1
Mar
2017

H.P. Lovecraft – L’innominabile sogno di una cosa

(Questo articolo costituisce la prefazione del volume Cthulhu e Rivoluzione – Il pensiero politico del Solitario di Providence. Aggiornamento 02/03/17: il pezzo è stato ripreso da Megachip.)


Si vedrà allora come da lungo tempo il mondo possiede il sogno di una cosa, di cui non ha che da possedere la coscienza, per possederla realmente.

Lettera a Ruge, Karl Marx, 1843

La Grande Razza sembrava formare un’unica nazione dai legami alquanto elastici e con le maggiori istituzioni in comune; tuttavia c’erano quattro specifiche divisioni. Il sistema politico-economico era una specie di socialismo fascista, con le principali risorse distribuite razionalmente e il potere delegato a un governo di pochi individui, eletto dai voti di tutti coloro che superavano determinate prove psicologiche e culturali.

The Shadow Out of Time, H.P. Lovecraft, 1935

Il governo era complesso e probabilmente di tipo socialista, anche se a questo proposito i bassorilievi non hanno potuto darci nessuna sicurezza. 

At The Mountains of Madness, H.P. Lovecraft, 1936


Secondo la vulgata, non c’è dubbio che Lovecraft fosse un fascista. Era un conservatore nazionalista, misogino, antisemita, xenofobo, omofobo e classista, convinto che la democrazia fosse una tragica farsa. Eppure, il percorso politico del Solitario di Providence riserva delle sorprese a chiunque desideri approfondire l’argomento; una mera scorsa superficiale alle sue lettere e ai suoi articoli non si limita ad offrirci una rapida confutazione della tesi circa il suo presunto fascismo ma, in un sorprendente colpo di scena, mina la nostra sanità mentale con un’agghiacciante rivelazione: sepolta nelle innominabili profondità del suo animo, vediamo sventolare una bandiera rossa.

Nato in una famiglia repubblicana del ceto medio, HPL ha ricevuto un’educazione di stampo quasi aristocratico, in cui i valori tradizionali afferenti all’americanismo si mescolavano a un paradossale senso d’inferiorità verso la cultura europea. Da buon conservatore, in gioventù, espresse le sue idee sul mondo tramite poemetti razzisti, racconti satirici anti-bolscevichi e inni patriottici, collaborando anche a svariate riviste amatoriali – quelle che ora chiameremmo “blog” – di estrema destra. Come egli stesso ammette nella sua corrispondenza, era un uomo di lettere, e non si curò mai di approfondire le ragioni di fondo della politica: le sue scelte in materia erano dettate più da ragioni estetiche che sociali (o “scientifiche”, come le definisce) e seguivano, senza metterla in dubbio, la tradizione ideologica della sua famiglia. Quella del giovane Lovecraft è l’immagine maggiormente sedimentata nell’opinione pubblica contemporanea; tuttavia, qualcosa accadde, e lo costrinse a uno shock antropologico tale da invertire in maniera pressoché completa la sua visione del mondo.

Il momento della “via di Damasco” avvenne nel 1929, quando ormai aveva raggiunto l’età adulta. È questo l’anno in cui, con sua somma sorpresa, HPL scoprì di essere povero. Ergo, sviluppò una coscienza di classe.

Di quel momento, scrive: “La Grande Depressione – e la concomitante pubblicizzazione di ogni sorta di problemi industriali, finanziari e governativi – mi ha scosso dalla letargia e mi ha portato a riesaminare i fatti della storia sotto una prospettiva di analisi scientifica, depurata dal sentimento; entro breve, mi accorsi di quanto ero stato asino. I pensatori di sinistra, di cui prima ridevo, avevano ragione – perché loro vivevano nel presente, mentre io vivevo ne passato. Loro usavano la scienza, mentre io avevo fino a quel momento guardato gli eventi attraverso un filtro antiquario e romantico⁠(1)”.

