dot­to per Mega­chip)

di Devlin Bar­rett – Asso­cia­ted Press

WASHINGTON — Kha­lid Sheik Moham­med, accu­sa­to di esse­re il genio cri­mi­na­le die­tro all'attentato dell'11 set­tem­bre, ha con­fes­sa­to di aver men­ti­to pro­fu­sa­men­te agli agen­ti che lo tor­tu­ra­va­no per estor­cer­gli la veri­tà sul­le sue atti­vi­tà ever­si­ve. Secon­do quan­to rife­ri­to in alcu­ne sezio­ni dal­le tra­scri­zio­ni gover­na­ti­ve che sono sta­te recen­te­men­te dese­cre­ta­te, Moham­med avreb­be orgo­glio­sa­men­te riven­di­ca­to la sua pater­ni­tà su più di due doz­zi­ne di atten­ta­ti ter­ro­ri­sti­ci. «Mi inven­to del­le sto­rie,» ha det­to Moham­med nel 2007, duran­te una del­le udien­ze del tri­bu­na­le mili­ta­re a Guan­tá­na­mo Bay. In un ingle­se sten­ta­to, ha descrit­to l'interrogatorio in cui gli è sta­ta chie­sta l'ubicazione del lea­der di al-Qa‘ida, Osa­ma bin Laden. «L'agente mi ha chie­sto “Dov’è?”, ed io: “non lo so”», rac­con­ta Moham­med. «Poi ha rico­min­cia­to a tor­tu­rar­mi. Allo­ra gli ho det­to: “Sì, si tro­va in que­sta zona…” oppu­re “Sì, quel tizio fa par­te di al-Qa‘ida”, anche se non ave­vo idea di chi fos­se. Se rispon­de­vo nega­ti­va­men­te, ripren­de­va­no con le torture.»
Nono­stan­te ciò, duran­te la mede­si­ma udien­za, Moham­med ha illu­stra­to un elen­co di 29 attac­chi ter­ro­ri­sti­ci a cui avreb­be pre­so par­te. Le tra­scri­zio­ni sono sta­te rese pub­bli­che gra­zie ad una cau­sa civi­le, con la qua­le la Ame­ri­can Civil Liber­ties Union si è mes­sa a cac­cia di docu­men­ti ed infor­ma­zio­ni sul­le con­di­zio­ni del­la deten­zio­ne che il gover­no ha riser­va­to agli impu­ta­ti per ter­ro­ri­smo. In pre­ce­den­za, era­no sta­ti resi pub­bli­ci altri testi pro­ve­nien­ti dal­le udien­ze dei tri­bu­na­li mili­ta­ri, ma l'amministrazione Oba­ma è tor­na­ta sul tema ed ha rie­sa­mi­na­to le sezio­ni rima­ste segre­te per poi valu­ta­re che sareb­be sta­to pos­si­bi­le dese­cre­tar­ne ulte­rio­ri por­zio­ni. La mag­gior par­te dei nuo­vi docu­men­ti è incen­tra­ta sul­le dichia­ra­zio­ni che i dete­nu­ti han­no rila­scia­to a pro­po­si­to degli abu­si subi­ti duran­te gli inter­ro­ga­to­ri, men­tre era­no pri­gio­nie­ri in car­ce­ri extra-nazio­na­li gesti­te del­la CIA. Un dete­nu­to, Abu Zubay­dah, ha rife­ri­to al tri­bu­na­le che «dopo mesi di sof­fe­ren­za e di tor­tu­ra, fisi­ca e psi­co­lo­gi­ca, non han­no nem­me­no cura­to le mie ferite».
Zubay­dah è sta­to il pri­mo dete­nu­to ad esse­re sot­to­po­sto alle tec­ni­che di inter­ro­ga­to­rio “avan­za­to”, appro­va­te dall'amministrazione Bush, in cui avve­ni­va una simu­la­zio­ne di anne­ga­men­to (det­to water­boar­ding), oppu­re l'indagato veni­va sbat­tu­to con­tro le pare­ti o era costret­to a pro­lun­ga­ti perio­di di nudi­tà. Duran­te l'udienza, Zubay­dah ha rive­la­to che que­ste pra­ti­che lo han­no «qua­si ucci­so in alme­no quat­tro occa­sio­ni». «Dopo un paio di mesi, duran­te i qua­li ho qua­si per­so la ragio­ne e la vita,» ha dichia­ra­to Zubay­dah, «han­no inco­min­cia­to a pren­de­re le misu­re neces­sa­rie per non far­mi mori­re». Ha inol­tre affer­ma­to che, dopo esse­re sta­to trat­ta­to per mol­ti mesi in que­sto modo, le auto­ri­tà han­no con­clu­so che non fos­se il nume­ro 3 di al-Qa‘ida, come ave­va­no a lun­go creduto.

Fon­te: http://www.miamiherald.com/news/nation/story/1098707.html

21
Giu
2009

Descartes a mano armata

(Pub­bli­ca­to su Teo­re­ma — Rivi­sta sar­da di cine­ma n°4, novem­bre 2006)


