9
Ago
2018

Teorema – Fuori dallo Sprawl

È uscito TEOREMA #22. Questo mese, ho scritto Fuori dallo Sprawl – Sociopolitica del cyberpunk a 35 anni dalla sua genesi. Ecco un estratto.


L’antica formula di ”High Tech, Low Life” [”Alta tecnologia, Malavita”, sebbene il gioco di parole sia intraducibile] può essere un’ottima introduzione al genere. Nato dagli sviluppi della fantascienza New Wave di Dick, Ballard, Ellison e molti altri, il cyberpunk è stato codificato all’inizio degli anni ’80 da tre principali opere: Neuromante di William Gibson, l’antologia Mirrorshades a cura di Bruce Sterling e il film Blade Runner di Ridley Scott. In estrema sintesi, questa corrente artistica ha colto la mutazione di paradigma da un mondo keynesiano a uno rapacemente neoliberista, portandone le linee ideologiche fino alle loro estreme (seppur ovvie) conseguenze: megalopoli notturne in cui ogni elemento della vita è stato privatizzato e mercificato, in cui la differenza tra le classi è spaventosa, in cui le politiche simil-mafiose dei grandi conglomerati economici sfidano gli stessi equilibri alla base della vita sul pianeta Terra, in cui la realtà stessa (artificiale, s’intende, come tutto il resto) è monetizzata da CEO sociopatici.


(continua qui…)

21
Lug
2018

Rassegna stampa – Intervista su Dimensione Parallela

Walter Fabianelli, uno scrittore, mi ha chiesto un paio di domande. Io ho risposto con un sermone interminabile pieno di Saggezza Trascendentale. Ecco un estratto:


Stai pubblicando con Acheron Books? Una casa editrice che seleziona pochi libri l’anno. Come ti senti a rientrare in questi?

La scelta della Acheron è intelligente, perché l’eccesso di offerta  libraria produce una serie di distorsioni macroscopiche nel settore. Se un editore pubblica cinquanta testi l’anno, non avrà il tempo materiale di seguirne neanche uno, lasciando così che siano gli autori a consumarsi le suole per svolgere un impegno il quale, in linea di massima, non spetterebbe loro (anche perché, spesso, non hanno idea di come svolgerlo). Inoltre, le poche vendite dovute a questa situazione non fanno altro che spingere l’editore a pubblicare più titoli per far quadrare il bilancio, pompando opere che vengono buttate nel mercato senza alcuna cura e sono dimenticate in due settimane. Entro breve, non sei più un editore, ma una tipografia. O, ancor peggio, diventi un editore a pagamento. Ho visto alcuni di essi scivolare in questa spirale senza neanche sceglierla in maniera razionale, per mere esigenze contingenti di sopravvivenza. L’alternativa al banditismo degli EAP è quella di integrare le poche vendite con dei bandi pubblici, ma anche questa strada è una roulette russa: la dinamica tipica è che la vittoria di un bando, da – ad esempio – centomila euro, costringe l’editore a investire di tasca sua, mentre i fondi arriveranno tre anni dopo, quando la sua casa editrice sarà fallita proprio per i suddetti investimenti. Inoltre, credo che le piccole aziende culturali non debbano mai fondare la loro esistenza sulla mano pubblica. Lo stato deve creare infrastrutture per la cultura, non incatenare le case editrici con finanziamenti diretti.

La scelta della Acheron di orientarsi sui sei titoli circa l’anno è ottima, perché è in direzione radicale e contraria rispetto a quanto detto sopra. Inoltre, si integra in maniera virtuosa anche con il nostro modo condiviso di gestire le fiere e le attività sul territorio. In questo modo, la promozione di un titolo non è svolta soltanto dalla casa editrice e dal suo ufficio stampa, ma anche da tutti gli altri autori.  Il network umano che ne consegue è cruciale, perché ci permette di conoscerci a vicenda, condividere conoscenza, viaggiare in luoghi che non avremmo potuto visitare altrimenti, collaborare a progetti che non sarebbero mai nati. Ergo, diventa un momento essenziale di formazione e socializzazione. Con tutte le difficoltà del caso, tentiamo di operare in sinergia e siamo nella condizione di poter fare esperimenti e trarne qualche insegnamento. La Acheron si fonda su long seller che si sforzano di lasciare un segno e produrre discussioni pubbliche, non sul disboscamento industriale dell’Amazzonia finalizzato a riempire i magazzini di libri invenduti perché trascurati, in primo luogo, da chi li ha creati.


(Continua…)

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