Quindi, da ex-elettore di Hoover, inizia il suo radicale supporto per Roosevelt e il suo New Deal. Nel mentre, la sua opinione circa il partito repubblicano si è in qualche modo deteriorata: “Parlando dei repubblicani… come si può considerare serio un branco di mercanti e fortunati perditempo, spaventati, avidi e nostalgici, che ha deciso di chiudere gli occhi davanti alla storia e alla scienza, che scatena le sue turpi emozioni contro ogni decente solidarietà umana, che si aggrappa a ideali sordidi e provinciali, esaltando nel contempo la mera appropriazione, mentre approva la sofferenza artificiale imposta a coloro che non hanno mezzi? Sentimentalmente, i repubblicani abitano compiaciuti in un distorto cosmo onirico fatto di slogan, principi ed atteggiamenti obsoleti, fondati su un mondo agricolo che ormai non esiste più, e si crogiolano su una serie di pregiudizi mendaci (che ne siano consapevoli o no), come, ad esempio, la nozione che la Vera Libertà sia esclusivamente sinonimo di una licenza economica senza restrizioni, o che una pianificazione razionale della distribuzione delle risorse possa in qualche modo contravvenire alla loro misticheggiante Eredità Americana. E, tutto questo, in palese contraddizione ai fatti e senza una minima base nell’esperienza umana. Intellettualmente, gli ideali dei repubblicani meritano la tolleranza ed il rispetto che si devono ai morti(2)”.

È interessante constatare come HPL svolga questa piroetta a 180° senza smettere di considerarsi un conservatore. Questa definizione, a cui è legato più per motivi sentimentali che realmente politici, stride così tanto con le sue “nuove” idee da spingerlo a creare una sintesi ad hoc atta a rappresentarlo. Dal suo punto di vista, la mera adesione alla socialdemocrazia non è sufficiente, perché egli nega con decisione l’ideale democratico. In una lettera, scrive: “La democrazia (distinta dall’offerta di opportunità ed un trattamento equo per tutti) è oggi una fallacia e un’impossibilità così grande che ogni serio tentativo di applicarla non può essere interpretato in altro modo se non come uno scherzo o una presa in giro. Un governo “eletto dal voto popolare” significa soltanto la nomina di uomini dalle dubbie qualifiche da parte di claque (dalla dubbia autorità e dalla dubbia competenza) composte da politici professionisti che rappresentano interessi nascosti. A questo, segue la farsa sardonica di una persuasione emotiva in cui gli oratori con le lingue più lunghe e gli slogan più spregiudicati ammassano al loro fianco una maggioranza numerica di idioti ciechi e facilmente impressionabili, che, quasi tutti, non hanno idea di come funzioni realmente tutto questo circo”.⁠(3)

La contraddizione insita in HPL è insuperabile: per lui, anche la politica rooseveltiana è, in fin dei conti, una mezza misura. Nei suoi scritti, delinea i punti cardine della sua visione tecnocratica e autoritaria di sinistra: nazionalizzare l’intero settore imprenditoriale privato, condurre una feroce lotta di classe, deprecare i decadenti valori borghesi, estirpare il falso sistema democratico, condannare la guerra in quanto barbaro sfruttamento delle classi ricche sul proletariato, istituire un sistema di welfare universale con l’obiettivo di eliminare per sempre la povertà, imporre una rivoluzione dall’alto che spazzi via il vecchio sistema economico e politico, e vari altri punti capaci di scaldare il cuore a Lenin. Tuttavia, pur usando un linguaggio e delle analisi di chiara matrice marxista, Lovecraft continuerà per tutta la vita ad opporsi alle politiche bolsceviche. Questo paradosso pare inesplicabile soltanto a chi non conosca la sua personalità e le sue fonti d’informazione.

Il Solitario di Providence si è formato sulla stampa americana (sia “ufficiale” sia appartenente alle riviste amatoriali), la quale, specialmente dopo la Rivoluzione d’Ottobre, si è sforzata di descrivere il bolscevismo come il regno della barbarie e della degenerazione sessuale. Per Lovecraft, il socialismo reale era la negazione di ogni valore della decenza e dell’estetica: un oscuro impero la cui arte era abominevole (Mayakovsky, Vertov e tutta l’avanguardia) e la promiscuità rampante. Inoltre, egli aborriva la violenza e il caos che una rivoluzione avrebbe portato. Per cui, i suoi principali motivi di repulsione verso il comunismo sovietico, alimentati certo dalla stampa, avevano un carattere eminentemente non politico, ma si ancoravano alla sua ammirazione per l’antica tradizione culturale europea.