Si con­ti­nua a par­la­re di Bla­de Run­ner, il capo­la­vo­ro di Rid­ley Scott che segui­ta a ricom­bi­nar­si e tra­sfor­mar­si in “ver­sio­ni” sem­pre più aggior­na­te, come un soft­ware. O un repli­can­te. Pro­iet­ta­to in ante­pri­ma asso­lu­ta alla 64° Mostra Inter­na­zio­na­le del Cine­ma di Vene­zia, Bla­de Run­ner: The Final Cut é la ter­za incar­na­zio­ne del capo­la­vo­ro che ha scrit­to le rego­le del­la nuo­va scien­ce fiction,colpendo come un maglio il pub­bli­co igna­ro che, nel 1982, anco­ra dor­mi­va sot­to il sor­ti­le­gio del­la fan­ta­scien­za main­stream. Si è con­trap­po­sto a psi­co­lo­gie car­to­na­te e gio­chi di pre­sti­gio in CGI, pro­iet­tan­do­ci in un incu­bo cyber­punk in cui ad un alta tec­no­lo­gia cor­ri­spon­de un valo­re del­la vita pres­so­ché ine­si­sten­te. Bla­de Run­ner è un tech-noir che rac­con­ta la sto­ria di Dec­kard, un cac­cia­to­re di androi­di assol­da­to da una mega­cor­po­ra­zio­ne per sco­va­re e “riti­ra­re” quat­tro repli­can­ti fuo­ri con­trol­lo. Che nel­la neo­lin­gua del 2019 signi­fi­ca ucci­de­re, se si può vera­men­te ucci­de­re quel­lo che la per­ce­zio­ne pub­bli­ca vede come un bene di consumo.
Paral­le­la­men­te, il film rac­con­ta la sto­ria degli androi­di rin­ne­ga­ti, pia­ga­ti da una vita arti­fi­cial­men­te abbre­via­ta ed un'ansia osses­si­va di incon­tra­re il loro Crea­to­re: Tyrell, un incro­cio tra Bill Gates e il dot­tor Frank­en­stein, pro­dut­to­re di schia­vi sin­te­ti­ci a bas­so costo. Ma Bla­de Run­ner va mol­to oltre Mary Shel­ley: in que­sto film, la crea­zio­ne di esse­ri uma­ni arti­fi­cia­li è già mas­si­fi­ca­ta, bana­liz­za­ta, com­mer­cia­liz­za­ta. L'uomo cono­sce da tem­po “cose che non era desti­na­to a sape­re” ed é chia­ro come l’esistenza di limi­ti sacri alla por­ta­ta del­la tec­no­lo­gia sia una sem­pli­ce illu­sio­ne. Il pen­sie­ro stes­so, nell'era post-infor­ma­ti­ca, é un pro­ces­so codi­fi­ca­bi­le e repli­ca­bi­le su sca­la industriale.
Su que­ste basi, i repli­can­ti riven­di­ca­no la loro uma­ni­tà, al mot­to di Cogi­to Ergo Sum (è signi­fi­ca­ti­vo che il nome del­la loro neme­si, Dec­kard, suo­ni nel­la pro­nun­cia ame­ri­ca­na iden­ti­co a Descar­tes). Bla­de Run­ner por­tò la fan­ta­scien­za ad un livel­lo più pri­ma­rio, fero­ce, psi­chi­co. E' guer­ri­glia onto­lo­gi­ca, spro­fon­da­ta in incu­bo urba­no monu­men­ta­le e glo­ba­liz­za­to. Come direb­be Frank Lloyd Wright, la Los Ange­les del film da “l'illusione che gli ame­ri­ca­ni deb­ba­no esse­re un gran­de popo­lo per aver innal­za­to, e ad una simi­le altezza,questo pesan­te sbar­ra­men­to di trap­po­le com­mer­cia­li per l'uomo”. Soprat­tut­to in quel mon­do, in cui il limi­te tra Dio ed il Capi­ta­li­smo appa­re ter­ri­bil­men­te sfuo­ca­to. Nel 1992, la pro­du­zio­ne tro­vò oppor­tu­no rea­liz­za­re un Director's Cut, per ade­gua­re l'opera ad un gusto più moder­no (il pub­bli­co lo chia­ma­va Bla­de Crawler,che signi­fi­ca “stri­scian­te”). Trop­po len­to. Trop­po retrò. Indi­ge­ri­bi­le per gli sto­ma­ci adre­na­li­ni­ci del­la nostra mono­cul­tu­ra, che divo­ra, assor­be e rici­cla ogni uni­ver­so eso­ti­co e lo rispu­ta nor­ma­liz­za­to alle rego­le del mer­ca­to. Rid­ley Scott super­vi­sio­nò il pro­get­to in manie­ra super­fi­cia­le e la lavo­ra­zio­ne fu piut­to­sto sbri­ga­ti­va, ma non intac­cò l'opera. La ampli­fi­cò. Il Director's Cut aggiun­se nuo­vi stra­ti con­cet­tua­li, mag­gio­ri ambi­gui­tà, più rit­mo. Il nostro Descar­tes Con Pisto­la fu radi­cal­men­te rivi­sto, lascian­do­ci inten­de­re che anche lui potreb­be esse­re un repli­can­te. Le basi su cui pog­gia­va la nostra inter­pre­ta­zio­ne del film eva­po­ra­ro­no, lascian­do­ci per­si in un mare di spec­chi ed ambiguità.
Ed ecco­ci al 2007, un anno che ha dato mol­to alle fran­ge luna­ti­che del­la fan­ta­scien­za. Dopo set­te anni di bat­ta­glie lega­li, Bla­de Run­ner: The Final Cut sbar­ca a Vene­zia e si ricon­fer­ma, se anco­ra ce ne fos­se biso­gno, come pos­si­bi­le pun­to di par­ten­za del pen­sie­ro pop del 21° seco­lo. E' una super­com­pres­sio­ne di Badruil­lard, una velo­ce dose di post­mo­der­ni­smo taglia­to con robu­sto pulp. Il Final Cut non alte­ra sostan­zial­men­te il film, ma cor­reg­ge alcu­ne stor­tu­re di mon­tag­gio dovu­te alla rea­liz­za­zio­ne pre­ci­pi­to­sa del­la pre­ce­den­te ver­sio­ne. Imma­gi­no che, veden­do­ci attra­ver­so la mem­bra­na del­lo scher­mo cine­ma­to­gra­fi­co, quest'opera non pos­sa che sog­ghi­gna­re sini­stra­men­te: con il pas­sa­re del tem­po le asso­mi­glia­mo sem­pre di più. Una del­le sue colon­ne por­tan­ti, a livel­lo nar­ra­ti­vo, è il Meto­do Voight­Kam­pf. Con que­sto test, i cac­cia­to­ri di androi­di sono capa­ci di distin­gue­re i repli­can­ti dagli esse­ri uma­ni. Li pon­go­no sot­to stress emo­ti­vo con doman­de e rac­con­ti tru­cu­len­ti per poi misu­rar­ne le rea­zio­ni emo­ti­ve: solo gli esse­ri uma­ni “inau­ten­ti­ci” non pro­va­no empa­tia. L'intero film ci spin­ge ad iden­ti­fi­car­ci negli androi­di e met­te alla pro­va le nostre emo­zio­ni. E' un test Voight­Kam­pf. La cavia sei tu.
Que­sto tipo di meta­nar­ra­zio­ne, che si rifà diret­ta­men­te al con­cet­to di “iper­real­tà” post­mo­der­no, è la chia­ve di let­tu­ra pri­vi­le­gia­ta per chiun­que voglia spin­ger­si oltre il film e ricer­car­ne le pro­fon­de radi­ci. Quan­do, ven­ti­cin­que anni fa, Bla­de Run­ner si impo­se nell'immaginario col­let­ti­vo, ci ven­ne det­to che era trat­to da un oscu­ro e qua­si sco­no­sciu­to roman­zet­to di un auto­re pulp. Un tipo stra­no, che scri­ve­va ope­re con tito­li come Gli Androi­di Sogna­no Peco­re Elet­tri­che? (1965) e pas­sò tut­ta la vita a descri­ve­re le real­tà arti­fi­cia­li di cui ave­va pau­ra. Par­lia­mo di Phi­lip K. Dick. Una velo­ce inda­gi­ne nel­la mito­lo­gia per­so­na­le dell'allora ano­ni­mo auto­re, ci mostra uno scrit­to­re di scien­ce fic­tion popo­la­re che snif­fa­va speed quo­ti­dia­na­men­te ed era con­vin­to che l'FBI lo spias­se. Lascia­va del­le pic­co­le note sot­to il bido­ne del­la spaz­za­tu­ra davan­ti al suo domi­ci­lio, in cui denun­cia­va i suoi ami­ci e cono­scen­ti alle pre­sun­te for­ze dell'ordine che avreb­be­ro dovu­to riti­ra­re il “mate­ria­le scot­tan­te”. Lavo­ra­va in manie­ra fre­ne­ti­ca, con pic­chi di 4 libri all'anno e ses­sion di scrit­tu­ra di 96 ore fila­te. Quan­do abban­do­nò il pia­ne­ta ter­ra, si lasciò alle spal­le cin­que ex-mogli, 121 sto­rie bre­vi, una ses­san­ti­na di roman­zi ed un dia­rio per­so­na­le di 8000 pagi­ne, in cui era­no anno­ta­ti minu­zio­sa­men­te i mes­sag­gi che Dio gli spe­dì attra­ver­so un rag­gio laser rosa. O, alme­no, que­sto è ciò che credeva.
Phi­lip K. Dick vive­va in un mon­do di sua crea­zio­ne, in cui il pro­gres­so tec­no­lo­gi­co, il mer­ca­to, la reli­gio­ne e i mez­zi di comu­ni­ca­zio­ne di mas­sa era­no mischia­ti in un cock­tail esplo­si­vo che distrug­ge ogni pre­te­sa di real­tà ogget­ti­va ed eli­mi­na ogni liber­tà. Sia chia­ro, era un mania­co. Ed è per que­sto che ci somi­glia. Phi­lip K. Dick vive­va e com­men­ta­va il 21° seco­lo con cinquant'anni d'anticipo. Il roman­zo da cui ha avu­to ori­gi­ne Bla­de Run­ner con­tie­ne, in nuce, tut­ti i pro­ble­mi che la fan­ta­scien­za e la moder­ni­tà stan­no anco­ra lot­tan­do per com­pren­de­re e supe­ra­re. Men­tre scri­vo, tec­ni­ci zelan­ti di San Die­go pro­du­co­no cro­mo­so­mi arti­fi­cia­li, che por­te­ran­no pri­ma o poi alla crea­zio­ne di veri e pro­pri repli­can­ti. Chiun­que può col­le­gar­si ad inter­net e vive­re la pro­pria vita nel mon­do simu­la­to di Second Life. E' in cor­so una guer­ra di cui noi non sap­pia­mo nien­te, se non ciò che ci vie­ne mostra­to attra­ver­so la tele­vi­sio­ne da abi­li mani­po­la­to­ri embed­ded. Tut­te que­ste tema­ti­che, e altre mil­le, sono facil­men­te indi­vi­dua­bi­li tra le righe del­lo scrit­to­re “paz­zo”, che ha intui­ti­va­men­te affer­ra­to l'odierna ani­ma mun­di post­mo­der­na. Leg­gia­mo nel suo dia­rio per­so­na­le, scrit­to a quat­tro mani con Dio (o chi per lui): “Il mon­do è un olo­gram­ma. Noi sia­mo ipo­sta­si d'informazione, codi­fi­ca­te in un lin­guag­gio che abbia­mo per­so l'abilità di decifrare”.Questo concetto,ripreso osses­si­va­men­te in deci­ne di sto­rie bre­vi e roman­zi, costi­tui­sce il nuo­vo para­dig­ma del­la fan­ta­scien­za, popo­la­riz­za­to da film come The Matrix.
Per tut­ta la vita Phi­lip Dick, come Dec­kard, ten­tò di distin­gue­re le real­tà arti­fi­cia­li da quel­le pro­fon­da­men­te uma­ne. Attra­ver­so la let­te­ra­tu­ra, il suo per­so­na­le Meto­do Voight-Kam­pf, indi­vi­duò la scin­til­la dell'empatia come uni­co discri­mi­ne tra uomi­ni e auto­mi. Asse­dia­ti da una real­tà fol­le, effi­me­ra e vuo­ta, sot­to­po­sti al gio­go men­ta­le del­la pro­pa­gan­da e del mar­ke­ting, pos­sia­mo solo strin­ger­ci tra noi, socia­liz­za­re. E resi­ste­re. Per­ché, come dis­se nel 1972, “in una socie­tà tota­li­ta­ria in cui la casta è onni­po­ten­te, i valo­ri fon­da­men­ta­li del vero esse­re uma­no sono: imbro­glia­re, men­ti­re, eva­de­re, fal­si­fi­ca­re, esse­re ovun­que, fre­ga­re la tec­no­lo­gia del­le auto­ri­tà con appa­rec­chi costrui­ti nel pro­prio gara­ge”. Nel 2007, in coin­ci­den­za con la pro­ie­zio­ne vene­zia­na di The Final Cut, la Libra­ry Of Ame­ri­ca pub­bli­ca per la pri­ma vol­ta i roman­zi di Phi­lip K. Dick, facen­do­lo defi­ni­ti­va­men­te entra­re nel pan­theon dell'alta let­te­ra­tu­ra. Il pro­fe­ta paz­zo ha vaga­to come un noma­de onto­lo­gi­co tra divi­ni­tà, pote­re ed indi­vi­dua­li­tà, alla ricer­ca di trap­po­le nel tea­tro del mon­do. La sua sag­gez­za con­si­ste nel­la ricer­ca del­la cono­scen­za, l'inarrestabile dub­bio car­te­sia­no che dis­sol­ve le pro­prie cer­tez­ze nel­la ricer­ca del­la veri­tà. Dick ama­va la poe­sia dell'autore set­te­cen­te­sco Hen­ry Vau­ghan. Come sot­to­li­nea Erik Davies, pos­sia­mo tro­var­lo negli ulti­mi ver­si dell'Uomo: “Con la sua tur­bi­nan­te ricer­ca, l'uomo è la spo­la a cui Dio impo­se il moto, ma non la quiete.”
21
Giu
2009

Nuovi dettagli sulle esercitazioni antiterrorismo del 7 luglio 2005 a Londra — 14/04/09

(Arti­co­lo tra­dot­to per Mega­chip)

di Ste­ve Watson – Infowars.com

Con una nota di com­men­to reda­zio­na­le di Mega­chip.
Peter Power rive­la il nome del­la socie­tà con cui lavo­ra­va la mat­ti­na degli atten­ta­ti londinesi

Peter Power è l’uomo che sovrin­ten­de­va alle eser­ci­ta­zio­ni su atten­ta­ti ter­ro­ri­sti­ci a Lon­dra duran­te la mat­ti­na del 7 ago­sto 2005, pro­prio men­tre era in cor­so un attac­co vero. Dopo un silen­zio lun­go tre anni e mez­zo Power, ex diret­to­re del dipar­ti­men­to Anti­ter­ro­ri­smo di Sco­tland Yard, ha rive­la­to ulte­rio­ri det­ta­gli del retro­sce­na di quei fat­ti con una dichia­ra­zio­ne che ha fat­to capo­li­no nel­la sezio­ne dei com­men­ti di un blog. Il sito, in quel momen­to, sta­va com­men­tan­do le affer­ma­zio­ni che lo stes­so Power ave­va rila­scia­to alla BBC una set­ti­ma­na pri­ma.
Come abbia­mo già scrit­to in pre­ce­den­za, l’esperto nel­la gestio­ne del­le cri­si ha rive­la­to che alcu­ne azien­de han­no sfrut­ta­to la blin­da­tu­ra di Lon­dra (occor­sa di mer­co­le­dì, a cau­sa del­le pro­te­ste con­tro il G20) per insce­na­re una eser­ci­ta­zio­ne che ave­va come ogget­to una pan­de­mia di influen­za.
Quan­do il blog di Uncen­so­red Maga­zi­ne ha posta­to un arti­co­lo riguar­do alle atti­vi­tà di Peter Power, lui stes­so ha rispo­sto con una lun­ga dichia­ra­zio­ne nel­la qua­le rive­la che l’azienda per cui lavo­ra­va il 7 ago­sto era Reed Else­vier, il gigan­te lon­di­ne­se dell’informazione.
L’azienda è per lo più cono­sciu­ta per il suo data­ba­se lega­le Lexis/Nexis, oltre che per pos­se­de­re altre fon­ti di infor­ma­zio­ne: ad esem­pio, pro­du­ce un gran nume­ro di rivi­ste scien­ti­fi­che, com­pre­si alcu­ne del­le più gran­di e rispet­ta­te. La Reed è anche un cele­bre ospi­te di impo­nen­ti mostre o even­ti. Tra le altre cose, pos­sie­de par­te dell’ExCel Cen­tre nel­la zona por­tua­le di Lon­dra, dove lo scor­so wee­kend si è tenu­to il G20.

Ecco la ver­sio­ne inte­gra­le del­la dichia­ra­zio­ne di Peter Power:
«Riguar­do all’esercitazione del 7 luglio 2005, ed i paral­le­li con l’attentato di quel gior­no, sono sta­te det­te una marea di scioc­chez­ze. Da allo­ra, ho pro­va­to ripe­tu­ta­men­te a com­men­ta­re per­so­nal­men­te sui nume­ro­si siti inter­net che, sem­pre più infer­vo­ra­ti dal­le loro teo­rie del com­plot­to, stan­no evi­tan­do ogni dibat­ti­to razio­na­le sull’argomento. Sem­bra che quan­ti sono pron­ti ad iscri­ve­re ogni coin­ci­den­za in un’elaborata teo­ria cospi­ra­to­ria non sia­no incli­ni al dia­lo­go con chi vuo­le offri­re una diver­sa pro­spet­ti­va. Cio­no­no­stan­te, non ho anco­ra per­so ogni spe­ran­za. Quin­di spe­ro, for­se inge­nua­men­te, che sia rima­sto qual­che let­to­re inte­res­sa­to a leg­ge­re un rac­con­to one­sto e fat­tua­le dell’esercitazione che la mia azien­da ha svol­to quel gior­no di tre anni fa.
Sfor­tu­na­ta­men­te, nel 2008 la BBC ha rin­via­to un pro­gram­ma tele­vi­si­vo (del­la sua serie sul­le cospi­ra­zio­ni) che avreb­be dovu­to far luce su que­sti even­ti. Sic­co­me il pro­dut­to­re ese­cu­ti­vo e il suo staff si sono dimo­stra­ti mol­to equi (mol­ti teo­ri­ci del­la cospi­ra­zio­ne sono sta­ti invi­ta­ti a par­te­ci­pa­re), già tre anni fa il nostro clien­te ha accon­sen­ti­to a cita­re il nome del­la sua azien­da nel docu­men­ta­rio. Abbia­mo addi­rit­tu­ra con­ces­so alla BBC tut­to il mate­ria­le rela­ti­vo all’esercitazione in nostro pos­ses­so. Pur­trop­po, nel 2008 la mes­sa in onda è sta­ta bloc­ca­ta, per­ché avreb­be potu­to inter­fe­ri­re con un pro­ces­so in cor­so. L’emittente è sta­ta costret­ta a riman­dar­la al 2009.
All’inizio del 2005, Reed Else­vier, un’azienda spe­cia­liz­za­ta nel mon­do del­la pub­bli­ci­sti­ca e dell’informazione, che impie­ga un miglia­io di per­so­ne a Lon­dra e din­tor­ni, ci ha chie­sto di aiu­tar­li a pre­pa­ra­re un pia­no di gestio­ne cri­si e di con­dur­re un eser­ci­ta­zio­ne che lo met­tes­se in atto. Abbia­mo svi­lup­pa­to una varie­tà di boz­ze per sce­na­ri dif­fe­ren­ti e, infi­ne, abbia­mo fis­sa­to la data dell’esercitazione: il 7 luglio alle 9:00.
L’esercitazione che abbia­mo svi­lup­pa­to con­si­ste­va in una serie di pro­ce­du­re che sei per­so­ne (il team di gestio­ne del­la cri­si) avreb­be­ro dovu­to met­te­re in atto. Abbia­mo mes­so tut­to su Power­Point. La nostra sede, e loca­tion dell’esercitazione, era un uffi­cio vici­no a Chan­ce­ry Lane, pro­prio al cen­tro di Lon­dra. Sic­co­me mol­ti mem­bri del­lo staff veni­va­no a lavo­ro in metro­po­li­ta­na, abbia­mo scel­to di basa­re l’esercitazione su un attac­co con esplo­si­vi incen­dia­ri a tre vago­ni del­la metro. Abbia­mo usa­to come model­lo un vero atten­ta­to dell’IRA del ‘92 ed altri simi­li.
La metro­po­li­ta­na lon­di­ne­se è sta­ta vit­ti­ma di ben 18 atten­ta­ti negli anni pre­ce­den­ti al 2005: sce­glier­la era una cosa logi­ca, non chis­sà che pre­co­gni­zio­ne. Se tenia­mo que­sto a men­te, non ci stu­pi­sce con­sta­ta­re che la Deu­tsche Bank ha svol­to un’esercitazione simi­le qual­che gior­no pri­ma di noi e, anco­ra pri­ma di que­sta, un’esercitazione inte­ra­zien­da­le (e mol­to pub­bli­ciz­za­ta) chia­ma­ta Osi­ris II ha simu­la­to un atten­ta­to alla sta­zio­ne Bank. Inol­tre, nel 2004 ho par­te­ci­pa­to a una pun­ta­ta di BBC Pano­ra­ma insie­me a Michael Por­til­lo, in cui abbia­mo discus­so di come Lon­dra avreb­be potu­to rea­gi­re a deter­mi­na­ti atten­ta­ti ter­ro­ri­sti­ci (che in que­sto caso era­no fit­ti­zi, insce­na­ti dal­la BBC).
In bre­ve, buo­na par­te del­la ricer­ca su cui la nostra eser­ci­ta­zio­ne si basa­va era già sta­ta fat­ta. Lo sce­na­rio che abbia­mo svi­lup­pa­to per il nostro clien­te ini­zia­va con una serie di fal­se noti­zie (pre­se dal soprac­ci­ta­ta tra­smis­sio­ne Pano­ra­ma) e gli even­ti in que­stio­ne si svi­lup­pa­va­no solo sul­lo scher­mo, come in ogni altra eser­ci­ta­zio­ne di que­sto tipo. Era­no nar­ra­ti da un faci­li­ta­to­re, sen­za ele­men­ti ester­ni o azio­ni che non acca­des­se­ro nel nostro uffi­cio. Abbia­mo inclu­so nel nostro sce­na­rio anche l’esplosione di una bom­ba nei pres­si dell’ufficio del maga­zi­ne «Jewish Chro­ni­cle»: i nostri ter­ro­ri­sti imma­gi­na­ri era­no coscien­ti che quel­lo era il luo­go in cui sareb­be­ro tran­si­ta­ti mol­ti dei pen­do­la­ri che si diri­ge­va­no al loro lavo­ro, dato che alcu­ne del­le sta­zio­ni del­la metro avreb­be­ro dovu­to chiu­de­re. Del­le otto sta­zio­ni metro che rien­tra­va­no nell’area dell’esercitazione, ne abbia­mo scel­to tre. Pro­prio le tre che sono sta­te col­pi­te dagli even­ti dram­ma­ti­ci del 7 luglio 2005. È sta­ta una con­fer­ma del­la vali­di­tà del nostro sce­na­rio, anche se avrem­mo pre­fe­ri­to far­ne a meno.
Non è inu­sua­le che un’esercitazione si tra­sfor­mi in una cri­si rea­le. Per esem­pio, nel gen­na­io del 2003, tren­ta per­so­ne sono sta­te feri­te quan­do il dera­glia­men­to di una metro­po­li­ta­na ha sca­glia­to i vago­ni con­tro un muro. Con­tem­po­ra­nea­men­te, la poli­zia lon­di­ne­se sta­va svol­gen­do un’esercitazione simi­le, che il repar­to vit­ti­me dovet­te inter­rom­pe­re per anda­re ad occu­par­si dell’evento rea­le.
Un nume­ro sor­pren­den­te di per­so­ne non rie­sce ad accet­ta­re que­ste coin­ci­den­ze come tali. Cre­do­no che deb­ba esser­ci die­tro una cospi­ra­zio­ne. Rifiu­ta­no di accet­ta­re che, se si svol­ge un’indagine appro­fon­di­ta per svi­lup­pa­re il pro­prio sce­na­rio, si otter­rà un’esercitazione i cui con­te­nu­ti sono alta­men­te pro­ba­bi­li. Comun­que, l’unico moti­vo per cui ho accon­sen­ti­to a par­la­re in TV quel gior­no, quan­do c’era anco­ra mol­ta con­fu­sio­ne sull’attentato, era quel­lo di inco­rag­gia­re altre orga­niz­za­zio­ni a pia­ni­fi­ca­re nuo­ve eser­ci­ta­zio­ni. Sap­pia­mo bene che la minac­cia del ter­ro­ri­smo è, e rima­ne, rea­le. Una con­se­guen­za di que­sto è che, sen­za meri­tar­lo, l’Islam, una gran­de fede abra­mi­ti­ca e mono­tei­sta (insie­me all’Ebraismo ed il Cri­stia­ne­si­mo), è dive­nu­ta ogget­to di odio da par­te di mol­ta gente.»

Per rica­pi­to­la­re: nel pome­rig­gio del 7 luglio 2005, Power ha rive­la­to a un inter­vi­sta­to­re alla radio del­la BBC che la sua azien­da sta­va svol­gen­do per un non meglio pre­ci­sa­to grup­po di un miglia­io di per­so­ne un’esercitazione incen­tra­ta sull’esplosione con­tem­po­ra­nea di tre bom­be in tre sta­zio­ni del­la metro­po­li­ta­na, nel­lo stes­so momen­to in cui l’attentato rea­le si è svol­to.
Ecco la tra­scri­zio­ne dell’intervista radio­fo­ni­ca.
PETER POWER: «Alle otto e mez­za di que­sta mat­ti­na sta­va­mo con­du­cen­do un’esercitazione per un’azienda che con­ta oltre un miglia­io di per­so­ne a Lon­dra, nel­la qua­le pren­de­va­mo in con­si­de­ra­zio­ne un atten­ta­to iden­ti­co a quel­lo acca­du­to sta­mat­ti­na. Ho anco­ra i capel­li drit­ti dal­la pau­ra.»
BBC: «Per capir­ci: sta­va­te con­du­cen­do un’esercitazione per vede­re come avrem­mo dovu­to rea­gi­re ad un atten­ta­to che poi è suc­ces­so real­men­te?»
POWER: «Pro­prio così. L’abbiamo pro­gram­ma­to ver­so le nove, per un’azienda che ovvia­men­te pre­fe­ri­sco non men­zio­na­re, anche se so che ci stan­no ascol­tan­do e san­no tut­to. Ave­va­mo una stan­za pie­na di esper­ti nel­la gestio­ne del­le cri­si che si era­no appe­na incon­tra­ti per la pri­ma vol­ta e così, in cin­que minu­ti, ci sia­mo resi con­to che quel­lo che ave­va­mo ela­bo­ra­to sta­va acca­den­do vera­men­te. Abbia­mo deci­so rapi­da­men­te di met­te­re in atto tut­te le misu­re neces­sa­rie per con­te­ne­re la crisi.»

Una tale coin­ci­den­za è asso­lu­ta­men­te incre­di­bi­le e, per que­sto, alcu­ni ipo­tiz­za­no che il pia­no di Power sia sta­to mes­so in atto in anti­ci­po o usa­to da per­so­ne che già sape­va­no degli atten­ta­ti pri­ma che aves­se­ro luogo.

La stes­sa cosa è acca­du­ta l’11 set­tem­bre, quan­do alcu­ne eser­ci­ta­zio­ni incen­tra­te su aerei dirot­ta­ti si sono sovrap­po­ste a dirot­ta­men­ti rea­li. Alcu­ni pen­sa­no che le eser­ci­ta­zio­ni avreb­be potu­to fun­ge­re da coper­tu­ra per l’attentato, nel caso in cui i suoi respon­sa­bi­li fos­se­ro sta­ti catturati.

Power ha allu­so alla natu­ra di que­ste simu­la­zio­ni dopo il 7 luglio, nel ten­ta­ti­vo di smor­za­re il signi­fi­ca­to di que­ste coincidenze.

Meno di una set­ti­ma­na dopo l’attentato, men­tre Power ed i con­su­len­ti del­la sua azien­da (la Visor) rice­ve­va­no valan­ghe di e‑mail e doman­de sull’esercitazione, sca­tu­ri­te prin­ci­pal­men­te dai nostri arti­co­li in meri­to, è sta­ta rila­scia­ta la seguen­te dichiarazione:

«Oltre a que­sto, non fare­mo altri com­men­ti. Dato lo straor­di­na­rio nume­ro di mes­sag­gi che ci è arri­va­to da per­so­ne disin­for­ma­te, non rispon­de­re­mo a nes­su­no che non pos­sa cer­ti­fi­ca­re una buo­na ragio­ne per chie­der­ci ulte­rio­ri det­ta­gli (ad esem­pio gior­na­li­sti o acca­de­mi­ci).»
L’eventuale coin­vol­gi­men­to di Power nell’attentato è alta­men­te impro­ba­bi­le: per­ché avreb­be annun­cia­to l’esercitazione ad una radio nazio­na­le poche ore dopo l’attentato? Ma la sua rea­zio­ne alle doman­de riguar­dan­ti l’esercitazione han­no mes­so in luce un disa­gio nel trat­ta­re que­sti argomenti.

Tra­du­zio­ne per Mega­chip a cura Mas­si­mo Spi­ga.
Arti­co­lo ori­gi­na­le: “Peter Power Reveals More Details of 7/7 Ter­ro­ri­st Bom­bing Drills“

Nel dicem­bre 2007, Power è sta­to avvi­ci­na­to da un grup­po di mem­bri del grup­po We Are Chan­ge. Con edu­ca­zio­ne, gli han­no spie­ga­to chi fos­se­ro e cosa sta­va­no facen­do. Lui ha rifiu­ta­to di rispon­de­re alle loro doman­de davan­ti ad una tele­ca­me­ra. Ha det­to che non tol­le­ra­va simi­li approcci.