Inoltre, dobbiamo tenere in considerazione che le critiche di Lovecraft rivolte ai giovani “radicali” marxisti sono, in parte, una affettuosa frecciata verso il circolo di scrittori con cui ha, per tutta la vita, mantenuto rapporti di profonda amicizia. Nelle lettere a loro rivolte, spesso si rappresenta ironicamente come un vecchio conservatore arcigno in ciabatte, circondato da giovani pazzoidi con l’Ideale negli occhi e nel cuore. Sappiamo che HPL non ha mai letto o posseduto un testo di Marx, Engels o Lenin (4), ma possiamo intuire che ne abbia assorbito idee e terminologia dai suoi amici scrittori, sebbene reinterpretandole nella sua particolare chiave di lettura. È stupefacente scorrere alcuni paragrafi dei suoi articoli, in cui critica Marx in modo sferzante, seguiti da argomentazioni che paiono parafrasi o sintesi di sezioni de Il Capitale. La sensazione che emerge da questa dissonanza è che HPL abbia basato molte delle sue critiche al mondo sovietico su fraintendimenti, sentito dire e resoconti ostili; per cui, giunge da solo alle medesime convinzioni dei suoi “nemici” rossi, senza mai abbandonare l’astio nei loro confronti. Pare che Lovecraft covasse in sé il “sogno di una cosa” marxiano, eppure, per i suoi pregiudizi sviluppati in gioventù, si sia sempre rifiutato di dargli un nome preciso e di farlo emergere alla coscienza.

La disinformazione di Lovecraft circa la politica europea dell’epoca si manifesta anche in un secondo aspetto, più oscuro: ovvero, il suo apparente rispetto per il fascismo. Lovecraft parla di esso quasi fosse, in essenza, la Repubblica delineata da Platone, ovvero un governo consiliare di saggi e di esperti che agisce per il bene dei popoli. Questi toni blandi, tuttavia, appaiono particolarmente stridenti quando si considera come egli condanni la Russia in quanto “tirannia personale” di un dittatore. Il fatto che HPL non avesse una chiara idea di cosa fosse il fascismo emerge anche da un suo aneddoto personale: un giorno, si trovò a commentare sul carisma di Hitler – da lui visto come una sorta di eroe romantico anti-borghese – in casa dei suoi vicini. La domestica, un’immigrata tedesca, reagì d’impeto e gli spiegò come si viveva sotto il regime nazionalsocialista; la delineazione di quel panorama d’abiezione lasciò sgomento il Solitario di Providence.

È per questo motivo che, all’interno di Cthulhu e Rivoluzione, abbiamo scelto di tradurre il termine fascist con autoritario: per Lovecraft, le due parole erano sinonimi, mentre per noi, eredi di un pesante e complesso bagaglio storico, l’uso del primo vocabolo avrebbe prodotto potenti interferenze semantiche, pregiudicando la comprensione dei passaggi in cui è menzionato (chi non condivide la nostra linea interpretativa è libero di traslare mentalmente “autoritario” in “fascista” durante la lettura). L’idea di un governo autoritario, per HPL, era necessaria per evitare che il processo democratico – e le distorsioni in esso prodotte dal denaro – finisse per avvantaggiare le classi abbienti a scapito di quelle popolari. L’idea può risultare irricevibile alle nostre orecchie, ma non è certo di esclusiva pertinenza del fascismo.