Guar­da il video:

Un altro video cla­mo­ro­so:
Le impres­sio­nan­ti dichia­ra­zio­ni di Peter Power rese alla TV il 7 luglio 2005 (tra­du­zio­ne e sot­to­ti­to­li in ita­lia­no a cura di luogocomune.net):

Nota di Mega­chip:
Peter Power vuo­le dir­ci che le eser­ci­ta­zio­ni di simu­la­zio­ne sono un fat­to rou­ti­na­rio e che l’esercitazione del 7 luglio non usci­va dall’ordinario, sem­pli­ce­men­te ha ‘coin­ci­so’ con gli atten­ta­ti rea­li. Una baz­ze­co­la.
In real­tà gli sce­na­ri defi­ni­ti ‘walk throu­gh’ non han­no nul­la di rou­ti­na­rio. Nem­me­no l’esercitazione di simu­la­zio­ne d’attentati del­la socie­tà di Power era affat­to una coin­ci­den­za iso­la­ta.
Sia in occa­sio­ne degli atten­ta­ti lon­di­ne­si, sia in cor­ri­spon­den­za degli attac­chi dell’11 set­tem­bre 2001 negli USA era­no in cor­so eser­ci­ta­zio­ni che ripro­du­ce­va­no sce­na­ri mol­to vici­ni a quan­to acca­de­va real­men­te.
Per giu­sti­fi­ca­re l’impreparazione del­la Dife­sa ame­ri­ca­na di fron­te agli atten­ta­ti dell’11 set­tem­bre, i com­men­ta­to­ri ben accre­di­ta­ti pres­so i mass media a lar­ga dif­fu­sio­ne e i gover­ni, han­no par­la­to di even­ti ‘impre­ve­di­bi­li’.
Ma ci sono altri fat­ti che, lun­gi dall’accreditare impre­ve­di­bi­li­tà, sem­bra­no ecce­zio­na­li pre­co­gni­zio­ni. Eser­ci­ta­zio­ni simi­li era­no già sta­te effet­tua­te. Come si è potu­to leg­ge­re su «USA Today», nei due anni che han­no pre­ce­du­to gli atten­ta­ti dell’11 set­tem­bre « il coman­do del­la dife­sa aerea del­la regio­ne nor­da­me­ri­ca­na [North Ame­ri­can Aero­spa­ce Defen­se Com­mand, NORAD, respon­sa­bi­le del­la dife­sa aerea di USA e Cana­da] ha con­dot­to eser­ci­ta­zio­ni che simu­la­va­no quel che la Casa Bian­ca ha in segui­to qua­li­fi­ca­to inim­ma­gi­na­bi­le[…]: l’utilizzazione di aerei dirot­ta­ti come arma nel far­li schian­ta­re su degli obiet­ti­vi.» Esi­ste dun­que l’ombrello di una rou­ti­ne che toglie alo­ni di sospet­to alle azio­ni che vi si ripa­ra­no. Chi pre­pa­ra un atten­ta­to può inclu­de­re le ope­ra­zio­ni in tan­te azio­ni par­cel­liz­za­te che si inne­sta­no nel qua­dro del­le eser­ci­ta­zio­ni.
Un’ottima rap­pre­sen­ta­zio­ne ric­ca di tabel­le cro­no­lo­gi­che e con un’interpretazione mol­to inquie­tan­te del­le tan­te eser­ci­ta­zio­ni dell’11/9 è con­te­nu­ta in un capi­to­lo del libro “ZERO”. Il capi­to­lo è sta­to scrit­to da Web­ster Grif­fin Tar­pley e s’intitola “Ana­to­mia di un Coup d’État”.
Un arti­co­lo appar­so sul «New York Times» appe­na 20 gior­ni dopo i fat­ti di Lon­dra ripor­ta­va le con­clu­sio­ni di mol­ti espo­nen­ti del­la poli­zia e dell’intelligence, tese a esclu­de­re che i quat­tro pre­sun­ti ter­ro­ri­sti aves­se­ro pia­ni­fi­ca­to di sui­ci­dar­si, per­ché inve­ce furo­no «abbin­do­la­ti fino a una trap­po­la leta­le». Lo sce­na­rio che emer­ge in quest’ipotesi è che i sup­po­sti atten­ta­to­ri sia­no sta­ti in qual­che modo coin­vol­ti in un’impresa che però non con­trol­la­va­no.
Nel pro­gram­ma Day Side del cana­le FOX News del 29 luglio 2005 l’esperto di ter­ro­ri­smo John Lof­tus, già pro­cu­ra­to­re al Dipar­ti­men­to USA del­la Giu­sti­zia, spie­gò che la pre­sun­ta ‘men­te’ degli atten­ta­ti lon­di­ne­si, Haroon Rashid Aswat, era una risor­sa dell’intelligence bri­tan­ni­ca.
Sono sce­na­ri che — quan­do il dibat­ti­to era più libe­ro e per­ciò capa­ce di appros­si­mar­si alla veri­tà – sareb­be­ro sta­ti defi­ni­ti da “Ter­ro­ri­smo di Sta­to” anche nei media mainstream.

21
Giu
2009

Un personal computer non così personal — 30/03/09

(Que­sto arti­co­lo è sta­to tra­dot­to per Mega­chip)

di «Rus­sia Today»

I per­so­nal com­pu­ter potreb­be­ro diven­ta­re ben poco pri­va­ti in futu­ro, gra­zie alle leg­gi pro­po­ste dagli Sta­ti Uni­ti e da qual­che gover­no euro­peo. Que­ste misu­re, infat­ti, per­met­te­reb­be­ro allo sta­to di acce­de­re ai con­te­nu­ti del vostro hard disk. L’amministrazione Oba­ma man­tie­ne un inu­sua­le livel­lo di segre­tez­za sui det­ta­gli di que­sta ini­zia­ti­va, e que­sto ali­men­ta le pre­oc­cu­pa­zio­ni degli uten­ti di com­pu­ter e degli atti­vi­sti per i dirit­ti civi­li. Ormai, qua­si tut­ti sia­mo in pos­ses­so di un let­to­re MP3 e di un por­ta­ti­le. Ma cosa acca­dreb­be se il gover­no, sen­za alcun moti­vo spe­ci­fi­co, si con­ce­des­se il pote­re di acce­der­vi? L’amministrazione Oba­ma, con una riser­va­tez­za pres­so­ché asso­lu­ta, sta rifi­nen­do un trat­ta­to inter­na­zio­na­le sul copy­right insie­me ad altre nazio­ni euro­pee. Gra­zie all’ACTA (Accor­do di Com­mer­cio Anti-Fal­si­fi­ca­zio­ne), i gover­ni godran­no di nuo­vi, este­si pote­ri per ciò che riguar­da la per­qui­si­zio­ne ed il seque­stro dei mate­ria­li rite­nu­ti in vio­la­zio­ne del dirit­to d’autore. Men­tre il gover­no Oba­ma eti­chet­ta que­sti pia­ni segre­ti con il bol­li­no del­la “sicu­rez­za nazio­na­le”, Richard Stall­man, un impor­tan­te atti­vi­sta per la liber­tà infor­ma­ti­ca, li defi­ni­sce una “guer­ra alla condivisione”.
«Sic­co­me, se li cono­sces­si­mo, non ci pia­ce­reb­be­ro, si sono impe­gna­ti in un ope­ra­zio­ne di “rici­clag­gio legi­sla­ti­vo”» affer­ma Still­man. «Così si bypas­sa la demo­cra­zia e loro pos­so­no far­ci quel­lo che voglio­no. Imma­gi­no che la nuo­va legi­sla­zio­ne sarà ter­ri­bi­le per­ché, se così non fos­se, non avreb­be­ro biso­gno di agi­re in modo così cir­co­spet­to». Fino­ra, le que­stio­ni di copy­right rien­tra­no nel­la giu­sti­zia civi­le. Oba­ma vuo­le ren­der­le una vio­la­zio­ne pena­le. E, anche se le sta­ti­sti­che più recen­ti con­fer­ma­no che in media il let­to­re MP3 di ogni tee­na­ger con­tie­ne più di 800 can­zo­ni sca­ri­ca­te ille­gal­men­te, dif­fi­cil­men­te si può inqua­dra­re il pro­ble­ma in ter­mi­ni di “sicu­rez­za nazio­na­le”. Si pen­sa che uno degli obiet­ti­vi del trat­ta­to sia la con­di­vi­sio­ne peer-to-peer, cioè quel­la in cui un uten­te pas­sa del soft­ware ad un altro uten­te. Ma la dire­zio­ne in cui andran­no que­ste nuo­ve nor­me sarà quel­la di lascia­re che il Gran­de Fra­tel­lo ci ten­ga d’occhio, que­sta vol­ta ad un livel­lo com­ple­ta­men­te diverso.
Le indi­scre­zio­ni dal­le nostre fon­ti ci indi­ca­no, ad esem­pio, che la poli­zia di fron­tie­ra avrà pote­ri di per­qui­si­zio­ne sen­za pre­ce­den­ti e potrà effet­tuar­le sen­za un man­da­to. Potran­no pas­sa­re in ras­se­gna, copia­re e con­fi­sca­re ogni mate­ria­le digi­ta­le nel lap­top dei cit­ta­di­ni. Musi­ca, film, gio­chi, ma anche dati per­so­na­li. Per alcu­ni, il com­pu­ter ed i suoi con­te­nu­ti sono para­go­na­bi­li ad un cas­set­to del­la bian­che­ria e sono con­vin­ti che il gover­no non dovreb­be met­ter­ci le zam­pe. O, alme­no, dovreb­be ave­re un buon moti­vo per far­lo. Altri com­men­ta­to­ri aggiun­go­no che il pro­ces­so di crea­zio­ne di que­sta nuo­va leg­ge va con­tro tut­to ciò per cui Oba­ma si è can­di­da­to alla pre­si­den­za, spe­cial­men­te la tra­spa­ren­za. È anche sta­to sot­to­li­nea­to che le nazio­ni impe­gna­te in que­sto trat­ta­to non inclu­do­no impor­tan­ti atto­ri inter­na­zio­na­li, come la Cina, la Rus­sia ed il Brasile.

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21
Giu
2009

Le magliette che mostrano la disposizione mentale che ha portato ai crimini di Guerra a Gaza — 24/03/09

(Que­sto arti­co­lo è sta­to tra­dot­to per Mega­chip)

di Adam Horo­wi­tz – da Mondoweiss

«Ha'aretz» pro­se­gue con la pub­bli­ca­zio­ne del­le testi­mo­nian­ze dei sol­da­ti impie­ga­ti a Gaza. L'articolo com­ple­to si tro­va qui. È inte­res­san­te per­ché mostra sen­za riser­ve il fer­vo­re mes­sia­ni­co che ali­men­ta­va la poli­ti­ca di puni­zio­ne col­let­ti­va per­se­gui­ta dal gover­no israe­lia­no duran­te l'Operazione Piom­bo Fuso. Non lo com­men­te­rò ulte­rior­men­te, anda­te a leg­ger­lo. Voglio par­la­re di un altro arti­co­lo, pub­bli­ca­to pro­prio oggi da «Ha'aretz». Il pez­zo è fir­ma­to da Uri Blau ed è inti­to­la­to "Se non lascia­te ver­gi­ni non ci saran­no atten­ta­ti". Si incen­tra sull'abitudine dei sol­da­ti israe­lia­ni di far­si stam­pa­re maglie per­so­na­liz­za­te che reca­no il logo del­la loro uni­tà insie­me a slo­gan di vario tipo. Di segui­to, pote­te vede­re qual­che esem­pio di que­ste magliet­te e del­la gra­fi­ca che le ador­na. Que­ste imma­gi­ni sono com­par­se solo sull'edizione in lin­gua ebrai­ca del sito di «Ha'aretz»:

- Una T‑shirt per cec­chi­ni di fan­te­ria reca la fra­se “Meglio usa­re Durex” vici­no al dise­gno di un bam­bi­no pale­sti­ne­se mor­to, con accan­to sua madre in lacri­me ed un orsacchiotto.
— Un'altra magliet­ta per cec­chi­ni del­la Bri­ga­ta Giva­ti mostra una don­na pale­sti­ne­se incin­ta con un miri­no stam­pa­to sul ven­tre e lo slo­gan, scrit­to in ingle­se, "1 pro­iet­ti­le, 2 morti."
— Dopo l'Operazione Piom­bo Fuso, i sol­da­ti del­lo stes­so bat­ta­glio­ne han­no inco­min­cia­to ad indos­sa­re una maglia che mostra il pri­mo mini­stro di Hamas, Ismail Haniyeh, che vie­ne pene­tra­to per via ana­le da un avvoltoio.
— Una T‑shirt dedi­ca­ta ai sol­da­ti che han­no com­ple­ta­to il cor­so di cec­chi­no: si vede un bim­bo pale­sti­ne­se che cre­sce fino a diven­ta­re un tee­na­ger aggres­si­vo e poi un adul­to arma­to. Lo slo­gan: "Non impor­ta come comin­cia, noi lo concluderemo.”
— Ci sono anche magliet­te dal con­te­nu­to spo­do­ra­ta­men­te ses­sua­le. Il bat­ta­glio­ne Lavi, ad esem­pio, ha dif­fu­so una T‑shirt che mostra un sol­da­to con accan­to una ragaz­za con­tu­sa e la fra­se: "Scom­met­to che ti han­no stuprata!"
— Alcu­ne del­le imma­gi­ni sot­to­li­nea­no azio­ni che l'esercito ha uffi­cial­men­te nega­to, come la pra­ti­ca di “con­fer­ma­re i mor­ti” (spa­ra­re in testa ai cada­ve­ri, per assi­cu­rar­si del­la loro effet­ti­va dipar­ti­ta), o quel­la di dan­neg­gia­re i luo­ghi di cul­to, o di ucci­de­re don­ne e bambini.

La magliet­ta con lo slo­gan "Fai sì che ogni madre ara­ba sap­pia che il futu­ro di suo figlio è nel­le mie mani!" è sta­ta recen­te­men­te ban­di­ta. Comun­que, un sol­da­to del­la Bri­ga­ta Giva­ti ha dichia­ra­to che, negli ulti­mi mesi dell'anno scor­so, il suo plo­to­ne ha fat­to stam­pa­re doz­zi­ne di magliet­te, fel­pe e pan­ta­lo­ni con que­sta dici­tu­ra. "Vi era dise­gna­to un sol­da­to come fos­se l'Angelo del­la Mor­te, con accan­to una cit­tà ara­ba ed un'arma da fuo­co." dice un sol­da­to "Il mes­sag­gio era mol­to for­te. La cosa più diver­ten­te è che quan­do uno dei nostri è anda­to a riti­ra­re le magliet­te, l'uomo che le ave­va stam­pa­te era un ara­bo. Il sol­da­to si è sen­ti­to in col­pa ed ha chie­sto ad una ragaz­zi­na al ban­co­ne di por­tar­glie­le." Nel 2006, i sol­da­ti che ave­va­no par­te­ci­pa­to al cor­so "Car­mon Team" per cec­chi­ni d'elite han­no stam­pa­to una T‑shirt che mostra­va il dise­gno di un ara­bo arma­to di col­tel­lo e la fra­se "Dovrai cor­re­re mol­to, mol­to, mol­to velo­ce pri­ma che sia fini­ta”. Sot­to, il dise­gno di una don­na ara­ba che pian­ge su una lapi­de e lo slo­gan: "E dopo pian­ge­rai, pian­ge­rai." [Que­ste fra­si sono pre­se dal testo di una can­zo­ne pop.]
Un'altra maglia per cec­chi­ni mostra un enne­si­mo ara­bo nel miri­no e l'annuncio: "Lo fac­cia­mo con le miglio­ri inten­zio­ni." Una T‑shirt stam­pa­ta dopo l'Operazione Piom­bo Fuso per il Bat­ta­glio­ne 890 dei para­ca­du­ti­sti mostra un sol­da­to con le fat­tez­ze di King Kong in una cit­tà sot­to attac­co. Il mes­sag­gio non lascia spa­zio ad ambi­gui­tà: "Se cre­di che si pos­sa aggiu­sta­re, allo­ra con­vin­ci­ti che si può distruggere!"
Que­ste magliet­te, pri­ma di esse­re stam­pa­te, devo­no esse­re appro­va­te dai coman­dan­ti dell'esercito. Sono una tra­di­zio­ne mili­ta­re, anche se la loro natu­ra espli­ci­ta è per cer­ti ver­si nuo­va. Orna Sas­son-Levy, socio­lo­go dell'Università di Bar-Ilan, affer­ma che le T‑shirt “fan­no par­te di una radi­ca­liz­za­zio­ne del pro­ces­so che l'intera nazio­ne sta attra­ver­san­do: i sol­da­ti sono solo l'avanguardia”. L'attivista israe­lia­no Ser­geiy Sand­ler, impe­gna­to da anni in cam­pa­gne con­tro il mili­ta­ri­smo insie­me all'associazione New Pro­fi­le, ci ha man­da­to que­sto arti­co­lo via mail, spie­gan­do­ci che le magliet­te sono “una dura­tu­ra tra­di­zio­ne del­le uni­tà mili­ta­ri israe­lia­ne; si pos­so­no tro­va­re ovun­que, sul­le ban­ca­rel­le, anche se gene­ral­men­te han­no slo­gan meno oltrag­gio­si. Un imma­gi­ne vale mil­le paro­le, non trovi?”
Non cre­do che que­sto tipo di T‑shirt sia­no un'esclusiva di Israe­le. Scom­met­to che ne sono sta­te crea­te anche per i sol­da­ti sta­tu­ni­ten­si in Iraq. Ma le maglie indi­ca­no un ambien­te in cui è per­mes­so, se non inco­rag­gia­to, il com­pie­re cri­mi­ni di guer­ra. Riflet­to­no una men­ta­li­tà in cui la vita pale­sti­ne­se è vista con disde­gno e spes­so non è nean­che rico­no­sciu­ta come tale. Uno dei sol­da­ti lo ha spie­ga­to chia­ra­men­te, duran­te la testi­mo­nian­za in cui ha descrit­to l'omicidio di una madre e dei suoi due bam­bi­ni: "…l'atmosfera gene­ra­le, per quel­lo che ho capi­to dal­la gran par­te dei col­le­ghi con cui ho par­la­to… non so come descri­ver­la… dicia­mo che le vite dei pale­sti­ne­si han­no mol­ta, mol­ta meno impor­tan­za del­le vite dei nostri sol­da­ti. Per quel­lo che li riguar­da, giu­sti­fi­ca­no in que­sto modo ogni loro azione."
21
Giu
2009

SPP: come va avanti la militarizzazione e l'annessione del Nord America — 16/03/09

(Que­sto arti­co­lo è sta­to tra­dot­to per Mega­chip)

di Ste­phen Lend­man – GlobalResearch.ca

Il tito­lo si rife­ri­sce alla Part­ner­ship del Nord Ame­ri­ca per la Sicu­rez­za e la Pro­spe­ri­tà (il cui acro­ni­mo in ingle­se è SPP), cono­sciu­ta anche come North Ame­ri­can Union. Que­sta orga­niz­za­zio­ne ebbe ori­gi­ne il 23 mar­zo del 2005 a Waco, in Texas, duran­te una con­fe­ren­za a cui par­te­ci­pa­ro­no Geor­ge Bush, il pre­si­den­te mes­si­ca­no Vin­cen­te Fox e il pre­mier cana­de­se Paul Mar­tin. Il suo obiet­ti­vo è la pro­mo­zio­ne di un accor­do che sti­mo­li l'integrazione eco­no­mi­ca e poli­ti­ca del­le nazio­ni coin­vol­te, non­ché la col­la­bo­ra­zio­ne dei rispet­ti­vi ser­vi­zi di sicu­rez­za. Le sue atti­vi­tà si svol­go­no sen­za cla­mo­re media­ti­co, attra­ver­so grup­pi gover­na­ti­vi che archi­tet­ta­no diret­ti­ve poli­ti­che vin­co­lan­ti bypas­san­do l'opinione pub­bli­ca ed il nor­ma­le dibat­ti­to parlamentare.
In sin­te­si, è un col­po di sta­to cor­po­ra­ti­vo spal­leg­gia­to dall'esercito, che affos­sa la sovra­ni­tà del­le tre nazio­ni part­ner, la loro popo­la­zio­ne e i loro orga­ni­smi legi­sla­ti­vi. E' un pugna­le infil­za­to nel loro cuo­re demo­cra­ti­co, anche se il pub­bli­co è in gran par­te incon­sa­pe­vo­le del­le sue attività.
L'ultimo sum­mit dell'SPP si è tenu­to a New Orleans lo scor­so apri­le. Da allo­ra, la sua azio­ne è sta­ta in gran par­te intral­cia­ta dal­la gra­vi­tà del­la cri­si eco­no­mi­ca glo­ba­le, che richie­de la com­ple­ta atten­zio­ne dei lea­der coin­vol­ti. Cio­no­no­stan­te, le deci­sio­ni pre­se fino­ra saran­no ripor­ta­te nel­le righe che seguo­no, insie­me a qual­che infor­ma­zio­ne addizionale.
Lo scor­so set­tem­bre, l'«Army Times» ha ripor­ta­to che il ter­zo Team d'Assalto del­la pri­ma Bri­ga­ta (al tem­po dispie­ga­to in Iraq) sareb­be sta­to tra­sfe­ri­to sul suo­lo ame­ri­ca­no entro il pri­mo otto­bre, per entra­re in una «for­za fede­ra­le pron­ta all'azione in caso di emer­gen­ze o disa­stri di ori­gi­ne uma­na o natu­ra­le, atten­ta­ti ter­ro­ri­sti­ci inclusi».
«E' la pri­ma vol­ta che un'unità atti­va vie­ne mes­sa sot­to il coman­do del­la Nor­th­Com, un coman­do con­giun­to crea­to nel 2002 per coor­di­na­re e con­trol­la­re le ini­zia­ti­ve di dife­sa fede­ra­li e le azio­ni di sup­por­to alla dife­sa del­le auto­ri­tà civili».
Poi, il pri­mo dicem­bre, il «Washing­ton Post» ha dichia­ra­to che il Pen­ta­go­no avreb­be dispie­ga­to 20mila sol­da­ti sul suo­lo sta­tu­ni­ten­se entro il 2011, con l'obiettivo di «aiu­ta­re gli uffi­cia­li sta­ta­li e loca­li in caso di attac­co nuclea­re o altre cata­stro­fi». Sono sta­te impo­sta­te tre uni­tà di com­bat­ti­men­to capa­ci di una rea­zio­ne rapi­da. Altre due potreb­be­ro aggiun­ger­si al pro­get­to. Saran­no inte­gra­te con 80 uni­tà del­la Natio­nal Guard, adde­stra­te per rispon­de­re ad atten­ta­ti di natu­ra chi­mi­ca, bio­lo­gi­ca, radio­lo­gi­ca, nuclea­re, con esplo­si­vi ad alto poten­zia­le o altri attac­chi di natu­ra ter­ro­ri­sti­ca. In altre paro­le, si pen­sa di usa­re plo­to­ni adde­stra­ti ad ucci­de­re per mili­ta­riz­za­re ed occu­pa­re gli Sta­ti Uniti.
Il pre­te­sto è la sicu­rez­za nazio­na­le. Que­ste uni­tà saran­no ope­ra­ti­ve in caso di atten­ta­to ter­ro­ri­sti­co, genui­no o no, e anche in caso di tumul­ti da par­te del­la popo­la­zio­ne, pro­va­ta dal­la cri­si eco­no­mi­ca. Con­si­de­ran­do la por­ta­ta e la gra­vi­tà del­la cri­si, esi­ste una discre­ta pro­ba­bi­li­tà che qual­cu­no, pri­ma o poi, si deci­da a rea­gi­re. In que­sto caso, pat­tu­glie arma­te di sol­da­ti si affian­che­ran­no alla poli­zia loca­le (già mili­ta­riz­za­ta) non appe­na sarà dichia­ra­ta la leg­ge mar­zia­le o arri­vi l'ordine di effet­tua­re azio­ni di sicu­rez­za repressive.
Secon­do il docu­men­to “Esse­re pron­ti al pros­si­mo disa­stro cata­stro­fi­co”, pub­bli­ca­to nel 2008 dal­la DHS/FEMA, dono sta­te svi­lup­pa­te pro­ce­du­re di “Emer­gen­za Cata­stro­fi­ca” per rea­gi­re a situa­zio­ni “natu­ra­li” o “cau­sa­te dall'uomo”. Se le con­di­zio­ni lo richie­de­ran­no, si par­la di sospen­sio­ne del­la Costi­tu­zio­ne e leg­ge mar­zia­le. Si pro­po­ne anche di mili­ta­riz­za­re gli Sta­ti Uni­ti per pro­teg­ge­re il mon­do degli affari.
Lo scor­so pri­mo otto­bre, in con­se­guen­za all'annuncio che l'amministrazione Bush inten­de­va dispie­ga­re pat­tu­glie di sol­da­ti sul suo­lo ame­ri­ca­no, con un bud­get di “100 miliar­di di dol­la­ri (di bai­lout)”, il Par­ti­to d'Azione Cana­de­se ha pub­bli­ca­to un post inti­to­la­to "ALLARME: GOLPE NEGLI USA".