Un altro aspetto della politica lovecraftiana incompatibile con il fascismo è la sua trattazione del tema della razza; ovvero, non ve n’é alcuna. Il tema non esiste. Questo può sembrare scontato, eppure dobbiamo considerare che HPL, in base agli studi scientifici su cui si è formato, era sinceramente convinto che i neri, gli ebrei e i popoli latini fossero razze inferiori. Per lui, questa determinazione non aveva carattere di opinione, ma era semplicemente “vera”, così come la legge di gravità. Ci dispiace che HPL non abbia cambiato idea sull’argomento: dopotutto, durante la sua età adulta, gli antropologi e i biologi avevano già cominciato a smantellare la teoria della razza – ma si tratta di testi che lui non lesse mai e, di conseguenza, non poté revisionare le sue idee “scientifiche”. Tuttavia, constatiamo come il razzismo non abbia alcuno spazio nel suo pensiero politico, né deve averlo, perché la principale suddivisione che HPL vede nella popolazione è quella in classi sociali, e non in gruppi etnici. Questo elemento è molto importante, in quanto la dialettica Popolo VS Altri si pone alle fondamenta della cultura di destra; il Popolo, inoltre, è percepito dai fascismi come omogeneo sul piano etnico-religioso e portatore monolitico di eguali interessi economici, ovvero il bene e il prestigio della nazione. Niente di tutto ciò appare in Lovecraft: egli, al contrario, sfila i guanti bianchi quando si tratta di sferzare le ingiustizie prodotte dalla dinamica tra padroni e lavoratori, elevando il tono della polemica a livelli feroci.

Un altro pilastro del fascismo a cui HPL obietta è il nazionalismo. Egli presenta un rapporto con il concetto di nazione che si radica nell’affetto per i suoi luoghi natii e nel desiderio di vederne preservate le antiche tradizioni di matrice europea (il ruolo della famiglia, le ritualità, le cerimonie, le usanze), e nulla ha a che vedere con l’aggressione espansionistica tipica dei regimi fascisti. Al contrario, Lovecraft considera la guerra come un’arma capitalistica per lo sfruttamento ulteriore del proletariato; inoltre ha un atteggiamento curioso e aperto nei confronti delle altre culture, in specie quella greca, indiana e mediorientale. Non dedichiamo neanche un’argomentazione al tema del rapporto tra religione e politica, anch’esso un topos della cultura di destra, perché l’ateismo di HPL è conclamato e totale.

Speriamo che questi rapidi appunti siano sufficienti a limare decenni di disinformazione e luoghi comuni sulle tendenze politiche del Solitario di Providence e possano servire da introduzione e contestualizzazione al testo che segue.

In conclusione, uno sguardo rivolto al futuro anteriore. Lovecraft è convinto che il socialismo sia l’inevitabile destino del pianeta, e ciò appare evidente anche nei suoi racconti: la Grande Razza di Yith – un’avanzatissima specie aliena che rappresenta l’apice della civiltà – ha infatti un’organizzazione sociale curiosamente “rossa” e tecnocratica. Sono stati proprio i due paragrafi sul tema in At The Mountain Of Madness e The Shadow Out Of Time, dissonanti rispetto ai soliti pregiudizi sulla politica lovecraftiana, a spingere molti lettori ad approfondire l’argomento. Il testo che segue, A Layman Looks At The Government, è un lungo articolo che scrisse nel 1933 e restò inedito. È stato rinvenuto negli archivi di August Derleth, direttore della casa editrice Arkham House. In esso, Lovecraft offre un panorama completo della sua ideologia politica, regalandoci un affresco vivido della crisi del capitalismo, capace di porci interrogativi validi ancora oggi. Il testo è seguito da due appendici: Il Culto dei Nomi Barbari, un breve saggio che indaga sull’onomastica lovecraftiana, e il testo originale di A Layman Looks At The Government, in modo che i lettori possano deliziarsi della prosa fluente di HPL ed, eventualmente, individuare e ragionare sull’opportunità delle soluzioni di traduzione intraprese in Cthulhu e Rivoluzione. Dopo aver letto questo volume, potremo aggiungere al vasto pantheon del pensiero socialista una tetra, umida nicchia per il Solitario di Providence.

Massimo Spiga,

06/02/17

1 S.T. Joshi, The decline of the west, U.S.A., Wildside Press, 1990, pag. 64

2 S.T. Joshi, A dreamer and a visionary, U.S.A., Liverpool University Press, 2001, pag. 355

3 S.T. Joshi, A dreamer and a visionary, U.S.A., Liverpool University Press, 2001, pag. 352

4 S.T. Joshi, Lovecraft’s Library – A Catalogue, U.S.A., Hippocampus Press, 2012, pag. 158