Pro­ba­bi­li esiti

Gli sfor­zi dell'SPP si sono arre­sta­ti duran­te il perio­do di tran­si­zio­ne da Bush a Oba­ma, ma il pro­get­to di “inte­gra­zio­ne pro­fon­da” rima­ne in piedi.
Il 19 gen­na­io, il Cen­tro per la Poli­ti­ca Com­mer­cia­le dell'Università di Otta­wa ha trac­cia­to le linee diret­tri­ci per un pro­get­to di appro­fon­di­men­to dei rap­por­ti tra Cana­da e USA. Il loro docu­men­to affer­ma che una «coo­pe­ra­zio­ne repen­ti­na e soste­nu­ta nel tem­po» in que­sto perio­do di cri­si glo­ba­le, avreb­be dovu­to inclu­de­re le for­ze di sicu­rez­za e di dife­sa, il com­mer­cio e la competitività.
Il testo, inol­tre, sostie­ne «che l'argomento cru­cia­le è la neces­si­tà di ripen­sa­re l'architettura di gestio­ne degli spa­zi eco­no­mi­ci comu­ni del Nord Ame­ri­ca, inclu­sa la libe­ra­liz­za­zio­ne del com­mer­cio». Il lin­guag­gio impie­ga­to è ric­co di espres­sio­ni come «ripen­sa­re (e) moder­niz­za­re le fron­tie­re» e il loro signi­fi­ca­to con­te­stua­liz­za­to sem­bra allu­de­re ad un annul­la­men­to del­le stes­se. Sia quel­le cana­de­si che quel­le mes­si­ca­ne. Allo stes­so modo, il docu­men­to rac­co­man­da di «inte­gra­re i regi­mi rego­la­to­ri in un uni­co siste­ma che si pos­sa appli­ca­re ad entram­bi i lati del­la fron­tie­ra». Sostie­ne che l'arrivo di una nuo­va ammi­ni­stra­zio­ne a Washing­ton è «un'opportunità d'oro» per for­gia­re un «pro­gram­ma che por­ti ad un mutuo bene­fi­cio e ridi­se­gni la gover­nan­ce nor­da­me­ri­ca­na e glo­ba­le negli anni a venire».
Il testo sven­to­la lo spet­tro del pro­te­zio­ni­smo e la neces­si­tà di evi­tar­lo, dato l'attuale cli­ma eco­no­mi­co. Pro­po­ne una «part­ner­ship USA-Cana­da più ambi­zio­sa», che supe­ri il NAFTA, in accor­do con il Messico.
Un altro docu­men­to, pro­dot­to dal Cen­tro Nord Ame­ri­ca­no per gli Stu­di Tran­sfron­ta­lie­ri dell'Università Sta­ta­le dell'Arizona ed inti­to­la­to “North Ame­ri­ca Next”, chie­de una «com­pe­ti­ti­vi­tà soste­ni­bi­le nel­la sicu­rez­za» ed una mag­gio­re inte­gra­zio­ne tra USA, Cana­da e Mes­si­co attra­ver­so «una sicu­rez­za soste­ni­bi­le, un com­mer­cio ed un siste­ma di tra­spor­ti effi­ca­ce» per ren­de­re «le tre nazio­ni nor­da­me­ri­ca­ne più sicu­re, più eco­no­mi­ca­men­te fun­zio­na­li e più prospere».
Sia il pro­get­to dell'Università dell'Arizona che quel­lo di Car­le­ton mira­no a raf­for­za­re le ini­zia­ti­ve dell'SPP gra­zie alla col­la­bo­ra­zio­ne del­la nuo­va ammi­ni­stra­zio­ne di Washing­ton, spe­cial­men­te in un cli­ma di cri­si eco­no­mi­ca glo­ba­le che por­ta il pro­ble­ma in pri­mo piano.

Altre tema­ti­che in discussione

Il gior­na­li­sta Mike Finch, in un arti­co­lo inti­to­la­to “North Ame­ri­can Union Watch”, pub­bli­ca­to sul quo­ti­dia­no «The Cana­dian», rife­ri­sce che esi­sto­no orga­niz­za­zio­ni sta­tu­ni­ten­si e cana­de­si il cui obiet­ti­vo è por­re fine al libe­ro flus­so d'informazione su Internet.
Cita la sco­per­ta di un «pro­get­to per la eli­mi­na­zio­ne del­la liber­tà su Inter­net entro il 2010 in Cana­da» ed entro il 2012 in tut­to il mon­do, effet­tua­ta da un «grup­po di atti­vi­sti a favo­re del­la neu­tra­li­tà del­la rete».
Secon­do la sua rico­stru­zio­ne dei fat­ti, i due più gran­di ISP cana­de­si, la Bell Cana­da e la TELUS, inten­do­no limi­ta­re il bro­w­sing, bloc­ca­re alcu­ni siti e ren­de­re a paga­men­to la mag­gior par­te degli altri, in un'iniziativa arti­co­la­ta dal SPP che avrà ini­zio nel 2012. Ree­se Ley­sen, del ser­vi­zio di web hosting I‑Power, lo defi­ni­sce un pro­get­to «oltre la cen­su­ra: voglio­no ucci­de­re il più gran­de eco­si­ste­ma di libe­ra espres­sio­ne e liber­tà di paro­la mai esi­sti­to nel­la sto­ria dell'uomo». Cita fon­ti inter­ne a gran­di azien­de, che l'hanno infor­ma­to su «accor­di di esclu­si­vi­tà tra gli ISP e i gran­di for­ni­to­ri di con­te­nu­ti (come le TV e le case edi­tri­ci di video­gio­chi) per deci­de­re qua­li siti saran­no inclu­si nel Pac­chet­to Stan­dard offer­to agli uten­ti, men­tre il resto del­la rete sarà irrag­giun­gi­bi­le se non die­tro una tarif­fa supplementare.»
Per Ley­sen, le sue fon­ti sono «affi­da­bi­li al 100%». Anzi, indi­ca che un qua­dro ana­lo­go è emer­so da un arti­co­lo pub­bli­ca­to su «Time» ad ope­ra di Dylan Pat­tyn. Anche le fon­ti di quest'ultimo sareb­be­ro inter­ne alla Bell Cana­da e la TELUS. Secon­do que­ste, si pen­sa di far rien­tra­re solo i 100–200 siti più visi­ta­ti nel pac­chet­to d'abbonamento base che, con tut­ta pro­ba­bi­li­tà, inclu­de­rà le agen­zie di noti­zie più bla­so­na­te e ter­rà fuo­ri tut­to il cir­cui­to del­la stam­pa alter­na­ti­va. «Inter­net diven­te­reb­be un par­co gio­chi per crea­to­ri di con­te­nu­ti miliar­da­ri» come le TV via cavo, a meno che non si met­ta­no in atto azio­ni per fer­ma­re que­sto processo.
Ley­sen pen­sa che gli Sta­ti Uni­ti e gli ISP mon­dia­li han­no idee simi­li sul­la limi­ta­zio­ne alla liber­tà di paro­la e le inva­sio­ni del­la pri­va­cy. Se ha ragio­ne, la posta in gio­co è altis­si­ma. Ma anche il mar­gi­ne di pro­fit­to è sostan­zio­so e, quin­di, i gover­ni ami­che­vo­li potreb­be­ro esse­re d'accordo. Si par­la anche di usa­re «mar­ke­ting ingan­ne­vo­le e tat­ti­che ter­ro­ri­sti­che» (come, ad esem­pio, sven­to­la­re la minac­cia del­la por­no­gra­fia infan­ti­le) per otte­ne­re il con­sen­so pub­bli­co a que­ste nor­me liber­ti­ci­de masche­ra­te da rego­le per la sicu­rez­za del­la rete. È neces­sa­rio fer­mar­li immediatamente.

Pro­get­ti per ribat­tez­za­re l'SPP/NAU

Lo scor­so mar­zo, il Fra­ser Insi­stu­te cana­de­se lo ha pro­po­sto in un arti­co­lo inti­to­la­to: “Sal­va­re la Part­ner­ship del Nord Ame­ri­ca per la Sicu­rez­za e la Pro­spe­ri­tà” a cau­sa dell'ondata di cri­ti­che susci­ta­ta dall'organizzazione. Sug­ge­ri­sce di scar­ta­re la sigla SPP/NAU, optan­do per NASRA (North Ame­ri­can Stan­dards and Regu­la­to­ry Area) per nascon­de­re il suo vero obiet­ti­vo. Secon­do l'articolo, il “brand SPP” è ormai infan­ga­to, quin­di è neces­sa­rio sosti­tuir­lo per pro­se­gui­re le ini­zia­ti­ve che il NAFTA ha lascia­to orfa­ne: inte­gra­re la sicu­rez­za a tema­ti­che riguar­dan­ti la qua­li­tà del­la vita, come la sicu­rez­za ali­men­ta­re, il riscal­da­men­to glo­ba­le, il cam­bia­men­to cli­ma­ti­co e le pan­de­mie. Recla­ma anche un mag­gio­re sfor­zo comu­ni­ca­ti­vo per blan­di­re la pub­bli­ca opi­nio­ne. Voglio­no ingan­na­re il mag­gior nume­ro di per­so­ne pos­si­bi­le, fin­ché non sarà trop­po tar­di per intervenire.

Mal­con­ten­to in Ame­ri­ca a livel­lo statale

Il 23 feb­bra­io, obiet­tan­do al con­cet­to di “inte­gra­zio­ne pro­fon­da”, il gior­na­li­sta Jim Kou­ri di «News with Views» (NWV) ha pub­bli­ca­to un arti­co­lo inti­to­la­to: “Che i sin­go­li sta­ti dichia­ri­no la pro­pria sovra­ni­tà”. Il testo ripro­po­ne le paro­le del­lo stra­te­ga poli­ti­co Mike Baker, quan­do dis­se: «Gli ame­ri­ca­ni sono sem­pre più disil­lu­si dal­la man­can­za di pro­spet­ti­va a lun­go ter­mi­ne dimo­stra­ta dal gover­no fede­ra­le su tema­ti­che come l'immigrazione clan­de­sti­na, il cri­mi­ne ed il caos eco­no­mi­co. Il gover­no fede­ra­le inten­de addi­rit­tu­ra insi­nuar­si nel­la vita pri­va­ta dei cit­ta­di­ni, attra­ver­so leg­gi sul con­trol­lo del­la cir­co­la­zio­ne del­le armi da fuo­co ed altre ini­zia­ti­ve», temi che i Padri Fon­da­to­ri «rele­ga­va­no alla discre­zio­na­li­tà dei sin­go­li stati».
È anche pre­oc­cu­pan­te che gli sta­ti non rie­sca­no a finan­zia­re i loro pro­get­ti a cau­sa di bud­get trop­po ristret­ti e sia­no costret­ti a fare tagli. Oltre a que­sto, anche l'intrusione di Washing­ton nell'amministrazione del­la giu­sti­zia loca­le è preoccupante.
Fino­ra, nove sta­ti han­no dichia­ra­to la loro sovra­ni­tà ed un'altra doz­zi­na sta pen­san­do di far­lo. Le leg­gi già appro­va­te o pro­po­ste varia­no dai dirit­ti gene­ra­li a quel­li selet­ti­vi, come il con­trol­lo del­la cir­co­la­zio­ne del­le armi da fuo­co e l'aborto.
Il 30 gen­na­io, lo sta­to di Washing­ton si è schie­ra­to con loro ed ha appro­va­to la leg­ge HJM-4009, che dichiara:
«Il Deci­mo Emen­da­men­to alla Costi­tu­zio­ne degli Sta­ti Uni­ti sta­bi­li­sce che “i pote­ri non dele­ga­ti dagli Sta­ti Uni­ti ad ope­ra del­la Costi­tu­zio­ne, e non proi­bi­ti da essa, sono riser­va­ti rispet­ti­va­men­te ai sin­go­li Sta­ti, o alla popo­la­zio­ne”. Lo stes­so emen­da­men­to defi­ni­sce la por­ta­ta tota­le del pote­re fede­ra­le, sta­bi­len­do che esso è limi­ta­to a ciò che è espli­ci­ta­men­te scrit­to nel­la Costituzione.»
All'inizio di gen­na­io, anche il New Hamp­shi­re ha appro­va­to una nor­ma simi­le, la HCR‑6, “che affer­ma i dirit­ti degli Sta­ti basan­do­si sui prin­ci­pi jef­fer­so­nia­ni”. Gli altri sta­ti che, par­zial­men­te o total­men­te, con­cor­da­no su que­sta linea sono la Cali­for­nia, l'Arizona, il Mon­ta­na, il Michi­gan, il Mis­sou­ri, l'Oklahoma e la Geor­gia. Oltre a que­sti, i seguen­ti sta­ti stan­no attual­men­te dibat­ten­do misu­re di que­sto tipo: il Colo­ra­do, la Penn­syl­va­nia, l'Illinois, l'Indiana, il Kan­sas, l'Arkansas, l'Idaho, l'Alabama, il Mai­ne, il Neva­da, le Hawaii, l'Alaska, il Wyo­ming e il Mississippi.
Oltre al dibat­ti­to sui dirit­ti dei sin­go­li sta­ti, le tema­ti­che prin­ci­pa­li di que­sto movi­men­to sono:
— la cri­si economica;
— il con­trol­lo noci­vo che Wall Street eser­ci­ta sul­la politica;
— il suo effet­to sul siste­ma dei Checks & Balances;
— i bai­lout ecces­si­vi con­ces­si ad un siste­ma ban­ca­rio insol­ven­te e cor­rot­to a sca­pi­to dei bud­get degli sta­ti indi­vi­dua­li e dei loro diritti;
— la spe­sa pub­bli­ca spu­do­ra­ta ed inso­ste­ni­bi­le. Il debi­to pub­bli­co che sta por­tan­do la fede­ra­zio­ne alla ban­ca­rot­ta, ponen­do un peso inso­ste­ni­bi­le sul­le spal­le degli stati.
In linea di mas­si­ma, ci si pre­oc­cu­pa che Washing­ton sia com­pli­ce nel­la cri­si che atta­na­glia il pae­se e che voglia sba­raz­zar­si del­le sue respon­sa­bi­li­tà oppu­re che, alme­no, ten­da ad assu­me­re com­por­ta­men­ti di que­sto tipo. Se que­sto movi­men­to si raf­for­za, ser­vi­rà a ral­len­ta­re il pro­ces­so di “inte­gra­zio­ne pro­fon­da” o a bloc­car­lo per un perio­do con­si­de­re­vo­le, ma è impro­ba­bi­le che lo fer­mi del tut­to. L'America del­le cor­po­ra­zio­ni lo vuo­le, e gene­ral­men­te ottie­ne ciò che vuole.
Potreb­be voler­ci più tem­po, mol­to più tem­po, a cau­sa del­la cri­si glo­ba­le e del perio­do neces­sa­rio a supe­rar­la. Alcu­ni esper­ti annun­cia­no a bre­ve un'altra Gran­de Depres­sio­ne peg­gio­re del­la pre­ce­den­te ed addi­rit­tu­ra peg­gio­re dei “decen­ni per­du­ti” del Giap­po­ne, dal 1990 ad oggi.
La prio­ri­tà nel mon­do dell'alta finan­za e nei CdA del­le gran­di azien­de è sfug­gi­re alla cri­si, se pos­si­bi­le. Eccet­to che per moti­va­zio­ni di “sicu­rez­za nazio­na­le”, tut­to il resto vie­ne in secon­do piano.

Arti­co­lo ori­gi­na­le: SPP: Upda­ting the Mili­ta­ri­za­tion and Anne­xa­tion of North Ame­ri­ca.

Ste­phen Lend­man is a Research Asso­cia­te of the Cen­tre for Research on Glo­ba­li­za­tion. He lives in Chi­ca­go and can be rea­ched at lendmanstephen@sbcglobal.net

21
Giu
2009

Le ferite di Gaza e le nuove armi — 22/02/09

(Que­sto arti­co­lo è sta­to tra­dot­to per Mega­chip)

di Dr. Ghas­san Abu Sit­tah e Dr. Swee Ang – «The Lancet»*

Il dot­tor Ghas­san Abu Sit­tah ed il dot­tor Swee Ang, due chi­rur­ghi ingle­si, sono riu­sci­ti a rag­giun­ge­re Gaza duran­te l’invasione israe­lia­na. In que­sto arti­co­lo descri­vo­no le loro espe­rien­ze, con­di­vi­do­no le loro opi­nio­ni e ne trag­go­no le ine­vi­ta­bi­li con­se­guen­ze: la popo­la­zio­ne di Gaza è estre­ma­men­te vul­ne­ra­bi­le e total­men­te iner­me davan­ti ad un even­tua­le attac­co israeliano.

Le feri­te di Gaza sono pro­fon­de e stra­ti­fi­ca­te. Inten­dia­mo par­la­re del mas­sa­cro di Khan You­nis del 1956, in cui 5mila per­so­ne per­se­ro la vita? Oppu­re dell’esecuzione di 35mila pri­gio­nie­ri di guer­ra da par­te dell’esercito israe­lia­no nel 1967? E la pri­ma Inti­fa­da, in cui alla disob­be­dien­za civi­le di un popo­lo sot­to occu­pa­zio­ne si rispo­se con un incre­di­bi­le nume­ro di feri­ti e cen­ti­na­ia di mor­ti? Ancor di più, non pos­sia­mo non tener con­to dei 5.420 feri­ti nel sud di Gaza duran­te le osti­li­tà del 2000. Ma, nono­stan­te tut­to ciò, in que­sto arti­co­lo ci occu­pe­re­mo esclu­si­va­men­te dell’invasione che ha avu­to luo­go dal 27 dicem­bre 2008 al 18 gen­na­io 2009.
Si sti­ma che, in quei 23 gior­ni, sia­no sta­te river­sa­te sul­la Stri­scia di Gaza un milio­ne e mez­zo di ton­nel­la­te di esplo­si­vo. Per dare un’idea appros­si­ma­ti­va di ciò di cui si sta par­lan­do, è bene spe­ci­fi­ca­re che il ter­ri­to­rio in que­stio­ne copre una super­fi­cie di 360 kilo­me­tri qua­dra­ti ed è la casa di 1,5 milio­ni di per­so­ne: è l’area più den­sa­men­te popo­la­ta del mon­do. Pri­ma dell’invasione, è sta­ta affa­ma­ta per 50 gior­ni da un embar­go com­mer­cia­le ma, in real­tà, fin dall’elezione dell’attuale gover­no è sta­ta posta sot­to vin­co­li com­mer­cia­li. Negli anni, l’embargo è sta­to par­zia­le o tota­le, ma mai assen­te.
L’occupazione si è aper­ta con 250 vit­ti­me in un solo gior­no. Ogni que­stu­ra è sta­ta bom­bar­da­ta, cau­san­do ingen­ti per­di­te tra le for­ze dell’ordine. Dopo aver spaz­za­to via la poli­zia, l’esercito israe­lia­no si è dedi­ca­to ai ber­sa­gli non gover­na­ti­vi. Gli eli­cot­te­ri Apa­che e gli F16 han­no fat­to pio­ve­re mor­te dal cie­lo, men­tre i can­no­ni del­la mari­na mili­ta­re han­no con­dot­to un attac­co dal mare e l’artiglieria si è occu­pa­ta del­la ter­ra. Mol­te scuo­le sono sta­te ridot­te in mace­rie, tra cui l’American School of Gaza, 40 moschee, alcu­ni ospe­da­li, vari edi­fi­ci dell’ONU ed ovvia­men­te 21mila case, di cui 4mila sono sta­te rase al suo­lo. Cir­ca 100mila per­so­ne sono dive­nu­te improv­vi­sa­men­te senzatetto.

Le armi israeliane

Gli arma­men­ti impie­ga­ti, oltre alle bom­be e agli esplo­si­vi ad alto poten­zia­le con­ven­zio­na­li, inclu­do­no anche tipo­lo­gie non con­ven­zio­na­li. Ne sono sta­te iden­ti­fi­ca­te alme­no quat­tro categorie:

Pro­iet­ti­li e bom­be al fosfo­ro
I testi­mo­ni ocu­la­ri affer­ma­no che alcu­ne bom­be esplo­de­va­no in quo­ta, rila­scian­do un ampio ven­ta­glio di micro-ordi­gni al fosfo­ro che si distri­bui­va­no su un’ampia super­fi­cie. Duran­te l’invasione via ter­ra, i car­ri arma­ti era­no usi sfon­da­re le mura del­le case con pro­iet­ti­li ordi­na­ri per poi far fuo­co al loro inter­no con pro­iet­ti­li al fosfo­ro. Que­sto meto­do per­met­te di sca­te­na­re ter­ri­bi­li incen­di all’interno del­le strut­tu­re, ed un gran nume­ro di cor­pi car­bo­niz­za­ti è sta­to rin­ve­nu­to rico­per­to da par­ti­cel­le di fosfo­ro incan­de­scen­te. Un pre­oc­cu­pan­te inter­ro­ga­ti­vo è posto dal fat­to che i resi­dui rin­ve­nu­ti paio­no amal­ga­ma­ti ad un agen­te sta­bi­liz­zan­te spe­cia­le, che gli con­fe­ri­sce la capa­ci­tà di non bru­cia­re com­ple­ta­men­te, fino all’estinzione. I resi­dui di fosfo­ro anco­ra copro­no le cam­pa­gne, i cam­pi da gio­co e gli appar­ta­men­ti. Si riac­cen­do­no quan­do i bam­bi­ni curio­si li rac­col­go­no, oppu­re pro­du­co­no fumi tos­si­ci quan­do i con­ta­di­ni annaf­fia­no le loro ter­re con­ta­mi­na­te. Una fami­glia, ritor­na­ta al suo orto dopo le osti­li­tà, ha irri­ga­to il ter­re­no ed è sta­ta inglo­ba­ta da una col­tre di fumo spri­gio­na­ta dal suo­lo. La sem­pli­ce ina­la­zio­ne ha pro­dot­to epi­stas­si. Que­sti resi­dui di fosfo­ro trat­ta­to con sta­bi­liz­zan­te sono, in un cer­to sen­so, un ana­lo­go del­le mine anti­uo­mo. A cau­sa di que­sta costan­te minac­cia, la popo­la­zio­ne (spe­cial­men­te quel­la infan­ti­le) ha dif­fi­col­tà a tor­na­re ad una vita nor­ma­le.
Dagli ospe­da­li, i chi­rur­ghi rac­con­ta­no di casi in cui, dopo una lapa­ro­to­mia pri­ma­ria per cura­re feri­te rela­ti­va­men­te pic­co­le e poco con­ta­mi­na­te, un secon­do inter­ven­to ha rive­la­to aree cre­scen­ti di necro­si dopo un perio­do di 3 gior­ni. In segui­to, la salu­te gene­ra­le del pazien­te si dete­rio­ra ed, entro 10 gior­ni, neces­si­ta­no un ter­zo inter­ven­to, che met­te in luce una mas­sic­cia necro­si del fega­to. Que­sto feno­me­no è, a vol­te, accom­pa­gna­to da emor­ra­gie dif­fu­se, col­las­so rena­le, infar­to e mor­te. Seb­be­ne l’acidosi, la necro­si del fega­to e l’arresto car­dia­co improv­vi­so (dovu­to all’ipocalcemia) sia­no tipi­che com­pli­ca­zio­ni nel­le vit­ti­me di fosfo­ro bian­co, non è pos­si­bi­le attri­buir­le alla sola ope­ra di que­sto agen­te.
È neces­sa­rio ana­liz­za­re ed iden­ti­fi­ca­re la vera natu­ra di que­sto fosfo­ro modi­fi­ca­to ed i suoi effet­ti a lun­go ter­mi­ne sul­la popo­la­zio­ne di Gaza. È anche urgen­te la rac­col­ta e lo smal­ti­men­to dei resi­dui di fosfo­ro sul­la super­fi­cie dell’intera regio­ne. Que­ste sostan­ze emet­to­no fumi tos­si­ci a con­tat­to con l’acqua: alla pri­ma piog­gia potreb­be­ro avve­le­na­re tut­ta la Stri­scia. I bam­bi­ni dovreb­be­ro impa­ra­re a rico­no­sce­re ed evi­ta­re que­sti resi­dui pericolosi.

Bom­be pesan­ti
L’uso di bom­be DIME (esplo­si­vi a mate­ria­le den­so iner­te) risul­ta evi­den­te, anche se non è sta­to deter­mi­na­to con chia­rez­za se sia sta­to impie­ga­to ura­nio impo­ve­ri­to nel­le aree meri­dio­na­li. Nel­le zone urba­ne, i pazien­ti soprav­vis­su­ti mostra­no ampu­ta­zio­ni dovu­te a DIME. Que­ste feri­te sono facil­men­te rico­no­sci­bi­li per­ché i mon­che­ri­ni non san­gui­na­no ed il taglio è net­to, a ghi­gliot­ti­na. I bos­so­li e gli shra­pnel del­le DIME sono estre­ma­men­te pesanti.

Bom­be ad implo­sio­ne
Tra le armi usa­te, ci sono anche i bun­ker-buster e le bom­be ad implo­sio­ne. Ci sono casi, come quel­lo del Scien­ce & Tech­no­lo­gy Buil­ding o dell’università isla­mi­ca di Gaza, in cui un palaz­zo ad otto pia­ni è sta­to ridot­to ad un muc­chio di detri­ti non più alto di un metro e mezzo.

Bom­be silen­zio­se
La popo­la­zio­ne di Gaza ha descrit­to un nuo­vo tipo di arma dagli effet­ti deva­stan­ti. Arri­va sot­to for­ma di pro­iet­ti­le silen­zio­so, o al mas­si­mo pre­ce­du­to da un fischio, e vapo­riz­za tut­to ciò che si tro­va in aree este­se sen­za lascia­re trac­ce con­si­sten­ti. Non sap­pia­mo come cate­go­riz­za­re que­sta tec­no­lo­gia, ma si può ipo­tiz­za­re che sia una nuo­va arma a par­ti­cel­le in fare di sperimentazione.

Ese­cu­zio­ni
I soprav­vis­su­ti rac­con­ta­no di tank israe­lia­ni che, dopo esser­si fer­ma­ti davan­ti agli appar­ta­men­ti, inti­ma­va­no ai resi­den­ti di uscir­ne. Di soli­to, i pri­mi ad obbe­di­re era­no i bam­bi­ni, gli anzia­ni e le don­ne. Che, altret­tan­to pron­ta­men­te, veni­va­no mes­si in fila e fuci­la­ti sul posto. Deci­ne di fami­glie sono sta­te smem­bra­te in que­sto modo. Nel­lo scor­so mese, l’assassinio deli­be­ra­to di bam­bi­ni e don­ne disar­ma­te è sta­to anche con­fer­ma­to da atti­vi­sti per i dirit­ti umani.

Eli­mi­na­zio­ne di ambu­lan­ze
Alme­no 13 ambu­lan­ze sono sta­te vit­ti­ma di spa­ra­to­rie. Gli auti­sti e gli infer­mie­ri sono sta­ti spa­ra­ti men­tre recu­pe­ra­va­no ed eva­cua­va­no i feriti.

Bom­be a grap­po­lo
Le pri­me vit­ti­me del­le bom­be a grap­po­lo sono sta­te rico­ve­ra­te all’ospedale Abu Yusef Naj­jar. Più del­la metà dei tun­nel di Gaza sono sta­ti distrut­ti, ren­den­do inu­ti­liz­za­bi­le gran par­te del­le infra­strut­tu­re atte alla cir­co­la­zio­ne dei beni pri­ma­ri. Al con­tra­rio di ciò che si pen­sa, que­sti tun­nel non sono depo­si­ti per armi (anche se potreb­be­ro esse­re sta­ti usa­ti per tra­fu­ga­re armi leg­ge­re), ma per car­bu­ran­te ed ali­men­ti. Lo sca­vo di nuo­vi tun­nel, che ora occu­pa un buon nume­ro di pale­sti­ne­si, ha tal­vol­ta inne­sca­to bom­be a grap­po­lo pre­sen­ti sul suo­lo. Que­sto tipo di ordi­gni è sta­to usa­to al con­fi­ne di Rafah e già cin­que ustio­na­ti gra­vi sono sta­ti por­ta­ti all’ospedale dopo l’esplosione di que­ste trappole.

Con­teg­gio dei mor­ti
Al 25 gen­na­io 2009, la sti­ma dei mor­ti è arri­va­ta a 1.350. Il nume­ro è in con­ti­nua asce­sa a cau­sa del­la mole di feri­ti gra­vi che con­ti­nua­no a mori­re negli ospe­da­li. Il 60% dei mor­ti è costi­tui­to da bambini.

Feri­ti gra­vi
Il nume­ro dei feri­ti gra­vi è di 5.450, con un 40% di bam­bi­ni. Si trat­ta in mas­si­ma par­te di pazien­ti ustio­na­ti o poli­trau­ma­ti­ci. Colo­ro che han­no subi­to frat­tu­re ad un solo arto e colo­ro che, pur aven­do ripor­ta­to lesio­ni sono anco­ra in gra­do di cam­mi­na­re, non sono sta­ti inclu­si in que­sto con­teg­gio.
Nel­le nostre discus­sio­ni con infer­mie­re e dot­to­ri, le paro­le “olo­cau­sto” e “cata­stro­fe” sono sta­te spes­so men­zio­na­te. Lo staff medi­co al com­ple­to por­ta i segni del trau­ma psi­co­lo­gi­co dovu­to al lavo­ro fre­ne­ti­co dell’ultimo mese, pas­sa­to a fron­teg­gia­re le mas­se che han­no affol­la­to le came­re mor­tua­rie e le sale ope­ra­to­rie. Mol­ti dei pazien­ti sono dece­du­ti nel Repar­to Inci­den­ti ed Emer­gen­za, ancor pri­ma del­la dia­gno­si. In un ospe­da­le distret­tua­le, il chi­rur­go orto­pe­di­co ha por­ta­to a ter­mi­ne 13 fis­sa­zio­ni ester­ne in meno di un gior­no.
Si sti­ma che, tra i feri­ti gra­vi, 1.600 sono desti­na­ti a rima­ne­re disa­bi­li a vita. Tra que­sti, mol­ti han­no subi­to ampu­ta­zio­ni, feri­te alla colon­na ver­te­bra­le, feri­te alla testa, ustio­ni este­se con con­trat­tu­re sfiguranti.

Fat­to­ri spe­cia­li
Duran­te l’invasione, il nume­ro dei mor­ti e dei feri­ti è sta­to par­ti­co­lar­men­te alto a cau­sa dei seguen­ti motivi:

* Nes­su­na via di fuga: Gaza è sta­ta sigil­la­ta dal­le trup­pe israe­lia­ne, che han­no impe­di­to a chiun­que di fug­gi­re dai bom­bar­da­men­ti e dall’invasione ter­re­stre. Sem­pli­ce­men­te, non c’era alcu­na via di fuga. Anche all’interno dei con­fi­ni di Gaza gli spo­sta­men­ti dal nord al sud sono sta­ti resi impos­si­bi­li dai tank israe­lia­ni, che han­no taglia­to ogni via di comu­ni­ca­zio­ne. Al con­tra­rio del­la guer­ra in Liba­no dell’82 e del ‘06, in cui la popo­la­zio­ne pote­va spo­star­si dal­le aree di bom­bar­da­men­to mas­sic­cio a quel­le di rela­ti­va sicu­rez­za, un opzio­ne di que­sto tipo era pre­clu­sa a Gaza.

* La den­si­tà del­la popo­la­zio­ne di Gaza è ecce­zio­na­le. E’ inquie­tan­te nota­re che le bom­be impie­ga­te dall’esercito israe­lia­no sono “ad alta pre­ci­sio­ne”. Il loro tas­so di suc­ces­so, nel cen­tra­re palaz­zi affol­la­ti, è del 100%. Altri esem­pi? Il mer­ca­to cen­tra­le, le sta­zio­ni di poli­zia, le scuo­le, gli edi­fi­ci dell’ONU (in cui gli abi­tan­ti era­no con­flui­ti per sfug­gi­re ai bom­bar­da­men­ti), le moschee (di cui 40 sono sta­te rase al suo­lo) e le case del­le fami­glie, con­vin­te di esse­re al sicu­ro per­ché tra loro non si anni­da­va­no com­bat­ten­ti. Nei con­do­mi­ni, una sola bom­ba a implo­sio­ne è suf­fi­cien­te a ster­mi­na­re deci­ne di fami­glie. Que­sta ten­den­za a pren­de­re di mira i civi­li ci fa sospet­ta­re che gli obiet­ti­vi mili­ta­ri sia­no con­si­de­ra­ti ber­sa­gli col­la­te­ra­li, men­tre l’obiettivo pri­ma­rio sia la popolazione.

* La quan­ti­tà e la qua­li­tà del­le muni­zio­ni sopra descrit­te ed il modo in cui sono sta­te impiegate.

* La man­can­za di dife­se che Gaza ha dimo­stra­to nei con­fron­ti del­le moder­ne armi israe­lia­ne. La regio­ne non ha tank, aero­pla­ni da guer­ra, nes­sun siste­ma anti­ae­reo da schie­ra­re con­tro l’esercito inva­so­re. Sia­mo sta­ti testi­mo­ni in pri­ma per­so­na di uno scam­bio di pal­lot­to­le tra un tank israe­lia­no e gli AK47 pale­sti­ne­si. Le for­ze in cam­po era­no, per usa­re un eufe­mi­smo, impa­ri.
L’assenza di rifu­gi anti­bom­ba fun­zio­na­li a dispo­si­zio­ne del­la popo­la­zio­ne civi­le. Sfor­tu­na­ta­men­te, anche se ci fos­se­ro non avreb­be­ro alcu­na chan­ce con­tro i bun­ker-buster israeliani.

Con­clu­sio­ne
Se si pren­do­no in con­si­de­ra­zio­ne i seguen­ti pun­ti, è ovvio che un’ulteriore inva­sio­ne di Gaza pro­vo­che­reb­be dan­ni cata­stro­fi­ci. La popo­la­zio­ne è vul­ne­ra­bi­le ed iner­me. Se la Comu­ni­tà Inter­na­zio­na­le inten­de evi­ta­re feri­men­ti ed ucci­sio­ni di mas­sa nel pros­si­mo futu­ro, dovrà svi­lup­pa­re una qual­che for­za di dife­sa per Gaza. Se ciò non acca­drà, i civi­li con­ti­nue­ran­no a morire.

Arti­co­lo ori­gi­na­le: The wounds of Gaza, «The Lan­cet — Glo­bal Health Net­work», 2 feb­bra­io 2009.

* «The Lan­cet» è la rivi­sta medi­ca più auto­re­vo­le del mondo.